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La ferrarese Ines Cavicchioli, dirigente scolastica, psicopedagogista, regista ed attrice di teatro, nonché scultrice, non si può dire che, grazie all’esaminanda opera, non sia anche scrittrice, a prescindere dalle sue precedenti pubblicazioni antologiche, tra cronaca, saggistica e poesia. Autrice, dunque, a tuttotondo.

Lunæ, racconto che ne denota in pieno la forte attrazione saggistica, è un elaborato alquanto originale. Come senz’altro originale è, in quarta di copertina, lo smaliziato curriculum, assolutamente in linea con il titolo, che collima, in quanto parabola della trama, al senso finalistico del contenuto.

I nove capitoletti che suddividono il libro in realtà assumono l’apparenza di un’ulteriore sezionamento in tre specifiche parti più ampie e rilevanti, anche se non risultano d’acchito evidenziate. La prima raggrupperebbe i primi quattro capitoletti (“Presupposti“, “Ricordo“, “Incontro“ ed “Abbandono“), rappresentando l’effettivo, unico nodo dell’intreccio. Mentre i tre successivi “Analisi I“, “Analisi II“ ed “Analisi III“ costituirebbero un corpo centrale. Centrale, sì, ma non a sé stante. Infine “Rimedi“ ed “Avanti“ potrebbero essere pensate come una terza parte, per quanto non siano altro che la coda finale, divelta da quella prima parte che poteva, invece, fornire fisiologica unità con quest’ultima.

Chiaramente il là, che pone l’utente nella giusta sintonia intellettiva del percorso narrativo, è rilevabile nella prima ipotetica parte. Lì si è catapultati in un dichiarato dharma, che implica un afflato insito in una specie di “lunatica“ spiritualità in itinerante tendenza, piuttosto che un’emotività etico-religiosa, come invece, dal punto di vista letterale, si dovrebbe appropriatamente intendere - cfr. p. 16. E, sempre dalla prima parte, per un tragitto presuntivamente scientifico, attraverso le tappe d’una memoria-ricordo, e poi d’un’abitudine-felicità ed, ancora, d’una consapevole solitudine, si transiterebbe nella fase terapeutica, che per il lettore assume una funzione diversiva circa la conoscenza del racconto. Diversiva ma non innovativa; certamente, comunque, propositiva d’uno stuzzichevole condimento.

L’esito finale d’una testata (consapevole) solitudine è, a fortiori, il riscontro d’una fobica esistenza basata sulla parossistica, abnorme ricerca d’un definitivo partner maschile, giacché la protagonista è assunta in un prototipo femmineo («Perché è solo imparando a restare SOLA che posso stare in due, senza che la coppia sia un bisogno», p. 73, in “Rimedi“).

Giusto “Rimedi“ è un capitoletto solare, per una sintesi schematica più che eloquente. La pagina terminale (74) propone una forma bifronte dell’arcifamoso decalogo cristiano – mi riferisco a quello di biblica memoria, dei Dieci Comandamenti. Antiteticamente è infatti posto un decalogo per essere felice sovrastante al parallelo ossimoro decalogo per essere infelice.

Citando l’esergo provocatorio d’apertura «Ogni inizio è solo un seguito | e il libro degli eventi | è sempre aperto a metà || Simona Vinci, Stanza 411» è possibile, ed ormai persino palese, agguantare il prioritario significato da attribuire alla divagante infiltrazione di quella che abbiamo supposto essere un’intrusiva seconda parte (“Analisi I“, “Analisi II“, “Analisi III“). Nella terapia è latente l’atto, mai in sé perento, d’un umano ’rinnovarsi’, di una ’ricostruzione del proprio Io’ che, in barba a qualsiasi fase lunare, avversa o non (leggasi: a seconda di come tira l’esistenza), consente di acquisire sempre maggior consapevolezza di sé.

A tal punto il cerchio si chiude senza lasciare nella sua circonferenza una benché minima sbavatura.

Recensione
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