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La solitudine delle maree

Con quest’ultima silloge Nicoletta Corsalini conferma la sua abilità poetica, pervasiva, ammaliante, che sa esteticamente imporre una sua specifica, molto attraente impronta. Appagando la curiosità di cosciente lettore del fruitore che, generata fin dal primissimo approccio, lo induce poi, nell’atto meditativo d’una sequenziale, immancabile metafora, a fermarsi, soppesandone la portata concettuale; infine facendone gustare l’innegabile qualità. È questo, in primis, l’aspetto più peculiare della poetessa.

Ed è un’ulteriore conferma onnicomprensiva, afferente più genericamente lo stile. Il cui caratterizzante tono esprime uno stilema fissato sulla sintesi, più che del verso (anzi i versi spesso assumono una misura fuori da qualsiasi standard, per una loro parossistica dimensione) dei singoli componimenti. Componimenti peraltro, ancora una volta, in quest’ulteriore raccolta, frammentati in strofe non omogenee nel numero dei versi. Non omogenee ma comunque alquanto similari nella loro unitaria o alterna misura, preferenzialmente distica o ternaria, e talora anche monostica.

Quanto ad impaginazione, l’opera in questione è sezionata in due parti complementari nella tematica (La solitudine delle maree e Invisibili maree) accompagnate, in ambedue le pagine (nella loro totale espansione) immediatamente precedenti, da icastiche, distensive foto di Andrea Morelli. Nel contesto altre due foto (ma incluse in un’unica pagina, piuttosto che su due attigue, però sempre a tutto campo) preludono e chiudono la postfazione. Fotografie molto ispirate, ogni volta immerse nella liquidità d’un mare solitario (privo di presenze, umane o altrimenti animali), nell’elementare, primaria bellezza inclusiva unicamente degli scogli o, al massimo, allargata ad una barca o ad altra analoga, inanimata struttura lignea.

Primeggia, qui più che altrove, l’isolata, scandagliante finezza (originalità in assoluto!) d’una congiunzione, la “e”, prima donna, vera protagonista di questo florilegio. Una “e” presente almeno nella metà delle composizioni, talora indossante le accomodanti vesti d’una più attagliata “ed”. Se non addirittura in qualità di verso a sé, in una decina di casi (pp. 11, 13, 20, 23, 27, 35, 44…). Con uno sguardo ancora oltre: a p. 17 (Dal mare), nella sua benvenuta ridondanza, tale congiunzione assume valore d’ulteriore, più estesa demarcazione, valendo come isolata strofa, autentico atollo in uno specioso ‘mare’, infinitamente allegorico, che è insieme realtà, sinestesia e metafora. Un espediente che lo si potrebbe pensare nel senso d’un tonificante incisivo e nel contempo sospensivo versificare. Avanguardistico simbolo, direi. Qualcosa di capace d’esprimere in maniera superlativa ciò che nell’uso d’un convenzionale scrivere s’esprime con le parentesi tonde, o alternativamente con le due lineette (nella fattispecie dell’inciso), oppure con i tre puntini (nell’ipotesi del periodo sospensivo).

È una “e” d’un’entità tale da esprimere molto bene, a mio modo di vedere, il medesimo fluidificante scorrere delle onde del decantato mare, poiesi e finalità della silloge.

In sé, nella modulazione sintattica quanto concettuale, di questo portentoso mezzo d’espressione v’è l’idea del legame tra il presente attuale ed un presente appena successivo. Quel domani strettamente confinante con l’oggi: continua apertura ad una speranza attigua ad un’esistenza, segnata in prima battuta dal fattore sentimentale, rigorosamente amoroso, navigante sempre in acque assai perigliose.

A ben guardare, infatti, il sostantivo “mare” assomiglia semanticamente, e non poco, al verbo “amare”. Nell’ondeggiante sorte delle maree (su-e-giù, su-e-giù = alti e bassi in imperterrita sequenza) la Corsalini intravvede l’infallibile trend del suo rapporto amoroso, che ogni volta, nel segmento finale, le permette di recuperare il buon esito. Sicché se, ad esempio, a p. 26 (Sembra così stanca la vita) s’avverte quel rinnegante senso esistenziale tale da renderle la vita pesante, subito dopo, a p. 28 (I desideri ), appare una “scia di dolce-amara nostalgia” che è tutto dire, identica all’onda della marea, corrispondente ad un unico, ossessionante ossimoro il cui passaggio da un polo all’altro è icasticamente raffigurabile da una “e” che ne esprimerebbe a sua volta l’univoco, velocissimo legame. Una “e” continua onda (e-E-e-E-e-E-e) che sembra appunto scorrere o, se vogliamo, navigare nella sospensione d’un poetico vento nello stesso, identico segno della solitudine delle maree.

Nel moto silenzioso, appena ansimato, gorgoglioso del succedersi delle onde del mare, la profonda, edificante meditazione della poesia forse non è un univoco appartato momento di raccoglimento bensì sembrerebbe inoltre essere oracolo di vita, sapere di profezia. Di più, potrebbe avere significato d’una forte marchiatura scaramantica.

Recensione
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