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Oriana Fallaci. Amore, vita e morte nelle sue opere

Nicoletta Corsalini, grazie a quest’ulteriore pubblicazione, dimostra d’essere scrittrice a tutto tondo. Dopo almeno quattro deliziose sillogi poetiche (dal 1999 al 2012) ed una significativa raccolta di racconti (Sassi sulla Strada, del 2014) a quattro mani, con Antonio Ranellucci, in cui è denunciata l’umiliante situazione delle donne continuamente vittime di violenza sia corporale sia psicologica, ora si presenta col biglietto da visita della saggista. E che saggista! di prim’ordine. Affrontando l’ostica, complessa, ma di contro affascinante materia monografica sulla scrittrice, giornalista e narratrice, Oriana Fallaci (Firenze, 29 giugno 1929 / † 15 settembre 2006). Personaggio ormai assurto a mito d’uno spregiudicato scrivere. Querelle tutte le volte di realtà nude e crude, più che mai attuali nel loro scritturale compiersi, frutto di pericolose missioni giornalistiche, di molteplici reportage al cardiopalma. Nell’appropriarsene, la Fallaci in più d’un’occasione ha messo a repentaglio la vita, per cercare di carpire l’ebbrezza d’uno spot sensazionale e, più in senso lato, d’una letteratura avvolgente, confezionando notiziari-narrazioni d’un interesse sconvolgente. Avventure che forse le erano congeniali per innata predisposizione al rischio qualora vi fosse una concreta drammatica realtà da estrarre, come il coniglio da un cappello, dalla penombra d’una cronaca per varie motivazioni affossata, congelata nell’acerbo limbo della storia mancata. Storia ovviamente da intendersi precipuamente, in questo specifico passaggio, come materia scolastica e non esclusivamente quale movente narrativo. «Il percorso umano e artistico di Oriana Fallaci è stato anche un viaggio alla ricerca del significato dell’essere uomo, delle antinomie legate alla sua esistenza, alla sua moralità, all’esternazione dei sentimenti, all’uso della ragione». È ciò che, assai obiettivamente, scrive Nicoletta Corsalini a p. 65, cfr. § 2. Per non morire insieme al sole.

Il triangolo amore vita morte, triplice elemento di studio, eloquentemente sviscerato nel titolo del saggio, è dunque una sorta di metronomo che scandisce un modus vivendi prima ancora che una modulistica di scrittura giornalistica e narrativa. Il vissuto della Fallaci, tra lavoro e passione, ha lasciato ai posteri uno stampo di ‘terrestre eternità’ (la sua vita, sconfinante nell’infinità della memoria), incorniciata, e suggellata dalla sua dipartita, nell’amore, in tutti i sensi (concettuale e materiale), un amore complementare nell’idea somatica.

La Fallaci, a partire dal 1958 e fino al presente, ha pubblicato una ventina di romanzi, anche oltre la sua dipartita (ben quattro postumi). Ed altrettanti rilevantissimi articoli di portata internazionale, scrivendo, tra le varie testate giornalistiche, per L’Europeo ed il Corriere della Sera. Dall’altra parte della medaglia, ossia nel verso passivo che la riguarda, oltre al presente segmento della Corsalini, una marea di opere critiche si sono succedute su di lei, tra virtuale e cartaceo. Una letteratura vastissima se la si rapporta agli appena otto anni dalla sua scomparsa.

Furio Colombo, citato da Nicoletta Corsalini ad ampio, illuminante, molto raziocinante esergo nell’Introduzione, anticipa le più palesi peculiarità, quelle doti che fanno di Oriana Fallaci la scrittrice-giornalista impegnata ed incisiva. Le riassume in: «forza, intelligenza, documentazione, esperienza, bravura, persino femminilità». La sua connotazione, iscritta nel dna, di non voler avere padroni l’avrebbe elevata ad una «parità assoluta», come a voler dire: «provate voi a fare quello che una donna può riuscire a fare, quando s’impegna davvero e quando lotta davvero per farlo», cfr. p. 21.

Inequivocabili i richiami che la Corsalini evidenzia sottolineando l’ambiguità ideologica della Fallaci nell’identificare e soppesare la vita e la morte. Riferimenti talora manifestati in maniera nettamente demarcata ma spesso e volentieri in un modo pressoché coincidente. O quanto meno convergente, decretando l’assorbimento dell’una nell’altra e viceversa. Molto spesso, dal punto di vista etico, con espansioni anche esacerbanti, davvero acide, o se non altro frutto di troppo perentoria, impulsiva riflessione.

Analogamente accade per il concetto di Dio, che si perde nelle contraddizioni sorreggenti realtà effettiva e filosofia. Simbolico il brano che la nostra saggista rievoca dalla letteratura della Fallaci, a p. 59: «Ti ci mettono [al mondo] e basta: se addirittura non pretendono che tu ne sia grato perché “la vita è un dono di Dio”».

Più per esteso Nicoletta Corsalini, coinvolgendo il terzo elemento, preannunciato per primo nel sottotitolo, l’amore, altrettanto primario e basilare nello studio della Fallaci, osserva quanto siano emergenti «i dubbi sull’esistenza di Dio, il rapporto problematico donna-uomo, i diversi e controversi modi di vivere l’amore, la solitudine dell’individuo», cfr. successiva p. 60. Non è un caso che in Penelope alla guerra (ed. 1962) la giornalista si personifichi nei panni d’una Giò (Giovanna) che voleva apparire, anche nel nome, non molto dissimile alla mascolinità.

In detto romanzo oltretutto è anticipata in maniera parossistica la serie di domande, troneggianti come il lampo che prelude al temporale, più nitidamente, esplicitamente poste in Niente e così sia e in Un uomo: «Dimmi, l’amore, cos’è?»; «La vita, cos’è?»; «E la morte, cos’è?».

È allora doveroso far notare come nella risposta riguardante l’amore si possa cogliere l’eloquenza d’una cosmica apertura, esaustiva, onnicomprensiva ed assiomatica: «Ogni amore è lecito quando si tratta di autentico amore». Pensiero comunque pressoché analogo circa le altre due argomentazioni comprimarie, vita e morte. In tutte e tre emerge l’esistenza quale gravitazionale forza cosmica, antropocentrica.

Ma sono tanti gli esempi che la nostra saggista trae dalla ricca letteratura della Fallaci, cogliendo proprio il triplice presupposto dell’analisi in questione.

È oltremodo evidente, e, considerato il temperamento della Fallaci, non potrebbe essere diversamente, come il suo intimo rapporto con il mondo non potesse essere diverso. Si pensi alla sua duplice mancata maternità – cfr. Lettera a un bambino mai nato – ed al suo principale, turbato e drammatico rapporto amoroso con Alexandros Panagulis – cfr. soprattutto Un uomo –, nonché alla sua plurima esperienza di reporter, che in più d’un’occasione vide messa seriamente a repentaglio la vita, fino al punto d’una mancata – in maniera estremamente grottesca, pesantissima dal lato emozionale – fucilazione.

La Corsalini ha evidenziato fin dall’inizio la particolarità principale dello scrivere romanzi della Fallaci, ponendola in un movimento letterario cosiddetto The New Journalism, ch’esordì nei primi anni ’60 in America, grazie a Tom Wolfe, Norman Mailer, Truman Capote, Joan Didion, Terry Southern, Robert Christgau, Gay Talese, Hunter Stockton Thompson ecc.. Movimento che, nella sostanza, sposa il giornalismo alla narrativa. Dando luogo alla genesi del romanzo-reportage, noto anche come Nonfiction novel. Un «narrare storie vere con personaggi reali», cfr. Nicoletta Corsalini alle pp. 25-26. E spesso, nel caso della Fallaci, il suo «romanzare eventi e fatti di cronaca» corrisponde ad una «biografia romanzata», in quanto trattasi di parentesi autobiografiche, cfr. p. 43.

In conclusione posso certificare che la penna di Nicoletta Corsalini, con questo profondo, ben curato saggio, speculazione della totalità degli scritti della Fallaci, ha saputo magistralmente esprimere al lettore la sua immancabile bravura, d’indagine oserei dire ermeneutica. Ben oltre l’esegesi. In un settore della letteratura molto particolare, tanto praticato ma non sempre rispettato a dovere. Sì, v’è riuscita, e benissimo anche. Mettendo in risalto, precisamente a fine lavoro, ossia al punto giusto, ed è quello che mi accingo a fare io, l’idea che «Oriana Fallaci […] attraverso le pagine dei suoi libri continuerà a srotolare domande sull’enigma chiamato vita, su Eros e Thanatos, a tutti coloro che le leggeranno», cfr. p. 296.

Recensione
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