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Con la raccolta di poesie in epigrafe, consequenziale, anche se non temporalmente successiva a Schegge (Io e il mio tempo), Bastogi 2007, Edio Felice Schiavone conferma, e alla grande, quanto in quella prima parte di Schegge egli abbia eloquentemente sviscerato sul piano estetico e socio-culturale. È una pubblicazione che ha valenza di richiamo e nel contempo di riproposta allargata, molto più ampia rispetto alla precedente. Allora, quella prima parte del 2007, costituiva una conclusiva appendice annoverabile in diciannove brevi frammenti, schegge proprio icasticamente leggibili nella struttura. Queste ultime Schegge invece devono trovare senso in altra spigolatura della curiosità. Assai diversa ne è la forma. Il senso, questa volta, va ricercato nel significato concettuale. Schegge sono, e lo sono sempre state, le ficcanti, spinose impurità della logica-illogica che caratterizza le stranezze della vita, le pacchianate d'una società non (più) a misura d'una carità umana e d'una reciprocità veramente affratellante secondo i dettati del vangelo, ma anche secondo una più generica moralità, sempre affiancata dalla dignità. Forse le attuali Schegge sono o tendono ad essere illuminanti spiragli, 'fessure di speranza' (non troverei casuale la dislocazione di “Fessura” a p. 54, subito seguita da “Sole”, p. 55, e da “Orizzonti”, p. 56).

S'era detto "pubblicazione" con "valenza di richiamo". Non è una reboante, frastornante, in quanto eminentemente ripetitiva, eco. È certamente un motivo aggiuntivo di nuovi espedienti poetici che incidono non tanto sulla tematica, che comunque viene a consolidarsi, e, si potrebbe quasi dire, a 'consacrarsi', vista l'istanza fortemente picchiettante dei variegati, molti filoni argomentativi più volte toccati, non solo dalle Schegge qui alla ribalta, ma da pressoché tutte le sillogi che Edio Felice Schiavone ha nel tempo pubblicato. Sono orpelli che piuttosto incidono sulla mera natura esemplificativa d'uno specifico, peculiare argomentare. Una sorta di chiodo che, a forza di martellate, il Poeta intende affondare su una piaga viva, sanguinolenta e dolente.

La prefazione, costruita su un esaustivo apparato di testimonianze (incluso in ben trentacinque pagine), esternazione di cinque quotati critici, per quanto possa, d'acchito, dare addito all'idea d’analisi multiformi se non sostanzialmente divergenti, all'opposto dà un esito comparativo, indifferenziato nel suo insieme, per quanto attiene ai principali elementi fondativi della poesia del nostro consolidato, veterano Autore. I punti cardine su cui poggia la critica dei prefatori, raccolti quale sommatoria di pensiero, sono molteplici. E talmente semplici da comprendere che non possono non trovare solidarietà (tra parentesi li vado ad enumerare, numerazione ed elementi-chiave ambedue indicati in grassetto).

In primis, individuandone presto un campo d'azione radicato alla quotidianità (“Io e il mio tempo”, p. 51, seconda poesia della raccolta, dall'eponimia specificativa del titolo dell'opera, che tra l'altro fa recuperare identità concettuale alle stesse Schegge del 2007), se ne palesa (1) un'ironia dirompente. La quale ironia non smaschera semplicemente il disincanto bensì assume il conforme costume d'uno stupore malandrino, evidenziato per smantellare ciò che generalmente nell'uomo sortirebbe effetto interiettivo, per concettuale timore oppure per conclamato sdegno. Un'ironia che purtuttavia – e dev'essere chiaro questo punto – non è mai ridanciana. Non può esserlo, anche perché i temi trattati esigono sussiegoso conforto, pieno appoggio morale. Esemplificando, si vada a vedere “Gioco-Delitto-Castigo” (Variante) / a Cesare Beccaria, pp. 52-53. Pensare al Beccaria ci fa automaticamente rammentare la sua epocale opera Dei delitti e delle pene. Opera dalla quale se ne deve trarre l'ironica variante su cui Schiavone ha voluto aguzzare il suo ingegno poetico.

Inoltre, visto che s'è preso mano ad un aspetto molto praticato nella presente silloge, quello della (2) "variante" (l'Autore ne propone una ventina, sulla complessiva performance d'una sessantina di poesie), occorre dire che proprio con esse "varianti" s'infittisce il gustoso, ludico gioco che dà maiuscola corposità ai versi.

Con ciò s'è già accennato un paio di volte al (3) gioco. Sono almeno una decina le composizioni che, implicitamente ma anche molto esplicitamente, adducono alla ludica espressione, baldanzosa, molto spesso ritmica, che sovverte il senso affettivo che il tema in sé richiamerebbe. Si legga, un tassello fra i tanti, “L'uomo, questo burlone” (Variante), pp. 104-106. Dimodoché la drammaticità o qualsiasi altro evento rattristante vengono divorati da una capovolgente trasgressione e ridimessi in discussione con un gusto tragi-comico alquanto raro, costruito tramite i sopraddetti accorgimenti, che costituiscono altresì lo specifico canone del nostro poeta.

Spasso nello spasso, s'assiste al gioioso intrufolarsi di (4) giochetti della scrittura, caratterizzati da doppi aggettivi, anche in versi attigui. L'esito è quello d'una limitata, ma non limitativa, e perciò apprezzabile, sorta di filastrocca [cfr. ad esempio, uno fra i molteplici, “Naufragio Agosto 2008” (Variante), p. 70: «intorno intorno guarda… / con occhi grandi grandi di paura»], anche se in sé l'argomento, ironicamente tragico, susciterebbe tutt'altro che ironia. Ma è esattamente per ciò che s'avverte quasi la presenza d'una coreutica molto simile all'accordato accompagnamento, nel corso d'una sepoltura, per opera delle lamentevoli, antichissime ma ancora in parte vigenti, prefiche.

L'ennesima "variante" può essere esemplificativa d'altro comune elemento di critica, palesato dalle prefazioni: (5) l'ossimoro – cfr. “Dico non dico” (Variante), pp. 80-81, la cui antitetica sostanza è qui aprioristicamente enunciata nel titolo. Grazie alla sua potenza negativa, asseverativa e subito necrotizzante, l'ossimoro rafforza ulteriormente la portata ironica del contesto.

Il rapporto che Edio Felice Schiavone vuole assumere con l'esistenza è totale, carico sia degli aspetti più palpabili della (6) Natura (cfr. p. 139, “Natura”) e sia dell'inevitabile complicità (7) dell'Uomo, quale componente primaria compartecipe alla medesima natura (cfr. soprattutto “L'Europa di Maastricht”, p. 135, nei versi finali: «l'Uomo nella Natura; / la Vita – immane assassinio immanente – / che uccide, vive, corre, corre e fugge, / serpeggia, si nasconde / nel rifugio angolato inosservabile, / magari d'uno scalone marmoreo… / o nel sogno del cerchio mattutino / d'un orizzonte fratto»).

Essere umano a parte, la Natura schiavoniana non tralascia alcunché soprattutto dal lato faunistico. Privilegiando il domestico mondo dei gatti. (8) Più fauna che flora, certamente. Un microcosmo d'intuitivi-istintivi scambi d'affetti, umani e animali, ma pur sempre da creatura a creatura. Interscambi e giammai unilaterali, passivi rapporti. Sempre ed in ogni caso vissuti negli affetti. Goduti e più spesso sofferti, patiti.

In quanto uomo, il Poeta non può non disconoscersi ed in qualche modo autobiografarsi (cfr. “Cuore ultraoottuagenario”, pp. 65-66). Ampiamente conoscendo la filosofia dell'esistenza, Schiavone sa dare impronta all'ossimoro per eccellenza: 'morte-vita' – “Sulla rotta di Marte” (Epitaffio sdrucciolo), p. 150 –, emblematicamente collocato in chiusura. Da questo punto di vista non tralascia l'alternativa del finalismo escatologico della Divina Onnipotenza (“Il segreto di Dio”, pp. 130-131).

Tuttavia ne riconosce un'opzione, del tutto surrettizia e di comodo, che per di più dà senso allo scrivere in versi, e più in generale all'amore per le arti: … “Ovunque”…, pp. 140-141 e “Poesia”, pp. 110-111.

Addirittura a p. 105, soggetto l'Uomo, è esplicitamente esaltata la coincidenza Dio-Poesia: «Arrogante, presume, impone, domina, / schiavizza per istinto / nel nero del potere… / Camaleonte geniale, l'idea / celeste crea, infonde: / urla di meraviglia, / e innanzi al buio dell'inconoscibile, / ignaro, invoca Dio: Poesia! [n.d.r. – Dio=Poesia, appunto]».

Quanto mai chiaro traspare, anche nei componimenti finora citati, il segnale del (9) Cosmo. La sua mano appare qua e là pressoché ovunque nelle strofe di E. F. Schiavone. Spesso è implicita ma talora è palesemente complice con appropriate parole – “Gioco perpatuo” (Variante), pp. 92-93, e “14 febbraio 1938” (San Valentino), pp. 97-98.

(10) Politica ed istituzioni non stanno nella pelle del Poeta meno della Natura. Tuttavia l'approccio è diverso rispetto alla natura. Se in questa scorre la linfa virtuosa della poesia in quanto tale; invece la citazione degli aspetti, sempre perversi, della politica, soprattutto di tendenza leghista (“Catullo che ritorna...”, pp. 121-124), così come nei confronti della piaga dell'immigrazione, preferenzialmente di natura islamica (“L'Europa di Maastricht”, sulla quale ci siamo già soffermati), assume perentoria, declamatoria condanna, senza sconto alcuno. Tant'è che il binomio 'gioco-ironia', pur non venendo del tutto trascurato, nell'inserimento di tale contestualità, risulta molto blando. Il Poeta si rende perfettamente conto che con taluni argomenti c'è poco da scherzare: la società rischia la catastrofe!

La poetica di Edio Felice è decantata da sapiente scrittura, usa ad una reiterazione delle parole più incisive (soprattutto aggettivali, pochissimo predicative) che, nella loro convulsiva quanto mareggiante flemma, sono improntate ad un autentico bombardamento di pensieri sospesi nella mente dell'Autore (e che, di conseguenza, nella fase fruitiva, s'accavallano nello stallo mentale del lettore), elemento evidente dagli immancabili, assidui puntini sospensivi.

Dulcis in fundo, mi si lasci esprimere gradimento anche sulla rappresentazione figurativa di Lucia Schiavone, figlia di Edio Felice. Lucia riesce a dare, con la sua usuale mano impressionista e nel contempo surreale, una forma intelligibile ad un componimento dal carattere ermetico (parlo della copertina, che illustra la poesia “Giorno”, pp. 95-96), senza dubbio non facile da metabolizzare. Figlia e padre ancora insieme, come per il calendario di questo 2011, delle Edizioni Helicon di Arezzo. Risulta evidente, nella loro pratica duplicità, che là dove lo Scrittore, tramite la parola, sa imprimere la caparbietà del cuore; la Pittrice, per mezzo invece del colore, sa imporre una sua verità dell'anima.

Recensione
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