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Cinquantasette anni è vissuta Annamaria Mozzatto, autrice della quarantina di poesie della silloge in disamina. Originaria di Pola, morta a Firenze ventidue anni fa (1989).

Nonostante avesse una cultura popolare (scuola dell’obbligo ed una gran passione per il pianoforte) la lettura di questa, recuperata, raccolta richiede comunque attenta, metodica riflessione, per la profondità semantico-concettuale. È, in definitiva, vetrina di poesia misurata sulla sintesi d’una parola studiata, molto selezionata ed esteticamente alta.

I componimenti, siano essi epigrafici, non escludendo talora una sorta di costrutto epigrammatico, oppure maggiormente sviluppati, e pur non rispondendo al alcun canone né metrico né rimico (basato sulla rima), sono elaborati su una struttura ogni volta diversa ma sempre palesemente geometrica, giocata su un’alternanza del verso estremamente evidente nella sua antitetica consistenza della sommatoria sillabica, ora lunga ed immediatamente dopo brevissima.

Nella sua preponderanza nettamente pessimistica, molto spesso tendente alla dedica e/o alla commemorazione di persone decedute (Maria Maddalena, Micaela, Raimonda, Mary Jane, Malina, Licinia), i versi, ed analogamente le strofe (quando vi sia tale successione), assumono una contorsione a dir poco sinestetica.

Cosa significa? Vuol dire che sia la metafora sia l’allegoria vengono abbondantemente superate da una forma interposta dei concetti, ampiamente traslati, spesso addirittura di difficile, non immediata lettura. Un linguaggio poetico assai lambicato, sì, ma comunque non impossibile da decriptare. Naturalmente, usando molta ma molta pazienza nel rilegare parola a parola e nel riformulare l’opportuna, più schietta sintassi. L’idea esatta potrebbe essere resa con una definizione del tipo: “scrittura semanticamente destrutturante e concettualmente stratificata in una più ambiziosa sublimazione”.

L’anatra selvatica, poesia eponima della raccolta (pp. 34-35), dà, anche nella sostanza, la puntualissima impressione di quanto ora detto circa la tenuta visivamente formale.

Qui, inoltre, le strofe alternano, ulteriormente, una posizione rientrata, valida per la compattezza dei versi nella strofa, ad una posizione esattamente corrispondente al margine sinistro, in modo da sembrare dei grossi musivi tasselli (variabili da cinque ad otto versi) sistemati sulla pagina.

Soprattutto, elemento fortemente caratterizzante questo singolo, quanto singolare, componimento, è la morte una volta tanto fatta pesare sull’animale anziché sull’uomo. L’animale che nella fattispecie risulta rievocato, nell’atto del trapasso, assume le sembianze appunto d’un’anatra selvatica. In essa si suppone, comunque, il significativo, analogo atto finale dell’essere umano. Almeno questa è l’interpretazione che mi è sembrato che la poesia in questione possa richiedere, oltre la sua evidente eloquenza.
Recensione
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