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Poesia 1962-1966

«Chi era costui?».

Esattamente così s’interroga Don Abbondio nella scrittura di Alessandro Manzoni, nel suo celeberrimo romanzo I Promessi sposi, all’inizio dell’VIII capitolo. Domanda riguardante il filosofo scettico Carneade (Cirene, 214 a.C. † Atene, 129 a.C.), scolarca appartenente all’accademia platonica (Nuova Accademia).

 

Identico quesito sorge a noi spontaneo trattando di Piero Fontana. Non un filosofo ma certamente un poeta che ha saputo concentrare, e calibrare, la filosofia (quella epocale esistenzialista invece di quella teoretica primitiva), nel suo destreggiarsi tra i versi.

Già, perché di lui, della sua vita, dei natali, non ci è dato saperne più di tanto. Sembrerebbe che fosse un contadino (probabilmente di Formignana, comune del Ferrarese): lo si desume dalla nota nelle alette del primo dei due testi summenzionati), dove sul poeta è maldestramente evidenziato l’azzardo d’un avvicinamento al genere georgico. Non si sa quando e dove sia nato. Né se sia ancora vivo. Il che è fortemente improbabile, anche se non impossibile: dovrebbe avere abbondantemente superato la soglia del secolo di vita.

Se sono qui a scrivere su questi suoi libri è solo perché ne vale la pena. Lo merita. Libri avuti per puro caso, risultanza d’una serie imprecisata di passaggi di mano. Testi che ho letto ed attentamente soppesato.

Anticipando, è opportuno dire che le varie composizioni, onnicomprensive delle due opere, nella loro progressiva poiesi, pur presentando tecniche poetiche diverse e stili analogamente vari, vanno assommando una proprietà del verseggiare eccellente, armoniosa e ritmica. Capacità che, se non altro, al di là d’una buona cultura di base, denota grandissima cura, metodica rielaborazione, costante revisione dei testi (labor limæ). Ciò rappresenta solo una mezza ragione a sostegno della puntuale idea della potenza estetica applicata alla poesia di questo fantomatico Piero Fontana. La resa è davvero degna d’attenzione anche in termini di coerenza contenutistica.

Occorre palesare che il primo dei due libri qui in epigrafe funge anche da raccoglitore (IV e V parte) d’uno precedente, intitolato Versi, Formiggini Editore, Roma 1933, pp. 148. Opera che caratterizza perfettamente la tipologia in essa espressa, in considerazione alle risonanze dell’epoca d’edizione. È soprattutto palese la barricata che il poeta ha voluto opporre alla dissacrante striscia temporale del futurismo, attingendo ad una pedissequa classicità.

Direi che il classicismo, quale effetto appunto emergente nel primo contesto, pressoché scontato in un unisono di sonetti, indica la fase di partenza d’un iter tendente al suo superamento, assecondando le emergenti movenze dei susseguenti tempi. Di fatto subito nella seconda parte è scandita una sorta di poesia poematica, spesso diaristica. Poemetti che dilagano in un’analoga tipologia anepigrafe (priva del singolo titolo). Per poi sperdersi ulteriormente in forme più sintetiche, le più diversive, espandendosi in isometrici formulari costruiti a mo’ di quartine e/o terzine caudate, sestine… composizioni formalmente libere, ametriche, ed addirittura anarimo (senza rima). Ma la classicità continua a galleggiare, in ogni caso sostenuta da espedienti originali che la fanno riecheggiare quanto ad immortalità argomentativa. I soggetti trattati sono santi e personaggi tutti dall’imperitura aureola; città e monumenti memorabili, iscritti negli annali del tempo (cfr. “Roma eterna”).

Passando alla seconda pubblicazione, Poesie (la prima della nostra analisi), è evidente l’abbraccio ad una composizione monostica (non più suddivisa in strofe). Pur persistendo la percezione classica incorniciata in certe località, in monumenti, in celebrità insuperabili dalla Storia, se ne intravedono però parecchie scollature. Anche il sonetto, riprendendo improvvisamente quota, questa volta è costruito su un linguaggio che, facendosi molto meno aulico, aspira ad una formula innovativa del poetare. È così, a poco a poco, in maniera quasi indolore, sì e no percettibile, che Piero Fontana s’allontana dai classici. Senza strappi palesi.

Fin troppo lampante è come la sua sia una poesia sempre in sintonia con lo scorrere dei tempi. Anche le dediche, giungono, qui, a centrare il generico invece del primevo sublime. Incominciando a bersagliare il nominativo piuttosto che quel precedente marmoreo effetto d’immortalità.

Intanto, proprio a corollario di tale silloge, e relativamente alla precedente Versi, e quindi ad un riconosciuto senso classicista e di disconoscimento delle avance futuriste, vengono registrati consensi da una critica a largo respiro nazionale. Di lui ne parlano bene: il poeta veneziano Diego Valeri, di cui ancor oggi se ne avverte la notorietà; certo Adolfo Venturini; lo scrittore, poeta e giornalista Giuseppe Ravegnani; il drammaturgo Sem Benelli; lo scrittore e regista Lucio D’Ambra; il poeta e critico messinese G. A. Cesareo; il letterato fiorentino Guido Mazzoni.

Nell’ultima silloge, Poesie 1962-1966, a dimostrazione d’almeno un quarantennio di produzione poetica (dato riassumibile dalle suaccennate raccolte), che assume una connotazione ormai definitiva, il classicismo non è più un’àncora ma una sfumata cornicetta di lievi frizzanti richiami mitico-epici che impreziosisce un contesto variegato al disopra della media lunghezza, tendenzialmente conformato sul poemetto. A parte, ancora, un nostalgico residuale di cinque sonetti, che s’inframmezzano agli intenti modernisti del poeta, la sua poesia s’è spalancata ad un flebile contesto ametrico. Una libertà metrica che comunque sembra languire, non ancora troppo convinta che l’espressione del poetare possa abitare in via esclusiva nel senso dichiarativo della parola. Anche i temi da lui trattati, in linea di massima, si sono aperti all’ordinarietà. È chiaro che Piero Fontana, nel suo globale, sia pur moderato, eclettismo, abbia saputo innovarsi abbracciando le itineranti e contingenti esigenze estetiche e strutturali in voga, se non nei salotti letterari, nella scia di diffusione della poesia qualunque fosse il suo tramite. Ad esempio vedrei riprodotti, per quanto parzialmente, certi passaggi stilematici sia di Diego Valeri (Piove di Sacco 1887 † Roma 1976) sia di Corrado Govoni (Tamara, Ferrara 1884 † Lido dei Pini, Roma 1965), che, palesemente, pur non avendo chiarezza sul periodo in cui è esistito, i due poeti sono stati suoi contemporanei.

Nel rapporto con il Govoni, il contatto del nostro Fontana dev’essere stato inevitabile. Ma forse anche alquanto distaccato. Lo spiegherebbe la fattuale contrapposizione fondata sulla suddetta apertura critica del veneto Diego Valeri, coetaneo e finanche stimato conoscente del Govoni; laddove, del medesimo Govoni, che al Fontana avrebbe potuto manifestargli quanto meno un minimo di consenso, non foss’altro che per la sua conterranea natalità, non ne è pervenuta annotazione di merito. O, se veramente Govoni avesse scritto qualcosa su di lui, forse Piero Fontana potrebbe non aver ritenuto opportuno richiamarla pubblicamente, in quanto non gradita.
Recensione
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