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La Grande Guerra Futurista
World War I – Centenario 1915-‘18

Questo fresco, ennesimo e-book collettaneo, voluto, curato e diretto da Roberto Guerra, carinamente dedicato ad Umberto Boccioni ed Antonio Sant'Elia, vittime ed eroi della prima guerra mondiale (illustrissimo pittore e scultore il primo – Reggio Calabria, 19 ottobre 1882 † Chievo/Verona, 17 agosto 1916 – ed architetto d’ottimo livello il secondo – Como, 30 aprile 1888 † Monfalcone, 10 ottobre 1916 –, ambedue influenti esponenti del futurismo italiano), vuole essere un primo approccio per la rievocazione, nel centenario, dell’evento bellico della Grande Guerra. Così si definisce il primo conflitto mondiale.

Opera che andrebbe a collocarsi nella letteratura storico saggistica. Ma, apportando, secondo uno schema ad hoc, un impulso diversivo, affatto innovativo rispetto agli altri similari contributi in materia per analogia di collocazione storica, crederei essere lavoro altrimenti inquadrabile. Si tratta d’una ricerca incentrata sull’elemento soggettivo piuttosto che su quello oggettivo.

Dove la seconda tipologia di ricerca, la più tradizionale e canonica, inquadra, con perfetta attinenza e nella millimetrica dinamica dell’epoca, l’autentico, imprescindibile scacchiere degli avvenimenti bellici che tale storia in sé richiama, a emblematica definizione d’una inconfutabile sequela di atti e fatti geometricamente delineati sul doppio piano d’una notoria geografia e d’un’altrettanto nota datazione, atti e fatti schematicamente articolati dal lato delle variegate determinazioni strategiche ed operative che, in termini umani, tutt’oggi, nello specifico, significano sviluppo ed eco di dolore, morte, sfacelo esistenziale… distruzione, annichilimento.

Mentre la scelta tipologica del nostro curatore premia i marginali, ma non ininfluenti, fattori sociologici che dell’epoca ne configurarono una globalità più genericamente umana, dalla quale invece è estrapolabile un più felice repêchage d’idee, valori, umori e quintessenze. Vale a dire che, con la presente performance letteraria, il cui genere lo vedrei collocabile tra la “varia” o “miscellanea” anziché tra gli schemi della saggistica (proprio per questa sua espressione sui generis, improntata al soggettivo), Roby Guerra, sempre in forza della sua caratteriale sistematicità ad affrontare le insidie dello scrivere avvalendosi della fattiva, diversiva, alla fine addizionale, collaborazione d’un certo numero d’intervistati all’altezza della situazione (sia criticamente sia sociologicamente), è riuscito, anche in un settore così scabroso e specialisticamente poco flessibile, a porre una sua condizione ricostruttiva della storia. Storia questa volta ripercorsa tramite consequenziali abboccamenti non direttamente collimanti con le didattiche pagine dei manuali o di quelle istituzionali degli annali (che la storia ricostruiscono abbastanza realisticamente in sintonia con gli eventi cronologici), bensì per altri introspettivi aspetti, comunque congruenti e semmai esaustivi. Sorta di specola dell’obiettività umana, tendente, se vogliamo, ad alleggerire la disperazione di frustranti battaglie cruente, di tetra necrologia e di perniciosa, obbrobriosa commemorazione, rendendone un originale mix d’altre pertinenti affezioni.

Roby Guerra, in simbiosi con letterati di calibro elevato, riesce a fissare l’obiettivo dell’analisi sulle più late tematiche che certamente furono necessario corollario ai principi belligeranti che caratterizzarono (e lo caratterizzano tuttora, a perenne memoria) il primo conflitto mondiale. Parlo degli scrittori: Graziano Cecchini, Vitaldo Conte, Sandro Giovannini, Paolo Melandri, Antonio Saccoccio, Pierluigi Casalino, Gianluca D’Aquino, Daco, Antonio Fiore Ufragà, Luca Calselli, Zairo Ferrante, Giuseppe Manias, Maria Antonietta Pinna, Riccardo Roversi, Gennaro Russo, Luca Siniscalco, Fabio Scorza, Luigi Sgroi, Stefano Vaj, Giuseppe Vatinno, Vanessa Pignalosa, Gennaro Russo, Lorenzo Barbieri, Alberto Ferretti, Paolo Giardini, Marco Tani, Filippo Venturini. Con tali nomi Guerra allarga addirittura la cernita degli interventi, rispetto alla sua consueta dimensione antologica delle adesioni. Soprattutto, non disdegnando di concedere spazio alle giovani leve.

Ne emergono, alla fin fine, movenze plurime alquanto interessanti, condivise e, per consolidamento documentale, inequivocabilmente degne di civico apprezzamento.

Ecco allora che l’Arte, proprio quella con l’iniziale maiuscola, a fianco delle memorabili gesta di Italo Balbo (autentico, genuino argomentare allacciato al tradizionale linguaggio dello storico, anzi espressivo d’una criticità più attuale e viva, sul quale Guerra esprime rammarico per la trascuratezza, o meglio l’incuranza, dei concittadini politici ferraresi), assurge a piatto forte della pubblicazione (cfr. L'aeropoeta Italo Balbo – 1996, attigua alla sua anticonvenzionale Premessa in libertà, la quale evidenzia, fin dall’inizio, anche per chi non conoscesse Guerra, la sua minuziosa militanza tra le fila dell’avanguardismo, dalla pedissequa matrice neofuturista).

Naturalmente è il futurismo il fulcro attrattivo. Non potendo che essere così, viste le sue dirette implicazioni con la contestualità di allora. Un futurismo che, forse inaspettatamente o forse per istintiva, nerboruta contrapposizione a quell’epoca, che si vorrebbe volentieri cancellare dai libri scolastici, ancora oggi, con multiformi varianze, sembra non arrendersi alle avances della creatività, sbucando or qua or là in tutte le forme del cimento dell’estro, preziosa filigrana di banconota che, se non si notasse in controluce, il suo contenitore non assumerebbe alcun intrinseco ed effettivo valore.

È precisamente avendo in pugno l’essenza storica ed ideologica del futurismo che mi piace concludere avvalorando uno dei presupposti essenziali insiti nelle implicazioni d’una continuità postfuturista. Ossia: se il futurismo, all’atto della sua affermazione, fu (dovette o volle? il che sarebbe da scoprire con un’appropriata indagine; non per niente s’insinua nel titolo di questo lavoro la domanda “Futurismo o Fascismo?” a proposito, e giustappunto, della puntuale vicenda Italo Balbo, com’è nel sagace richiamo del curatore) parte attiva e partecipativa del bellicoso scenario dell’epoca, oggi, nella sua potenziale impronta, proiezione d’altre, infinite, avanguardistiche propensioni dell’arte, il neofuturismo ha per fondamento e mira una più utopistica riappacificazione globale dell’umanità. Utopistica, ma sempre meno: occorre solo crederci più intensamente! Ora, essendo cambiate le finalità ideologica ed istituzionale dell’Italia, e più in generale del Mondo, il futurismo è volato da una mentalità destrorsa ad un’altra diametralmente opposta, o quanto meno intenzionata ad apprezzare altre politiche non esclusive ma concorrenti, aperte ad una democrazia originariamente negata, minata in partenza, tale era quella fascista, che lo vide nascere e crescere. A mio avviso fu proprio il fascismo a pensare al futurismo, di concerto con le aspettative delle arti emergenti in tale frangente storico. Talché, se alle origini del futurismo è statisticamente provato che vi fosse una strafottente tendenza alla trasgressione, oggigiorno è ancora più attendibile pensare che, esattamente agli antipodi, sia la totale apertura alla tolleranza il suo leit motiv. Accogliere qualsiasi movenza concettuale, sia ideologica sia oggettivamente scevra da qualsiasi riscontro in tal senso. Purché nel rispetto delle diversità. Il futurismo oggi (quello che ne è scaturito col trascorrere dei decenni) tende le sue braccia a chiunque voglia essere espressione di innovazione e di originalità. È un aprire le braccia al prossimo, in vista d’una pace universale, definitiva. Quella Premessa in libertà, subito accompagnata dall’indicazione Nota “tecnicosa”, indici coi quali Roby Guerra infonde coerente smalto alla pubblicazione, denotano perfettamente questo liberale, espansivo atteggiamento ad accogliere ogni contributo che non sappia di stantio o di verminazione… d’ossessionante claustrofobia.

Recensione
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