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…io sono il figlio del vento, titolo della silloge, della prima parte e dell'eponimo componimento, esprime l'identità interiore dell'autore, il suo forte vitalismo. Opera prima che, purtroppo, rimarrà unica, in quanto excursus postumo degli scritti, in poesia ed in prosa, di Marco, mancato, in un incidente stradale, presumo, con la sua amata Harley Davinson. Aveva appena ventisei anni.

Il libro è un dono alla memoria, offerto dai suoi cari, patrocinato dall'Assessorato alla Cultura e alle Politiche Giovanili del Comune di Prato, dove viveva Marco, e dall'Associazione Culturale Pratese "Il Castello". Il ricavato della vendita sarà devoluto alla Fondazione Niccolò Galli Onlus di Firenze, all'Operazione Mato Grosso nonché, un 10%, all'ENPAS, per il canile di Prato.

L'interno del libro, organicamente suddiviso in due parti, ciascuna di tre sezioni, è arricchito da un realistico supporto di fotografie di Marco.

Effettivamente, come sostiene Nicoletta Corsalini nell'eloquente introduzione, anche laddove i testi non sono più propriamente versi, mancandone l'adeguata forma, la performance poetica è evidente. Prosa poetica, talora addirittura testo teatrale, pregna di un esistenzialismo raro, difficilmente intravedibile in altri autori. La morte, ahimè, ha il fiato sul collo del giovane poeta. Un sentore che non poteva non essere in diretto contatto con la sua anima. E la poesia, anche nelle contingenze diversive, amorose o comunque estranee al concetto vita-morte stricto sensu, è espressione di un'embrionale, incipiente elevata caratura del poetico. Marco Michelini aveva la poesia nel dna e ne coltivava un raro germoglio, spontaneo, genuino, direttamente attinto dal cuore e dallo spirito. Apparentemente, non si doveva preoccupare d'una ricerca di stile. Forse scriveva solo per se stesso, per un'esigenza di natura intimistica. O forse no. In tal caso, probabilmente, alla lunga avrebbe rivisto la scrittura, la forma, la struttura, certamente migliorandole.

In L'altro mondo sconosciuto, alle pagine 82-83, si assiste ad un tipo di narrativa infarcita di poesia. Lì la dimensione parallela alla realtà assume la metamorfosi d'un fantastico che, nella sua incipienza (in quanto chiaramente appare il rimando ad altro momento creativo), è comunque indicativo d'una grande idea.

Specialmente la prima parte è un'autobiografia dell'anima, scritta in un presente lettore del futuro anziché del passato. Già Volando lasciavo il corpo, titolo di uno dei componimenti, è indicativo del presentimento della morte. E, insieme alla conoscenza del subcosciente per l'imminenza della dipartita, «sotto quella fredda lapide di nero granito, un cuore batteva per finire di morire», cfr. Folle pensiero, p. 23, esterna l'elevata metafora (tremenda, se ci si pensa bene) del dopo-trapasso, della memoria che, nel trascorrere degli anni, va facendosi via via più rarefatta.

Recensione
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