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La pubblicazione in questione, un’ulteriore raccolta di favole, di Federico Garberoglio, musicista, cremonese di nascita e ferrarese d’adozione, è, nella sostanza la conferma d’una mente fervidamente applicata alla fantasia, la cui propensione alla fiaba è incredibilmente alta.

Quattro brevi favole (Il paese della gente bella, da cui è attinto il titolo del libro; Il lupo di mare; Vespertilio story; Il cimento dell’invenzione) dal taglio essenzialmente intellettualoide. Volutamente, sia beninteso. Parlo in special modo degli ultimi tre, pur includendovi anche il primo, che, a mio avviso è il migliore, per compiutezza finalistica, di questa quaterna.

Circa il secondo, lo scrittore, nell’irruente, dinamica genesi della fabulistica trama, giunge a concepirne addirittura tre titoli, e tutti e tre li affibbia nella versione finale proposta ai lettori. Sicchè, oltre a Il lupo di mare, col quale è citata nel sommario, la fiaba di pertinenza è presentata anche con Il lupo perde il vizio ma non il pelo e con Superior stabat agnus. Poco male, anzi bene! È un triplice elemento, un quid aggiuntivo, che rinforza il corpo allegorico della fiaba. E che, se mai ve ne fosse bisogno, aiuta il potenziale lettore a rintracciarne tutti i possibili significanti. Di più, vorrei azzardare l’osservazione che il lupo, nella circostanziata vicenda fiabesca, capovolge, a ben vedere, la fiaba per eccellenza, quella di Cappuccetto Rosso. Non nella morale, ma certamente negli interpreti, considerando il dualismo lupo-uomo o, più in generale, bestia-essere umano. Ed ancorché si volesse far accedere la fantasia della fiaba alla realtà, facendone accostamento ad un aneddoto nel contempo mitico mistico e storico, cioè al famoso dialogo di san Francesco col lupo, la conclusione potrebbe essere comunque la medesima.

Quanto alla terza ed alla quarta fiaba, sia Vespertilio Story sia Il cimento dell’invenzione, soprattutto avendo riguardo a quest’ultima, pur apprezzandone lo spirito d’ironica fantasia che ha suscitato nello scrittore l’input, e poi la finalistica elaborazione delle singole trame, penso che se, invece d’essere lo scrivente a fare la presente disamina, fosse, non dico un prete, ma già una persona tendenzialmente più bigotta di quanto non sia io, con buona probabilità, le giudicherebbe blasfeme. Perché, nella genuina, incolpevole, involontaria verve del Garberoglio, sicuramente ispirata dalla buona fede, una sottile, celata irrisione nei confronti del protagonista, un Dio creatore-ciarlatano, accompagna i due racconti.

Recensione
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