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L'autore, ventitreenne, è alla sua seconda pubblicazione, sempre in veste di narratore. Due anni fa aveva pubblicato, per gli stessi tipi editoriali, Taras. Rispetto ad allora il giovane è notevolmente migliorato. Se poi si aggiunge che quella sua prima pubblicazione non era comunque niente male, è presto detto che è uno scrittore di tutto rispetto.

L'opera in disamina, apparentemente frivola (impressione desumibile dal titolo del libro), in realtà rimarca una profondità storico-esistenziale notevole. La complessa, ben articolata e ben concepita trama di questo romanzetto propone intense pagine ambientate nell'orizzonte bellico della seconda guerra mondiale.

I drammatici, sanguigni capitoletti (diciassette più un breve prologo ed un epilogo d'altrettale lunghezza) ripercorrono la strada degli eventi salienti (realmente accaduti ma con protagonisti diversi rispetto agli eroi del romanzo), di battaglie aereonavali nel golfo di Taranto e di scontri terrestri, nel barese e nel napoletano, senza tralasciare taluni episodi ascrivibili ai partigiani ferraresi. Contemporaneamente rievocano l'umiliante esperienza del popolo italiano patita dal totalitarismo mussoliniano. La conquista dell'impero ed ogni altra decisione bellicosa prese a priori, non interpellando gli Italiani, anche nelle minime forme di democrazia rappresentativa, bensì mettendoli al corrente del fatto compiuto, con la loquela demagogica, d'una persuasione unica, del duce, sono elementi di elevata assuefazione per il lettore, abituato com'è a vivere in un mondo, l'attuale, dove semmai è la troppa democrazia a coinvolgerlo emotivamente.

A pag. 18 è emblematica la macchietta di Michele, rivolto ad un amico e commilitone. In un momento d'illusoria gioia afferma: "Che bello l'impero, è un sogno!". E l'amico gli rifila l'icastica risposta: "Sì, peccato che la minestra è un bello schifo!".

Oltretutto v'è uno stralcio di love story del protagonista principale, Michele, in concorrenza col suo amico Gianni, inserto nella loro reciproca vicenda, ahimè, finita in tragedia, ad estendere il pathos, rendendo più appetibile l'intreccio.

L'eco del mare è in sostanza la metafora delle stornate abitudini del pescatore Michele (non per niente è chiamato Merluzzo, nella sua casuale attività partigiana), in quanto il mare è "la sua vita, il suo futuro e la sua anima" (p. 8) tanto che, anche a distanza di qualche decennio dall'esperienza della guerra, ogni "istante vissuto sull'acqua marina era stampato in profondità della sua mente" (pagina di chiusura). E quest'epilogo, chiudendo la parentesi aperta dal prologo, racchiude appunto, nella singolare esistenza del principale interprete, il racconto della triste storia fascista vissuta da tutti gli Italiani dell'epoca.

Recensione
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