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Don Sergio Vincenzi, cappellano d’ospedale, ormai è un habitué in particolare dell’Este Edition, avendo pubblicato diversi lavori, alcuni dei quali dal carattere squisitamente ironico (Degenti contenti I e II, 2006 e 2007; nonché Racconti velati dalla nebbia, 2006).

Ed è con analogo spirito che il nostro prete-scrittore ha voluto stilare quest’ultima raccolta di racconti, che, invero, stanno a mezzo tra il saggio (lo stesso Vincenzi lo ammette) e la narrativa, supportati, anche all’interno, da elementi d’archivio del fotografo Dino Marsan.

Una pubblicazione tendenzialmente autoironica. Così che, nel confronto con le sue tre opere or ora citate, la presente evidenzia la sostanziale differenza di aver subito uno spostamento dell’obiettivo ironico dagli "altri", o, volendo essere in sintonia d’onda con la veste talare dell’Autore, dal "prossimo", a "se stesso". Si badi bene che non sto parlando di uno stupidario ridanciano, bensì di una nitida, persuasiva nonché gradevole performance in sintonia con una piacevole, diversificante filosofia di vita.

Spesso sono messe a fuoco occasioni quotidiane anche non piacevoli, a volte persino spiacevoli, fanciulleschi comportamenti quanto mai reprensibili. Ma la sincera, onesta versione di un poco gratificante fatto, riferito comunque sempre ad accadimenti dell’infanzia, è presentato e rivisto col dissacrante tatto dell’uomo di chiesa, di consacrata maturità, che sa esattamente quanto la singola giornata sia contornata di maligne insidie e di diabolici adescamenti.

È don Sergio, nella nota in quarta di copertina di sua firma, ad esprimerci la giusta dose degli ingredienti specifici e speciali che fanno del libro una mescola di validissime emozioni. Ferrara, luogo natale dello Scrittore, proprio perciò è «città magica, con le sue […] luci e i suoi profumi […] sempre sentita come la casa […] che ben conosci e dove ogni luogo ha un ricordo […] momenti di vissuto che tornano a distanza di tanti anni e continuamente te ne propongono di nuovi, sempre vivi ed intensi».

Il libro (lo dico soprattutto per chi non conosca bene gli scrittori di Ferrara) potrebbe essere visto come la naturale integrazione di Via Vaspergolo, opera d’altro celeberrimo sacerdote, appunto, ferrarese, prematuramente scomparso: don Franco Patruno.

Neanche a dirlo i luoghi più celebrati sono via Ripagrande, piazza Ariostea, borgo San Giorgio, il centro storico, e le vie Terranuova, Savonarola e Bersaglieri del Po.

In quella che definisce "archeologia del cuore", il prefatore, Mario Rolfini, focalizza, a fine analisi, un’ulteriore verità, il «riscontro di una luccicante ma spesso vuota e disumana "modernità"», cfr. p. 6.

Recensione
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