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Su Licio Gelli non mi sovviene quando né mi rammento circa quale opera ma mi ricordo benissimo d’averlo in passato (qualche anno fa) recensito. Soprattutto ricordo di non aver scritto granché bene sul suo conto. Più che altro perché, in quel contesto, l’autore ce l’aveva, ed in maniera abbastanza marcata, con le Istituzioni, tanto da risultare peso e persino irritante. Invece bisogna dire che in questa silloge poetica, avendo abbandonato quella presa di posizione poco piacevole, sono riuscito ad intravvedere anche degli ottimi spunti, più stilistici che estetici, a dirla tutta. Sì, qualcosa di buono qui, nell’opera in disamina, ho finalmente intravvisto.

In primis devo anche dire che, in questa medesima raccolta di versi, trovo notevolmente evidente una differenziazione estetica tra la prima parte del libro e l’ultimissima. Il positivo, naturalmente, si percepisce verso la fine. Che fa la differenza è in buona sostanza un’acquisita maturità di stile. I contenuti e la struttura rimangono pressoché inalterati.

Circa i contenuti, si coglie il lato caldamente religioso e ben radicato ad un esistenzialismo teoreticamente tendente alla ‘verità’. Verità che, in altri termini, tenendo dovutamente conto della professione di fedeltà alla massoneria, s’identifica, più metaforicamente, in ‘luce’ (ricerca della ‘verità-luce’). Leggasi ad esempio l’ottavo verso di p. 35, in Un’oasi di pace: «io pretendo l’arrivo della verità e di nuova luce».

Al di là dell’afflato filosofico, v’è altresì, altrettanto palese, una foscoliana rimembranza per i suoi cari («non si è mai completamente orfani / di chi ci ha soltanto lasciati un / poco ad attendere quaggiù», A mia madre e mio padre, p. 58) ma soprattutto per la sua donna amata, ancora dopo la sua fisica dipartita («L’Angelo che mi hai dato, mio Signore, / ora non c’è più, è tornato a te, / come da te era venuto. Ha riempito / la mia vita di dolcezza e amore / e io so che nel tuo cielo, / guarda, mi guida col suo amore», cfr. p. 104, L’angelo protettore). D’altronde il poeta l’aveva preannunciata tale sua preferenza tematica, con taglio poeticamente alto e nel contempo pregno di finalismo, in esergo già prim’ancora dell’introduzione di Cartabia: «A Wanda, / in viaggio per l’arrivo». In un «silenzio» che «estende le zone buie della stanza» v’è la prigione che impone il riordino di «troppi ricordi», p. 129, in Desideri ingialliti, e sembra essere questa l’ottimale atmosfera che ispira il poeta.

Quanto invece alla struttura della poesia, si può osservare, con evidenza lampante, una ricerca incentrata, comunque, sul gioco delle quartine. Un geometrico gioco, sostenuto da una pseudo metrica, calcolata sulla simmetrica lunghezza delle parole e non nel numero delle sillabe. Ed è morfologicamente preclusivo, nel senso che, pur nel segno delle minime varianti, ama adottare le sette strofe. In ciò, nel continuo riferimento al numero sette, il rito simbolico del religioso è troppo condiscendente alle evangeliche scritture, così com’è troppo incline a richiami totemici. Il profumo del tempo, a p. 33, anticipa, o in ogni caso disvela, la soggettiva portata sacrale della poesia: «di certo è cosa sacra quella che vibra nel cuore».

È un idealistico inseguire, quello di L. Gelli, confini senza spazio né tempo («Sono una rondine che cerca spazi senza confini / e migro nell’ignoto cercando occasioni perdute, / così rotolo come pietra risucchiata dalla risacca / mentre l’anima rincorre i sogni fuggiti da tempo», cfr. p. 39 in Le amate ombre. In altre parole, ormai al poeta altro non resta che attendere la sua ora e, nel frattempo, lasciarsi vivere (o morire), nella solitudine degli uomini, tramite i suoi versi medicinali.

Recensione
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