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La capacità di diversificazione, rispetto alla generalità, che caratterizza Federico Garberoglio nei variegati aspetti delle sue polimorfe abilità (musicali e di letterato attivo e passivo: scrittore, lettore ed editore), in questo libretto è estremamente palese. Anche oltre ogni aspettativa, mia e sua. Ce lo rivela lui medesimo a più riprese nel testo.

Lo conobbi personalmente dieci anni fa. Io, nella veste dello scrittore, che andavo alla ricerca d’un editore che mi pubblicasse il mio finora unico romanzo. Lui, in quella che doveva essere la sua prima veste d’editore, in quanto avrebbe dovuto incominciare proprio con me, con la mia pubblicazione, secondo i suoi presupposti. Non fu così. Pubblicai con altro editore.

Pur condividendo buona parte del contenuto dell’opera in disamina, purtuttavia, per la mia diretta esperienza (che mi sono scontrato dal vivo con quell’ostica, scogliosa realtà d’intenti del Garberoglio, per cui ho avuto modo di capire che tipo di diversità egli rappresenti), non sarei d’accordo in primis su una posizione di fondo: la sua esagerata smania di rendere in nuce ogni contenuto. Visto che lui sostiene che il lettore medio possa presto annoiarsi nella lettura d’un qualsiasi testo, qui ne aprofitto per rispondergli che il lettore sa, se ne vale la pena, coinvolgersi nel contesto del libro; sa entusiasmarsi. È un’ipotesi, questa, che esiste! E molto frequente anche, e fortunatamente.

Capisco, comunque, che l’argomento, ossia quanto esternato nel titolo della sua opera, gli sia stato mero e valido presupposto per poter dire la sua; per raccontarsi; persino per divagare talvolta sull’esistenza; nonché per avere una volta di più uno strumento di avvicinamento al pubblico. Peraltro in maniera coinvolgente. Gliene do doverosamente atto. È fuor di dubbio che si tratti di un autore che sa scrivere. Tanto per rovesciare la tesi che egli non sia uno scrittore. Lo è, eccome se lo è! Se posso però anch’io avere una parola in capitolo, a proposito dello iato tra scrittore ed editore, mi basta solo dire che penso ci voglia, non un po’, ma molta fortuna, molta. Una fortuna sui generis, pilotata dall’opportunità d’un favorevole fatto o, meglio ancora, da un insieme di fatti di cronaca; dall’opportunità proveniente da un qualche potere, politico, sociologico, professionale (come effettivamente sostiene pure Garberoglio)… ma soprattutto dalla deformazione clientelare supportata dal più sistematico, spudorato, iniquo metodo della raccomandazione. Bisognerebbe cambiare la società di sana pianta. È una gara dura, però chissà che non succeda, prima o dopo.

Recensione
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