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Edio Felice Schiavone. ottantenne pregevolissimo Poeta, con Schegge, ennesima silloge, imprime -- a conferma e ad ulteriore incisiva duplice impronta caratteriale e stilistica, quella che il prefatore definisce «mirabile stranezza» – la sua trafelata, intensamente emozionale (vissuta nel 'di dentro', meglio ancor che nel 'di fuori') esperienza di persona umanamente adesa alla socialità, dichiaratamente guardando al presente (io e il mio tempo). Non aggrappato ma adeso, sì. proprio invischiato! Tanto da sentirsene una responsabilità sulle spalle. La sua appare un'incisiva censura, più composta rispetto ad un'urtante querelle. E una posizione blanditiva e contemporaneamente di strenuo attacco: non di cane ringhiante bensì d'intelligente, tanto quanto ironico. uomo consapevole del suo preciso ruolo nell'esistenza. Prima di tutto è uno stimolo per se stesso.

Ma una novità, questa volta. nelle ultime pagine pubblicate, ridonda e strilla ascolto. L'incipitario, dedicatorio componimento "Al fanciullo (Poeta nella fantasia e nel mondo)", che di fatto – più che nella teoria. in quanto il Nostro fu consacrato pediatra. primario – assurge a stimolo in primis dell'estro del Poeta, incanala l'attenzione nella doppia direzione del sublime (cfr. "L'Uomo", p. 12: «nel sublime dei suoni») e dell'istante. Edificando le salde fondamenta d'una fattispecie poetica incredibilmente calamitante. Edio Felice ci apre la via (ce la spalanca a tutto tondo) nell'immensità astrale della fiaba. Adotta cioè uno strumento di scrittura generalmente aduso alla narrativa. La collazione della metastoria si para davanti ai nostri occhi a stretto abbraccio dell'istante. Lo identifica in similitudine proprio nei determinanti ed esplicativi due versi finali: «del tempo che non c'è | che va. viene e non c'è», p. 9. A tutti gli effetti. andando oltre, a pag. 29, ce ne dà certezza la poesia "En plein air (favola)": liberissima, straniante favola. L'impegno sociale, nella molteplice direttrice politica religiosa e civica, si autodichiara, in forza d'un siffatto, pressoché parabolico, espediente. dosato. inerme, incapace di qualsiasi reazione che possa essere maggiormente efficace, e magari risolutiva. per far riguadagnare al mondo, al nostro, occidentale, serenità. In altre parole. si ha la dimostrazione d'una insolita dichiarazione, paradossale. apparentemente in sordina, ma in ogni caso a forte impatto. Un disperato. avulsivo shock che dirotta giustappunto il corso del reale in una fiabesca bolla, dinnanzi all'inarrestabile ondata di caos che guasta la tranquillità anche dell'uomo d'inizio millennio, che sembra non avere fine. Dove «la quiete sacra dei lari sfregiata | a guisa di latrina» consacra il fittizio mondo della fiaba nell'eloquente verso «in ogni stato e tempo». Un estetico modello di protesta. Una forma spuria. in quanto molto originale di dire al mondo: «Sono stanco di parlare al vento; meglio costruirci sopra un'architettura tra poesia e fiaba, per fare, di un handicap della società, un mezzo d'espressione mille volte più gradevole. E non è detto che questo metodo possa risultare inefficace o inutile».

Pure in "Auschwitz 27 gennaio 2005". p. 37, v'è un paradigma del sublime. nell'equivalenza dell'incertezza dell'Uomo (cfr. chiusa). E. prim'ancora. nell'ouverture, l'istante è letteralmente polverizzato in un enorme, maiuscolo "Mai più. Se ve ne fosse ulteriore bisogno, è, questo, il nuovo, più acuto grido, l'urlo, di Edio Felice, con perentoria aire: «Ora basta! sia fermata la Storia! si proceda, aprendo una salutare diversiva parentesi. per i sempreverdi sentieri della favola. secondo l'ideale immagine che ognuno di noi porta in sé latente della vita», ribadendo l'indiretta dichiarazione di poco fa.

La rassegna di tale schema favolistico, accolto da uno spesso contenitore di dediche (cfr. pp. l3, 14, 15, 16, 17, 18. 20, 21. 22. 30. 35). s'inerpica per una triplice salita dai connotati tendenzialmente politici: politico-bellica (pp. 10, 11. 20. 24. 34, 36), politico-religiosa (pp. 16. 20, 23, 24, 25, 26. 27, 28, 31. 32. 33, 34) e, più estesamente (in quanto onnipresente nelle pagine già citate in inciso), politico-immigrazionale. Vi sono molte intersezioni tra queste tre vie, in maniera da abbondare in simbiosi.

Dico "s'inerpica", in quanto la meta è ambiziosamente tesa all'elevato concetto cosmico della poesia. In "Silenzio consenso", p. 19, la preordinata tensione mitica, della fiaba. è ulteriormente evidente. Il silenzio manifesta l'abulia del Poeta. la non-voglia di dire... la sospensione d'un j'accuse che lo ha sfiancato e portato alla decisione di rasserenarsi. facendosene una mezza ragione. Silenzio significa, una volta in più, "dare tacito consenso". Un silenzio consenso sedimentato «nel Cosmo quello antico della Terra [...] || [...] || Il silenzio assoluto, | segreto, galeotto | di crimini. di azzardi... | Da lungi immenso, chiaro, | abissale nei vicoli | oscuri della Storia». Ma, dulcis in fundo, il cosmo chiude il cerchio, proprio nell'eponimia delle diciannove schegge-epigrammi. pp. 39-45, ripercorrendo la silente via, ovattata dalla copertura della fiaba, d'un big bang ripensato a posteriori. piuttosto che a priori: «... il tic-tac del silenzio... | Accanto al magico rosso di Marte | il bianco azzurro antico ! inerte della Terra, | anonima entità | nell'algebra del Cosmo...».

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