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La raccolta in disamina, della mantovana Marisa Rodighiero, porta un titolo che indica eloquentemente la ridondanza delle parole, specie quando, come nello specifico, talune «emozioni intense» non riescono, in esse parole, a «tradurre l'angoscia o l'estasi dell'anima», cfr. curriculum in quarta di copertina. È soprattutto il dramma della morte di un figlio, l'ultimogenito, ad assurgere a momento di mistica contemplazione poetica, per quanto, giustamente, non si possa cogliere appieno il dolore della madre-poetessa. Purtroppo, solo lei può sopportarne il reale peso. Tuttavia credo che la poesia abbia, possa avere, il significato di un non indifferente sfogo in tal senso. Si scrive anche per questo!

Al di là dell'umana interiore sofferenza di una mamma, vi si devono intravedere ulteriori sbocchi ai fini della pertinenza d'un contesto poetico. Non per niente l'opera è suddivisa in tre sezioni: Il mio mondo; "Principe fragile e selvaggio"; ed infine Un filo di speranza. Ed, in tal modo, vi si addizionano un movente amoroso stricto sensu ed un finalismo più genericamente esistenziale.

Però, in ogni caso la parola chiave, che s'accavalla alla medesima (parola su parola), mi sembra d'identificarla proprio nella morte, nelle sue manifestazioni sempre dolorose e tragiche. Penso innanzitutto a Si chiamava Maria, alla pagina 11, nella prima sezione. Ma altresì a L'amico, di pagina 48, della seconda sezione, tanto per citare qualche esempio. Non è quindi il solo affetto verso il figlio mancato a segnare l'esistenza della poetessa. Si comprende, in extenso, il dolore umano della donna, non solo della madre. Della donna nell'interpretazione più larga, coinvolta nel giogo di un'esistenza che è vista come capolinea del vivere terreno. La morte è colta, quasi spigolata, dalla penna dell'autrice, nei suoi risvolti terminali purtuttavia aperti alla soluzione escatologica, che riabilitano l'idea stessa del trapasso, in forza di un credo che della resurrezione ne addita il senso transfinale, che oltrepassa la carnalità e che di conseguenza meglio supporta il transito della nostra quotidiana esperienza di esseri mortali. Perché la morte, allora, risulta essere una parentesi piuttosto che la nostra fine.

Recensione
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