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Questa decina di poesie di Debora Villani, nella doppia versione francese-italiano (sic: è il francese che è tradotto in italiano e non viceversa, a parte l’ultima “Pagina vuota”, data solo in italiano), della collana editoriale “Cinque euro”, è densa di metafisica, grazie all’estroversa proiezione della Poetessa nell’infinito, o, se meglio vi si confà, nell’eternità.

Il presupposto esistenziale d’un uomo infinito (“Infini est l’homme-Infinito è l’uomo”, primo componimento della plaquette), che si arrampica, nel suo aprioristico sognare, all’inarrestabile moto d’un viaggio che a sua volta si perde nell’incomparabile sviluppo del possibile, del “tutto può accadere”, avvia un “concerto”, inteso in tutte le accessibili manifestazioni definitorie, per opportune intramontabili tappe, d’immortalità (“Tableaux immortels-Dipinti immortali”), d’eternità, appunto (“Retour eternel-Eterno ritorno”). “Le jardin dans le bois”, quel giardino del bosco rappresentativo dell’esistenza terrena, che non dava garanzia («Non esisteva | un rifugio»: è l’Autrice che parla volgendosi al passato, come fosse già parte di quell’esistenza eterna degli spiriti) le concede comunque una propaggine terrena, un tentacolare aggancio nella capacità demiurgica dell’arte figurativa. Dapprima nell’espressione della pittura (“Tableaux immortels”), dov’è «angelo | per dipinti immortali». Poi nella stratificata malleabilità della scultura, in cui diviene «pietra | bianca | luminosa» (in “Pierre blanche-Pietra bianca”). Finché, nell’ulteriore indeterminante (in quanto ormai assolutamente non più concretezza fisica, neppure rimasuglio) dimensione artistica della musica, «nel suo splendore | madreperlaceo», pur condensata in «Indimenticabile | orizzonte», s’assottiglia nel medesimo “Orizzonte” (cfr. poesia omonima), alla soglia d’un infinito che a questo punto s’infrappone tra il propriamente fisico ed il meramente animistico: «La notte | sopraggiunge | infinita», nient’altro che il buio, l’oblio. Ed è qui che «Le parole | si fermano» (“Le coucher du soleil-Il tramonto del sole”). Così il ciclo dell’eterno scorrere del tempo (“Eterno ritorno”) attutisce persino la musica: «ritorna | l’eterno silenzio | della natura». Di una vita che abbia lasciato la sua impronta terrena non rimarrà altro che «una pagina vuota». “Pagina vuota” è di fatto l’ultima brevissima poesia d’una già breve ma eterna silloge. A suggello d’un circolare percorso esteso dalla terrestrità all’universale spiritualismo cosmico, inciso col tocco d’una delicatissima quanto profondissima parola poetica, che sa farsi pennello, scalpello e/o arpa, cetra... flauto.

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