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L’enigma di Omero

Claudio Cazzola, fino a qualche tempo fa insegnante liceale di greco e latino, ora collaboratore presso il Dipartimento di Studi Umanistici dell’ateneo ferrarese, è, come lo si può agevolmente evincere, lo studioso più adatto ad un’analisi come questa, egregiamente sostenuta dal titolo dell’opera in questione.

«Se è impresa ardua scovare il nome del calzolaio che ha cucito l’otre dei venti di Eolo, ancora più disperato si presenta il tentativo di offrire una bibliografia completa concernente l’argomento di questo volume», così esordisce, in chiusura, nella sua nota appunto bibliografica (cfr. p. 159) l’autore. Ma per lui questo tipo di cimento dev’essere stato pressappoco un giochetto da ragazzo. Di questo ne sono convinto, conoscendolo bene. Talmente vasta ne è la competenza in materia. E quando si tratti di preparazione, be’, è cosa scontata ed altrettanto ottimale.

   Cazzola si (e ci) scaraventa ex abrùpto, senza tanti preamboli (nessun cenno a superflue note introduttive o ad altre pantomime del genere – la fattispecie del costrutto si percepisce da sé!) nel vissuto d’una realtà ormai abbondantemente superata sul piano cronologico della Storia, ma tutt’altro che superata su quello, sempre intelligibilmente attuale del sapere. Iniziando sostanzialmente un percorso, in tre succosi e non meno appetibili capitoli, che, nel pragmatico disvelarsi dell’enigma finalizzato all’uso del lettore, come quel famoso nonché analogamente mitico “filo d’Arianna”, interroga un redivivo Omero, tramite esemplificativi ed alquanto significativi, sia sul piano della verisimiglianza che su quello opposto dell’epos, squarci di narrazione compenetrata in una invogliante saggistica.

   Non è certo Omero che parla. Piuttosto, del mitico cantore ne emergono mille ammaglianti sirene, estrapolate negli interstizi d’un polveroso ma indimenticato tra-passato, che coincidono con la rievocazione di puntuali (almeno nelle aspettative teleologiche della pubblicazione) messinscene i cui protagonisti sono solamente gli ipotetici, vari Omero, che hanno, nei successivi secoli, dato differenti identità al medesimo (cosiddetta “questione omerica”).

   Si dice che il rapsodo Omero assommi in sé ben sette identità, se mai ne sia davvero esistito uno solo di Omero, tradizionalmente riconosciuto come mendicante addirittura cieco, in base ad una larga collocazione che scorre dall’VIII al IX secolo a.C.. Un personaggio che, spaziando nell’invenzione, dall’appena probabile reale esistenza fisica, arriva a sviluppare una serie d’ulteriori, probabilistiche, identità. Sette, com’è risaputo che siano. Sette s’intenderebbe che fossero anche le città che ne vantano i natali: Argo, Atene, Chio, Colofone, Pilo, Smirne, Cuma o, alternativamente, Itaca (p. 34). Se si dovesse guardare alla versione del Novissimo Melzi – scientifico, s’indicherebbero Smirne, Rodi, Colofone, Salamina, Chio, Argo ed Atene. Comunque sempre sette sarebbero, avvallando la preziosità di quel numero.

   A porsi un paio di domande circa la cecità di Omero ed il numero delle sue tante vite, alla seconda bisognerebbe rispondere che, come i gatti, visti anche dagli Egizi quale forte richiamo religioso e magico, le sette vite potrebbero implicare la latitudine da attribuire quanto meno alla tradizione della poesia greca. Per rispondere alla prima domanda invece occorre affidarsi all’abbinamento “cecità-saggezza”, che di Omero ne farebbe l’ideale, eloquente cultore del sapere di quell’epoca. E non solo! Perché è un sapere che si tramanda nella storia.  

   Tra la sua produzione, di certo c’è che almeno due poemi, Iliade ed Odissea, grandissime, immortali opere epiche, siano a lui attribuibili… sempre con beneficio d’inventario, ammesso cioè che almeno un autentico Omero sia davvero esistito. Sta di fatto che sono opere tuttora nella mente di tutti.

   Si può peraltro dire, a completamento del pathos suscitato dal titolo, che in verità L’enigma non è da intendersi in maniera univoca bensì duplice. Proprio l’esergo posto nella primissima pagina, subito dopo la copertina, ci indica una pista che, pur non essendo apparente, in quanto, lo ripeto, ha un concreto riferimento, ma non è quello principale, pieno, che l’opera vuole sottolineare, mette al fruitore la prima, immediata, comoda sensazione d’avere esaurito, quanto a misura argomentativa, il significato del libro. Nella geniale e stimolante trovata di due versi («”Ciò che catturammo lo abbiamo gettato, / ciò che non prendemmo lo portammo con noi”»), per la sviante chimera del suo singolare significante, il quale significato, sibillino come non mai, circoscritto alle pp. 157 e 158, individua la soluzione nelle pulci infestanti il corpo umano, sta l’incipiente, straordinaria forza dell’abile destreggiarsi tra le righe di Cazzola, che si fa arguto narratore vestendo i panni dell’esaustivo saggista. Detto enigma fu tale per Omero. E, sempre stando al una certa mitologia, gli fu altresì fatale: a causa d’esso, si pensa possa essere deceduto, per non essere riuscito a decifrarlo, lui uomo saggio per eccellenza, che tra l’altro scrisse, nella seconda metà dell’Odissea proprio sul pitocco (p.158).

   Inoltre, e non poteva essere diversamente, quest’opera è latrice d’un esauriente insegnamento delle tecniche e delle correlative strutture della poesia classica, teatrale e dialogica, saliente caratteristica della grecità.

Recensione
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