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Questi inni d'amore, intonati alle universali, cosmiche note d'una fratellanza ed amicizia risolutive, librantisi «in memorie sbiadite/ attratte da albe mai sorte» (poesia omonima, pag. 64), sono la prova provata d'una maturità poetica in limine, oltre la quale l'umana esperienziale ricerca estetica credo faccia fatica andare. L'autore medesimo, Raoul Rimessi, con la silloge in disamina, va al di là della sua usuale, già per se stessa ottima, performance di cantore d'un amore che ha voluto celebrare in toto, nelle manifestazioni consentite ad un poeta che dell'amore ne incarna l'armonica coessenza, compatta unione tra sentimento, emozioni e scrittura. Tant'è vero che, anche in forza d'una veneranda età d'ultrasettantenne (giammai sull'onda di quella che potrebbe apparire una fisiologica senilità), ci vuole rivelare una spregiudicatezza, quanto mai genuina e limpida, che ne denota, alter ego dell'artista, un amante o altrimenti amatore senza pregiudizi, nell'atto impudico d'un riconoscimento d'amore, rivolto alla partner (non ci deve importare se reale o irreale), assoluto nella sostanza. In La gonna rossa, a pag. 45, tale si rivela: «M'inginocchi ai tuoi piedi/ a baciar quel punto// dove la fonte/ del tumultuoso desiderio/ ha origine», abilmente ed eloquentemente rappresentato, nella versione grafica, dalla matita del giovane (trentenne) Matteo Temporin, coautore dei bozzetti illustrativi delle contestuali composizioni poetiche.

Alla Bellezza, Incanto, nonché L'incontro, rispettivamente di pag. 35, 43, 54, emblematica trilogia di massima sintesi poetica (non a caso sono state così ben spalmate nell'imbottitura del libro), costituiscono una sorta di passe-partout del limbo terreno (passerella protesa al paradiso che si spera Iddio voglia concedere, per meriti artistici, ai poeti) per accedere all'immortalità dei grandi personaggi della letteratura, a prescindere dalla reale, casuale fortuna che l'autore potrà incontrare nella sua esistenza, che gli auguro peraltro ancora longeva.

La libertà della poesia di Rimessi, tenuemente agganciata alle più amene reminiscenze leopardiane (che fanno, come penso potranno fare in futuro, condiviso testo anche nella letteratura contemporanea), e che del resto dà un'indiscutibile impronta ad uno stilema, non è avulsa da tentativi di ripristinare – o comunque di sperimentarne una differenziazione –, classici motivi sonettisti. Solo raramente, infatti, appaiono gli imprescindibili endecasillabi nei tre specifici prototipi di sonetto dal poeta proposti (La gonna rossa, Con te che per nome…, Armonie perdute, alle correlate pagine 45, 52 e 58). Per non parlare della rima: nel primo dei citati sonetti è assolutamente assente. L'esperimento piuttosto che sottrarre valenza alla poesia ne rende maggiormente appetibile l'analisi, implicando ulteriori critici aspetti tutt'altro che da sottovalutare.

Recensione
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