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Su questa silloge poetica di Roberta Negroni non posso soffermarmi in maniera così estensiva come s'è espresso il prefatore. Il prof. Franco Cavazza ha fatto un'analisi a tutto campo di ben dodici pagine e mezza, rivoltando i contestuali versi come un calzino, scandagliandone struttura, modulo e persino l'intenzione nell'estro della poetessa. Una prefazione, inclusiva di premessa, suddivisa in sette parti. Sorta di prolegomeni.

Sono una sessantina di componimenti dalla forma volutamente arcaica, la prima sezione, e da una più volubile forma che, da una tenuta alquanto aulica, e via via più soft, si dipana in una versione decisamente moderna. Basta citare la divisione con cui le poesie vengono presentate per intuirne, già a priori, il significato: il ciclo arturiano; liriche di argomento personale; stagioni.

A parte l'ultima sequela, della quale si fa presto ad afferrarne il senso (ed i correlativi componimenti sono appunto uno per stagione, con l'omonimo, preciso, titolo delle singole stagioni), le prime due sono eloquentemente indicative d'un precipuo carattere formale.

Sul ciclo arturiano credo che ci sia ben poco da specificare se non far mente locale sul fatto che si tratta d'argomento cavalleresco, risalente all'epoca dei londinesi "Cavalieri della tavola rotonda", periodo 474-508, cioé d'inizio medioevo. E la struttura delle varie soluzioni poetiche vertenti su tale ciclo, con variazione delle combinazioni metriche, è all'incirca correlativa: elegia barbara, serventese, ballata romantica, rispetto, canzonetta. Più che d'uno stilema si potrebbe parlare, quindi, d'un certo epopeico modus emulativo.

Le liriche di argomento personale dicono già che sono strutturate su una serie di versi alti. Ed è un'innegabile realtà. La lettura ne dà pienamente conferma. Progressivamente, si passa, da una poesia, sempre breve, giocata prevalentemente sulla singola strofa, e calibrata ad una retorica formale, ad una poesia alla fine più dinamica e soprattutto ancora più scarna, costruita sui due-tre versi e persino, in diversi casi, sul singolo verso. In definitiva vi sono barlumi in cui la poesia sa essere viva, talora afferente il cosmo e la sua esistenziale, teleologica e finalistica tridimensionalità. Discorso valevole pure per le quattro stagioni che conchiudono la silloge.

Se, specialmente nella prima parte, arcaica, se ne ravvisano gli effetti ludici, in quanto si presume che la riesumazione d'una siffatta poetica abbia un tale valore, di gioco mentale e scrittorio, nella parte più avanzata del libro, e sino alla chiusura, la sostanza si fa mordente ed alquanto stuzzicante. Risvolto d'una provocazione, rivolta al destinatario fruitore, a cimentarsi a sua volta in un'inevitabile ulteriore approfondimento. Non implicando una semplicistica parafrasi, bensì richiedendo, nel contestuale atto ameno meditativo, un impegno ad andare oltre la luminosa scia appena tracciata – flebile abbaglio –, dalla poetessa. Siamo sulla falsariga del m'illumino d'immenso d'ungarettiana memoria, per dirla breve.

Recensione
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