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Di Olga Comerio so ben poco, né se, con la pubblicazione in epigrafe, sia o meno una debuttante. A dire il vero, questo è un preambolo che poco interessa. Piuttosto è rilevante il fatto che già il titolo del suo libro (titolo ribadito più oltre, per non lasciar andare fuori pista il lettore, nell'icastico Io di p. 56), pur argomentando su una tematica apparentemente banale (attenzione! apparentemente), introduce ad una dimensione nient'affatto banale, anzi… Perché invita il lettore ad incanalarsi verso la strada maestra dell'assoluto, la via dell'Io e non quell'altra, più semplicistica che potrebbe riguardare il singolo soggetto umano. Non quindi Pinco Pallino bensì l'Io è il protagonista, eroe, autore e, più esaustivamente, fruitore, della presente raccolta, essendo esso intrinseca capienza e dell'uno e dell'altro. Autore, in quanto proiettato all'apertura dell'Eros, offrendosi in tutta la sua coraggiosa ed esperienziale performance. E fruitore (a partire da Rosilla ed Emilio, coppia complice in amore, alla quale è dedicato il libro, e fino al finale potenziale quanto casuale lettore) perché poi proprio questi ne dovrà non solo prendere atto ma, se vorrà davvero esserne partecipe, dovrà saperne soppesare il senso. Quel senso che va oltre l'apparente banalità e che si può, in quest'opera, riassumere in prevalenza nell'allegoria dell'esistenza.

Ecco che, a tal punto, crederei d'aver anche rivelato come mai il tema amoroso denoti l'apparente impronta della banalità. L'Eros non è tale se non assurga, appunto, a fattore comune dell'umana esistenza. Se si trattasse d'un fatto riducibile alla coppia, ebbene, allora sì che il dettato poetico si porrebbe il limite d'una sorta d'autarchia del verso. Il quale verso potrebbe essere esteticamente bello ed ammaliante fin che si vuole, ma alla fin fine, probabilmente, nessun'altra persona che non fosse la controparte interessata (quell'amante chiamato necessariamente in causa, osannato, amato e, nella fattispecie, persino odiato) saprebbe apprezzarne la portata. La bellezza estetica non sta solo nel saper giostrare i versi a destra o a manca; sta anche, e soprattutto, nel saper coinvolgere l'altro (amante e lettore) nel medesimo gioco-giogo. Ciò che ritengo appaia, e non in filigrana ma in maniera alquanto lampante, in questa poesia della Comerio.

Al di là di ciò s'individuano, nella sessantina di componimenti della collezione, in una costruzione poetica essenziale (mediamente breve e monostica), libera, asciutta e talora schematica, condensata in un introspettivo monologo, che in certi passaggi dà l'impressione del diario, molte evolute similitudini (ad es. in doppia espressione a p. 20 e alla già citata 56) ed esaltanti spunti di metafora (cfr. pp. 14 [es. clessidra=tempo], 17, 19, 26).

Il fattore "solitudine" che coincide alla dolcezza d'una verve esigente "amore" (cfr. p. 21, in Sono sola), e che corrisponde all'ossimoro propulsore di questa poetica dell'Eros, transitando per buoni e persino ottimi passaggi di poesia (cfr. pp. 32, 53, 67) chiude il cerchio emblematicamente con Il tempo (la ritengo la poesia migliore tra le tante) di p. 68, penultima dell'intera sequela. Se si osserva quest’esito con attenzione geometrica ci si accorge che è così perfezionata quella metafora clessidra=tempo di p. 14, che è invece posta in seconda posizione nell’ordine dell’insieme delle composizioni. Si nota il precisissimo equilibrio che le pone in un’opposizione perfettamente diametrale (p.14=2a poesia <=> p.68=penultima poesia).

Recensione
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