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Intermezzo

Originalissima quest’ultima raccolta poetica della ferrarese Gabriella Veroni. Nel formato del suo contenitore e nella sua più completa modalità espressiva, sia in rapporto al linguaggio sia in rapporto alla scrittura.

Quanto al raccoglitore, la forma è quella d’un bloc-notes di media dimensione, cm. 11,5 x 15,5, all’interno del quale sono collocati quarantadue ameni componimenti e tre bucoliche (in perfetta sintonia col contenuto letterario) fotografie scattate nei dintorni del Santuario della Madonna del Poggetto, alla periferia di Ferrara.

Circa poi l’espressione, si tratta d’un contesto di liriche ambientate esattamente nella concomitanza spaziotemporale del suddetto Poggetto, coltivate nell’arco di sei mesi, nel periodo 2 giugno-3 dicembre 2011. Tutte accuratamente immortalate, oltre che in una data, nella loro precisa collocazione oraria. Da cui risulta che molte delle quali sono state scritte in orari notturni e/o alquanto mattinieri. E direi che il titolo che identifica la raccolta possa essere invariabilmente inteso sia come metafora sia come realtà, avendo sempre in riferimento il tempo. In quanto le composizioni, dall’estroverso, inconfondibile carattere campestre – come s’era anticipato –, compenetrano il mistero del tempo congelato nell’istante che coglie l’afflato poietico del verso. Sì che la sensazione di lettura – sempre di facile interpretazione – sembra essere condensata nell’esatto preludente istante cognitivo del farsi poesia, inteso come lampeggiante atto fotonico. Tanto che l’intermezzo paia farsi itinerante realtà già nell’immediato istante del delinearsi a concetto.

Si sarebbe tentati d’interpretare questa tipologia poetica, affidata alle agresti meraviglie della Natura, come un ripensamento delle egloghe virgiliane. Nel senso che il dialogico canto amebeo del grande poeta latino verrebbe ridotto a più pacato monologo, peculiarità appunto, qui più che altrove, della poesia della nostra autrice.

L’intermezzo, che si ripropone di volta in volta, pagina dopo pagina, è anche il gioco cromatico nel quale sono scritte le parole. Analogamente, così, all’estemporaneo, fulmineo quanto creativo, cartesiano “cogito”, ripercorribile pressoché in tutte le poesie che coniano la raccolta, è dato diverso colore alla singola e – proprio per l’originale modus che ne struttura forma e contenuto – singolare scrittura.

Le pur varie tematiche si riassumono comunque nell’unicum filosofico dell’ossimoro d’un tempo “croce e delizia”, che scorre via, «di un tempo | smarrito fra dolci colline | […] fruscio di stelle filanti | fra l’ombre dei cipressi».

Ma istigatrice d’un tale genuino e solare ragionare è in primis una ricercata solitudine. È di fatto ‘il silenzio’ l’autentico metronomo che scandisce la serena dimensione dell’intermezzo. È nell’intermezzo che, come l’omonimo intercalare televisivo d’altri tempi, nel succedersi delle variegate schede di storici luoghi accompagnati da un’arpeggiante aria musicale, trova sfogo il silenzio, nelle veloci evoluzioni del ricordo e, con esso, della nostalgia, della malinconia… del dolore d’un’ancor recente dipartita («come potrò stare | senza l’immoto | silenzio!»).

Giusto nell’ipnotica silente marea che fluisce nella mente della poetessa – piuttosto che nell’implicito dire della poesia («stuzzica il silenzio | la tua voce») – sta la rievocazione della figura del marito, del suo Giancarlo.

Non per niente anche in quest’attuale pubblicazione, come già fu in Di te e di me (Este Edition 2009), l’illustrazione di copertina è la riproduzione di uno dei molteplici bei quadri che il defunto marito ha lasciato in lodevole eredità all’arte. Azzeccato connubio, molto ben quadrato col modulo poetico della consorte Gabriella. Matrimonio non solo civico, e perciò terreno, ma perpetrato nell’imperitura idea d’un’Arte multipla riducibile ad unica unità, che lega Gabriella e Giancarlo in un ulteriore vincolo attinto dall’eternità.

Recensione
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