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Le arti figurative nel cinema di Michelangelo Antonioni

Gabriele Macorini s’è laureato in Storia e Critica dell’Arte proprio nella sua Milano, con una tesi di laurea che è riproposta in questo bel libro: Le arti figurative nel cinema di Michelangelo Antonioni.

Pubblicazione che, per l’interesse che ne trae la città di Ferrara, visto che Milelangelo Antonioni era di origine ferrarese, e nella Certosa di Ferrara è stato pure tumulato (Ferrara 1912 - † Roma 2007), le relative amministrazioni provinciale e comunale, nonché Ferrara Terra e Acqua, ne hanno volentieri assunto il patrocinio. Anzi il 2012 marca il centenario della sua nascita, che la stessa città di Ferrara ha intenzione di festeggiare con una mostra, a lui dedicata, al Palazzo dei Diamanti, e che, a causa del terremoto, è stata costretta a rinviare alla successiva primavera.

L’autore tiene a sottolineare che lo scopo dell’originaria tesi, e quindi della presente opera, non è tanto dare un quadro completo sulla cinematografia di Antonioni, bensì di limitarsi ad un’analisi dei suoi legami, colti nel cinema, con le arti pittoriche specialmente contemporanee (cfr. Introduzione, p. 9). Per la cronaca, il medesimo regista amava dipingere. Tant’è che prima di morire si dedicò, piuttosto che al cinema (forse anche a causa della sua grave malattia), alla pittura ed altresì alla letteratura. A quattro mani, in copia con l’amico, poeta e sceneggiatore, Tonino Guerra, di fatto pubblicò il libro intitolato L’aquilone. Ma il punto cruciale è che, sia nella pittura che, nondimeno, nella sua arte cinematografica, emergerebbe la raffinata cultura figurativa di Antonioni. Soprattutto le sue doti poliedriche. Per l’appunto da questa trattazione risulta che, spesso, nel Maestro sono presenti note d’arte informale e di metafisica, assieme ad altre rappresentazioni ancora che si rifanno a varie tendenze e movimenti artistici. L’autore non può non richiamare il fatto che il movimento metafisico si sia consolidato esattamente a Ferrara, città natale del Regista, ad opera di Giorgio de Chirico.

In particolare, secondo Macorini, nell’arte informale, Antognoni metterebbe opportunamente a fuoco il disagio esistenziale. Mentre il tocco metafisico corrisponderebbe a quel senso della solitudine che sta sempre a corollario d’un’esistenza in bilico tra il terreno e lo spirituale, che inevitabilmente richiamerebbe l’alienazione dell’individuo.

Gabriele Macorini nell’Introduzione dichiara che, la finalità della sua analitica tesi s’è viavia resa concreto saggio attingendo dagli studi di: Seymour Chatman, Aldo Tassone, Carlo di Carlo e Giorgio Tinazzi.

Il libro, corredato da oltre un centinaio di fotografie, quasi tutte di proprietà dell’autore, diviso in tre larghe parti di studio – Il ruolo dei paesaggi; L’importanza degli interni; Figure (o manichini) –, nell’insieme consta di ben sette sezioni. Alle preannunciate tre si aggiungono: Prefazione ed Introduzione; Le citazioni dirette di opere d’arte e Conclusioni .

Quanto a Il ruolo dei paesaggi (pp. 15-106), egli sostiene che nel cinema di Antonioni «spesso il paesaggio conta di più degli interpreti stessi, in quanto rivelatore dei sentimenti e delle sensazioni dei personaggi: spesso quello che i protagonisti provano è disagio, solitudine, sofferenza, sentimenti non tanto evidenti sui volti degli attori, ma resi visibili dai paesaggi scelti dal regista (tanto che Antonioni pare preoccuparsi prima dei luoghi in cui girare un film che della vicenda stessa)», cfr. p. 15. E, tra i vari luoghi selezionati dal Maestro, la città sembrerebbe ergersi a luogo d’alienazione per eccellenza.

Analogo discorso vale circa L’importanza degli interni. Quale rievocazione d’una cosiddetta poetica degli oggetti, elemento dell’arte metafisica, atto soprattutto a ripescare l’idea del realismo magico di Morandi (cfr. p. 107).

Di conseguenza i personaggi dei film antonioniani risultano essere semplici Figure (o manichini): «molto spesso […] i personaggi di Antonioni sono inquadrati come dei manichini […] ripresi di spalle». Ne risulta ulteriormente che l’uomo, che dovrebbe essere vero protagonista, invece non è altro che «un essere che vuole parlare, ma che non riesce a comunicare ciò che ha dentro», cfr. p. 164.

Le citazioni dirette di opere d’arte, richiamate a p. 217, non fanno altro che completare la vestitura peculiarmente culturale del Maestro. Però, nel contempo, a mio modo di vedere, considerata la parsimonia in tal senso (i richiami si riassumono in appena poche unità), denotano una grande personalità all’insegna d’altrettanta originalità.

Gabriele Macorini, grazie alla sua interessante tesi, ed a questo conseguente, quanto eccellente libro ha dato un ottimo contributo all’allargamento della conoscenza del già di per sé famoso Michelangelo Antonioni.

Recensione
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