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Marta Malagutti Domeneghetti, ferrarese doc, con l'ultimo romanzo, La vergine e l'unicorno. Polissena d'Este Romei, in forza d'una nutrita esperienza, da emerita veterana qual è, non priva d'un curriculum di pubblicazioni poetiche, crederei opportuno affermare che si sia superata. Penso, con convinzione, che sia, quest'ultima opera, il suo capolavoro. L'ulteriore maturità storiografica e descrittiva, da evincersi nell'intessitura che all'atto della lettura finale appare quanto mai visibile realtà, pur nella necessaria invenzione che il buio dell'interiorità storica richiede, amalgama una narrativa, come di consueto di lungo respiro, superba, degna alla massima esponenza d'apparire in qualsiasi scaffale. Dalle pubbliche biblioteche alle più apettibili raccolte private.

Nella prefazione, un sempre eloquente ed ispirato Claudio Cazzola, tra le sue acute, centrate osservazioni, propone – ed è quanto emblematicamente sottolineato in quarta di copertina – il distacco della personalità dell'Autrice rispetto alla personalità di Polissena, che è, quest'ultima, protagonista ed io narrante.

È tuttavia lampante che l'ottimale gestione contestuale del romanzo, condotto nel senso del più confidenziale diario, magistralmente supportato dalle molteplici divagazioni, in ogni caso prodotte con massima pertinenza tematica, che, tassello dopo tassello, erigono il complesso, e purtuttavia comprensibilissimo, intarsio dei personaggi, alla fin fine sia un'esclusiva da accreditare alla consolidata fantasiosa genialità della Scrittrice. Quindi, okay, d'accordo per Polissena quale personaggio autonomo, altro dall'Autrice; però occorre riconoscere la demiurgica presenza di Marta Malagutti Domeneghetti, mano modellante della trama, dio che sovrasta non solo la biografia della protagonista ma, proprio, la mente del medesimo personaggio.

Tra la consistenza della storia in cui la virtualità di Pollissena esprime la narrazione va inoltre individuata – non è certo una dispendiosa osservazione – la capacità critica artistica dalla quale l'Autrice attinge un plusvalore. Tra i fasti delle "belle arti" di Casa Romei, dei castelli degli Estensi e del conte La Viste, in quel di Cluny, e di altre principesche o altolocate dimore, il romanzo s'impreziosisce di un'ornamentale, decorativa nonché molto suggestiva cornice. Il che rende un maggiore contributo all'affabulazione.

L'intreccio, poi, astrologico-astronomico non è una novità nell'Autrice. Fu già strumentale, magico presupposto di suspence, nella sua precedente Bianca Maria d'Este e l'enigma di Schifanoia, solo per fare un esempio. È facile capire come una "ripetizione" (se tale la si può concepire) possa essere ugualmente (nonostante la ripropositività) benaccetta nell'organizzazione del romanzo, posto l'analogo periodo medievale (1400-1500) in cui la Scrittrice è solita datare i romanzi, ferma restando la prevalente ubicazione nella topografia di Ferrara, quale altro punto fisso.

Nel surreale plafond di un'epoca storicamente priva di trasparenza, semmai all'insegna della malatrasparenza di sortilegi, malefici, magie, imbrogli, non esclusi venefici intrugli, dove un Pellegrino Prisciano si muove tale e quale a Mago Merlino, ancora una volta la Nostra, col tocco di bacchetta magica d'una fata, e con l'intensa passione della circostanza, assorta medium della scrittura, rievoca antichi fantasmi, sempre al femminile (si vedano le sue eroine Marchesella, Olimpia Morata, Marietta, Cubitosa e l'appena menzionata Bianca Maria), che agli incantati sensi del lettore, infatuati da tanta creativa abilità, affollano, oggi come allora, vie e palazzi, ed occupano baldacchini e carrozze in un'altrettanto rediviva Ferrara in aperta competizione con le varie signorie medioevali.

Recensione
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