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La strage degli innocenti. Perché Piazza Fontana è senza colpevoli

Che questo libro non sia un semplice saggio stragista, avente ad oggetto in via principale gli eccidi di Piazza Fontana a Milano (12 dicembre 1969, 17 morti e 88 feriti), e Piazza della Loggia a Brescia (28 maggio 1974, 8 morti e un centinaio di feriti), ma non di meno di tutta una più lunga e maledetta serie di attentati dinamitardi minori dell’epoca, è parola degli autori. Di preciso esso vuole essere “il racconto di come alcuni degli uomini più feroci del terrorismo italiano siano sfuggiti alla giustizia” (cfr. Avvertenza, p. 9). È, in buona sostanza, frutto di un’accurata ricerca eseguita “sulle carte delle indagini e dei processi, intervistando protagonisti e testimoni, andando sui luoghi e recuperando altri elementi […] per provare a fare un po’ di luce […] in più” (in ibidem) rispetto alla gemella pubblicazione del 1999, La strage. Piazza Fontana. Verità e memoria, sempre a quattro mani e con la stessa editrice.

Testo esaustivo solo all’apparenza, in quanto l’analisi di specie tenderebbe ad un ulteriore ampliamento, work in progress aspirante ad altrettanta completezza (dalla presentazione del libro presso la libreria del corner Ipercoop “Il Castello”, Ferrara 21 febbraio 2020).

Oltre a rinfrescare la memoria sull’argomento, detto volume mette impeccabilmente, per perfezione di scrittura, efficacia di linguaggio e per congrua struttura espositiva, ulteriore nero su bianco rispetto al precedente del 1999. Assomma un’abbondante contestualità di sottostanti accadimenti parte d’una drammatica, sanguinosa criminosità che altrimenti sarebbe nota solo in superficie.

Dei due autori, Bettin, sociologo, ci regala un’efficace lettura che focalizza a puntino i profili degli stragisti, incentrando il suo scientifico approfondimento sulle singole ispirazioni, motivazioni, occasioni che li hanno spinti ad agire. Mentre Dianese, giornalista puro, da par suo ha cercato di portare a conoscenza fatti anche da lui personalmente appurati, suffragati dalla certezza. Siccome ambedue gli autori hanno avuto l’opportunità di conoscere molto da vicino alcuni degli stragisti, avendo entrambi frequentato il liceo dei membri di quella cellula veneziana, e Bettin, tra l’altro, ne fu pure compaesano, il lavoro risulta ancora più pregevole, avvallato da innegabile sigillo di veridicità.

Inoltre, Dainese, almeno a riguardo di Piazza Fontana, fa chiarezza anche a dispetto del fallace giudicato processuale, che assolse i veri responsabili. E da ciò ha origine il titolo dell’opera, dalla doppia mandata, la quale pone in evidenza, in senso passivo, la croce ed il calvario dei morti e delle altre vittime in qualche modo sopravvissute, e, nel senso attivo, l’impunità dei carnefici, sia mandanti che esecutori. Esito dell’assurda ambiguità d’un principio del diritto procedurale penale (ex art. 649 cpp: “Divieto di un secondo giudizio”) sintetizzabile, per lo specifico, nel truffaldino brocardo ne bis in idem. Di fatto, relativamente al primo eccidio, di Piazza Fontana, la verità processuale è emersa soltanto nella fase dibattimentale della sentenza definitiva su Piazza della Loggia, emessa abbondantemente a posteriori. Oltre quarant’anni dopo il fatto. E purtroppo, avvalendosi dell’or ora accennato principio processuale, una complessa, ben orchestrata serie di complotti e depistaggi perpetrati tramite l’intrusione di taluni apparati dello Stato, militari e non, la verità, pur infine emergendo, ha privato della giustizia, in primo luogo, le vittime e, secondariamente, il popolo italiano. Come non bastasse, il fatto di sangue di Piazza della Loggia, a seguito della stessa sentenza che ne sostenne l’effettiva responsabilità con un’irrilevante condanna, non ha comunque implicato l’arresto di nessuno. Nessuno dei colpevoli ha potuto espiare una pena, dicasi nessuno. Vuoi per sopraggiunta morte, vuoi per seria malattia dei correi.

Corroborandone la documentazione, gli autori asseriscono che la motivazione di fondo, politico-istituzionale, consistette nello “destabilizzare per stabilizzare, con l’intento di provocare una reazione da parte dello Stato”. In tale contesto hanno altresì strappato di bocca a Delfo Zorzi, stragista spietato sul piano psichico e dal punto di vista dell’azione, persona assolutamente priva di scrupoli, una confessione che denota una lucidità aberrante (cfr. p. 200: “questo sangue […] versato sarebbe stato come il concime per un movimento fascista che avrebbe riscattato sia l’Italia sia l’Europa. [… Non] dovevamo meravigliarci del sangue di poca gente [quando] già nella Seconda guerra mondiale, a Dresda, a Hiroshima, a Nagasaki, si era colpita gente innocente, […] dovevamo prenderla così com’era e starcene zitti”).

Non è un caso se il libro parla d’uno stragismo “nero e di Stato”. Nero in quanto perpetrato da membri d’appartenenza a cellule fasciste di Ordine Nuovo; e di Stato per la presenza di elementi deviati dei servizi segreti dello Stato. L’attenzione sulla complicità dello Stato è dunque volutamente accentuata (cfr. § Fascista e di Stato, p. 233). Complicità significativa, prevalente, sicuramente proattiva, quella dello Stato. La prima insidia in tal senso, tentativo volto a dare temporanea copertura ai corresponsabili non ancora indagati, portò verso la pista anarchica (cfr. § “Un che di pista prefabbricata”, p. 26). Oltre a questo primo imbroglio, nell’ambito delle indagini di polizia, furono perpetrati un’infinità d’altri depistaggi. Qualche funzionario fu fatto ingiustamente rimuovere dallo specifico incarico (vedasi il commissario della Squadra Mobile Juliano, della questura di Padova, al quale, fortunatamente, in seguito si dovette riconoscere lealtà e merito). E, nel peggiore abominio dell’azione di depistaggio, s’arrivò addirittura all’assassinio d’un testimone chiave.

In definitiva, al di là delle insospettabili menti, invulnerabili, egregiamente riparate dallo scudo di quella purulenta pustola di Stato marcio e deviato, chi sarebbero i responsabili? Ormai i principali nomi dei fautori delle stragi, fossero ideatori, mandanti o esecutori, dovrebbe essere alla portata di tutti gli Italiani che vissero quella tristissima epoca di morte, di tensione, di terrore. Chi non ha sentito parlare di Giovanni Ventura, Franco Freda, Carlo Maria Magi, Delfo Zorzi, Carlo Digilio? Tutti elementi affiliati a Ordine nuovo. Sono loro i nomi da tenere saldi nella memoria e contemporaneamente da sotterrare nella fossa d’un comune ludibrio, mai pago di disapprovazione e disprezzo, nella speranza che almeno il Padreterno, alla resa dei conti finale, voglia fare giustizia davvero, non degnandoli del Suo divino perdono.

Ferrara, 28 febbraio 2020

Recensione
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