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Quest'ultima silloge poetica, La stanza delle rondini, della fiorentina trapiantata a Ferrara Mara Novelli, reca un titolo bellissimo ma, per certi aspetti, ingannevole. Non è ingannevole se si vuole avere un diretto riferimento all'Isola d'Elba, cui si riferisce sia il titolo sia, quale conseguenza del titolo stesso, il delizioso bozzetto che funge da esergo e che illustra un menomo ma illuminato, nel senso d'altamente metaforico, spaccato dell'Isola. Mentre per quanto riguarda i contenuti più intimamente finalistici, giocati sulla doppia falsa riga dell'esistenza d'una filosofica scorreria del tempo, perduto ed in qualche modo vissuto nel suo effimero percorso, il titolo La stanza delle rondini non sembrerebbe avere nessuna concreta affinità. Ad una più aperta analisi, la corsa sfrenata del tempo purtuttavia trova, nell'insieme, un suo legame esattamente nell'opposizione tra la nuda e cruda precarietà della vita, che sembrerebbe emergere dalla silloge, e la più entusiasmante e rinvigorente speranza d'un ritorno, proprio come il ciclico andare e venire delle rondini, che, alla fin fine coinciderebbe con la resurrezione cristiana.

Trentatrè poesie, brevissime, com'è usa fare Mara Novelli, accompagnate da quattro interposti disegni sull'Isola d'Elba di Matteo Bottoni, compongono due distinti mosaici: "Il tempo perduto" ed appunto "Il percorso".

Della prima parte, la poesia "Sconosciuti" direi che rappresenti l’ottimale componimento, allegoria d'un tempo perduto che rende l'uomo alieno rispetto alla contestuale esistenza, sia nel rapporto col prossimo che nelle dirette vicissitudini che nello scarto di tempo sussistente tra il passato ed il presente, nel loro dualistico e realistico svolgersi, si confondono. Un luogo mentale in cui «il tempo fuggendo | ci ha lasciato sconosciuti», cfr. p.21. Ed in questi esemplari versi, a parte la caratteristica impronta della poetessa che costruisce i suoi scarni ma comunque molto eloquenti versi senza lasciare che tra le parole, oltre il minimo punto, vi sia qualche altro simbolo di punteggiatura, ciò che maggiormente risalta (e lo dice, ma con contraria proiezione, Claudio Cazzola nella sua puntualissima Prefazione) è l'ambiguità d'un 'enjambement' che potrebbe esser tale ma che potrebbe altresì non sussistervi affatto («non so parlarti dire | come il tempo fuggendo | ci ha lasciato sconosciuti». Se si trattasse della coniatura del doppio verbo 'parlare-dire', be’ allora non esisterebbe la soluzione della spezzatura; o, più verosimilmente, «dire» potrebbe accompagnare il predicato del verso successivo, ed in tal caso la spezzatura non sarebbe assolutamente messa in dubbio.

È un legittimo dubbio che sorge proprio in forza della mancanza d'una potenziale virgola, che, se ci fosse, e se fosse davvero valida la seconda ipotesi ora appoggiata, lo risolverebbe.

Invece della seconda parte, "Era marzo" mi sembra che sia, per estetica e nondimeno per metafora, la composizione migliore tra tutte, nonché icasticamente identificativa dei contenuti di questa stessa parte: «Odorare la terra | appena nata | come un fiore bianco. | Batte forte il sangue | nelle tempie | a cercare pollini d'amore», cfr. p.25.

Recensione
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