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La guerra di Hitler. Da Monaco 1938 a Ferrara 1943

Non ha certo necessità d’una prefazione quest’ultimo magniloquente saggio storico di Alessandro Roveri, trattandosi di materia già più volte da lui masticata, quando insegnava Storia moderna e contemporanea all’ateneo ferrarese (in pensione ormai da parecchi anni), e per di più avendo egli pubblicato molte altre opere similari (quattro solo con questa stessa editrice). Gli è sufficiente piuttosto una dosata, eloquente Introduzione, cfr. pp. 5-9.

Vestito dei panni di un’impropria metafora (metafora-non-tanto-metafora) d’un fatto personale di Hitler, lo storico propone un excursus della seconda guerra mondiale. A partire dalla sua genesi consistente sugli accordi truffaldini da parte della Germania dell’epoca nei confronti delle principali potenze militari europee (“Capitolo 1. Monaco, settembre 1938: / Londra e Parigi gabbate”, pp. 11-26), sorte che nel torno di poco tempo toccò anche all’Italia mussoliniana nonché alla stessa Russia, e fino a giungere all’eccidio ferrarese del 1943, che, per la nostra Penisola, segna anche l’emblematico declino della Repubblica di Salò, ma soprattutto della costituenda Repubblica fascista, a discapito dell’allora regime monarchico dei Savoia. Metafora solo apparente, evidentemente: ad Hitler è di fatto palesemente attribuita la responsabilità del secondo conflitto mondiale.

Due principali fattori hanno spinto Roveri all’elaborazione della presente opera: la «scoperta dell’importanza storica dei fatti di Ferrara del 15 novembre 1943»; e la «pubblicazione in Germania del diario [di] Friedrich Kellner, funzionario giudiziario antinazista di Magonza e Laubach [che] per tredici anni, dal 1933 al 1945, è rimasto solo in mezzo alla gazzarra nazista dei suoi connazionali […] e nulla sapeva dei tentativi di eliminazione fisica di Hitler compiuti dall’alta aristocrazia militare tedesca e dai circoli monarchici conservatori», cfr. Introduzione, p. 5.

I salienti passaggi che le oltre duecento pagine articolate e di rado altresì diversive (in quanto ai limiti del divagante) rievocano, avvallati, capitolo per capitolo, dalla solidità d’un supporto di ben 537 note, e che riguardano l’Italia (quasi tutte, eccetto unicamente quelle dei già considerati Capitolo 1 e Capitolo 3) sono riferibili al: “Capitolo 2. Il patto d’acciaio”, 27-42; “Capitolo 4. La fine della non belligeranza italiana”, 53-73; “Capitolo 5. L’Italia vuole spezzare le reni alla Grecia”, 74-89; “Capitolo 6. Guerra e sconfitte dell’Asse in Russia e Libia”, 90-121; “Capitolo 7. Il crollo del fascismo e la riscossa sovietica”, 122-159; “Capitolo 8. Il governo Badoglio”, 160-184; “Capitolo 9. La guerra civile. Gli inizi e i fatti di Ferrara”, 185-206.

Il libro è dominato, senza soluzione di continuo, da una pressoché perfetta scrittura appagata da un linguaggio altrettanto elevato, dal quale inequivocabilmente si evince la grande conoscenza ed analitica, specifica preparazione di Roveri. Non un capitolo che non riporti, al di là dell’onnipresente costruttiva, intelligente critica (talora nel senso della piena o parziale condivisione, talaltra nel verso opposto) nei confronti degli storici di volta in volta citati, l’autoritaria traccia della coerente, ogni volta ampiamente giustificata opinione dell’autore, modus operandi costante e quasi sempre condivisibile per argomenti suffragati.

In particolare, Roveri fa sua la tesi dell’arcinoto e defunto (Roma ƚ 2008) regista, ferrarese d’origine (a Ferrara è anche sepolto), Florestano Vancini; tesi adottata per la realizzazione del celeberrimo film La lunga notte del ’43 (tratto dal racconto Una notte del ’43, d’altro indimenticato ferrarese ed ugualmente sepolto a Ferrara, lo scrittore Giorgio Bassani), circa gli antefatti ed il diretto evento dell’assassinio del federale Igino Ghisellini e del più ampio eccidio (Mario Zanatta, Pasquale Colagrande, Giulio Piazzi, Ugo Teglio, Girolamo Savonuzzi, Arturo Torboli, Vittore e Mario Hanau, Alberto Vita Finzi, Emilio Arlotti, Cinzio Belletti) sul muretto del Castello Estense, azioni efferate perpetrate per mano repubblichina tra la notte e la giornata del 15 novembre 1943.

Anche se Ferrara sembra avere un ruolo prioritario, in quanto conclusivo, nell’analisi del periodo storico trattato, il significato del contenuto dell’opera non è da intendersi restrittivamente rivolto ai soli ferraresi ma, facendo parte d’una contingenza che solo casualmente ha, ahimè, coinvolto la cittadinanza ferrarese, e considerata anche l’alta qualità della ricerca (ed anzi soprattutto in forza di ciò), se ne auspica la più larga divulgazione a livello nazionale.

Recensione
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