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Queste Parole migranti rappresentano «la possibilità di migrare attraverso l’immaginario in luoghi diversi, senza una meta predefinita, lasciando che sia il cuore a guidare le parole», dalle “note introduttive”, p. 15.

Dalla copertina un evidente insulto alla nostra Patria: «Vietato l'ingresso agli italiani». Era il divieto di frequentare i locali pubblici. Succedeva all’indomani del dopoguerra, anni ’50, in Svizzera. I nostri connazionali, affamati, disoccupati, nell’assoluta miseria, vi emigravano per guadagnarsi “la pagnotta”, come si usa dire. Ma a che prezzo? Umiliazioni, appunto. E per che cosa poi? Per un posto transitorio e spesso nemmeno bastevole per garantire il sostentamento della famiglia che lasciavano in Italia o che si portavano dietro, ed allora dovevano costringerla alla clausura.

Il libro in questione si fa portavoce di un’esperienza patita da una di quei molti Italiani, Giuseppina Graziano, classe 1913, torinese. Dalla dedica, ad esergo dell’opera in disamina, si deduce che si tratta della nonna dell’autrice. Nella parafrasi di diciassette poesiole ci sta tutta la rabbia, la commozione, in definitiva la memoria della nonna, autrice delle stesse.

Poesie di basso strato, banali, puerili, soprattutto ingenue… sembrerebbero tali. Da un punto di vista critico è proprio così. Ma, come ho detto, in realtà sono testi che denunciano la storia di un’epoca ormai fortunatamente andata, abbondantemente superata. Da tali componimenti, come dal cilindro magico di un bravo illusionista, sono smascherate da Barbara Ruella le più vivide ed insperate emozioni e sensazioni. Se ne agguantano gli affetti, i sogni, le cocenti delusioni, le speranze e più d’un briciolo di fantasticheria, la sola capace di far vivere per qualche istante una vita decorosa, degna d’essere definita tale. Tutto ciò è sottratto ad un’apparente insignificanza. Quella dei versi dell’ava emigrata. Grazie ad una convincente analisi psicologica adoperata dall’autrice del libro-documento in oggetto.

Recensione
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