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Nello scritto in quarta di copertina, riprodotto dall’annotazione introduttiva, la curatrice Gianna Vancini, presidente del Gruppo Scrittori Ferraresi, e promotrice del progetto editoriale, presentando l’insieme, scrive che l’antologia in disamina «propone sedici poeti emergenti, soci – ed aggiunge che – nasce come volume parallelo alla raccolta Dodici giovani narratori ferraresi (Este Edition, Ferrara 2007). Il tema è la poesia [...]. Il volume viene pubblicato, ancora una volta, grazie al Comune di Ferrara-Assessorato alle Politiche per i Giovani».

Può dirsi d’essere, questo, un libro-memento, in quanto rievocativo di due eventi. Nell’occasione d’origine del primo vedeva congiunta alla poesia la musica. Parlo di un evento vissuto il 6 agosto 2008 dalla Città Estense, nel chiostro di San Paolo, in piazzetta Schiatti. Allora i poeti protagonisti erano la metà. Fu comunque da lì che nacque l’idea d’una raccolta cartacea. Così si capisce anche quanto sia utile, nell’economia dell’introduzione della Vancini, il ripescaggio, a p. 11, della nota di critico apprezzamento esternata a suo tempo da Dario Favretti in favore di quella metà di poeti più tre musicisti. Il secondo evento, che coinvolse l’altra metà di scrittori, è stato un reading poetico svoltosi nel Giardino delle Duchesse, nel giugno dell’anno precedente.

La breve nota, poi, di Lucio Scardino, editore della silloge, include tutti e sedici i poeti partecipanti senza affidarsi a parziali o discutibili critiche, anzi coinvolgendoli in un simpaticissimo collage, la cui originalità di forma e d’ironia è fusa nel significato d’una parola commista all’identità dei sedici poeti.

I sedici autori sono, nell’ordine alfabetico di casato: Alberto Amorelli, Maria Silvia Bernardi, Matteo Bianchi, Alberto Canetto, Antonella Chinaglia, Dario Deserri, Donatella Ferri, Chiara Fraternale, Federica Graziadei, Corrado Guzzon, Rita Mazzini, Alessandro Moretti, Matteo Pazzi, Orietta Rosatti, Eleonora Rossi, Piergiorgio Rossi.

* Alberto Amorelli si caratterizza per una scrittura poetica alquanto eclettica, forte di uno sfaccettato stilema, che ne dà un tono polivalente sia negli argomenti sia, e soprattutto, nella mutevolezza della struttura, che riluce d’esotiche intermittenze. La presenza della forma hiku (molto di moda) è di fatto ravvisabile a pag. 18, con due componimenti (“Fuoco” e “Luna”), e con un altro in chiusura, a pag. 22 (“Seta”). Un codice hiku di certo rivisitato.

* Maria Silvia Bernardi invece ha una sua regola tipicissima, attinente ad un «modulo stilistico cristallino senz’ombra di dubbio», cfr. mia Prefazione a Malgrado il Buio… Vedo (Este Edition, 2007). «L’Io di Maria Silvia assurge […] a "prepotente" interprete della sintomatologia emotiva che la stimola a poetare […] nel tragittante bagliore psichedelico dei flashback dell’intimità». Fonte primaria, il «palese ossimoro di visibilità» della prima poesia, in questa antologia.

* Il giovanissimo Matteo Bianchi si affida in parte alla sua opera prima, pubblicata all’incirca due anni fa, Poesie in bicicletta, Este Edition, 2007. Lo si può attribuire di «una rapsodica "estetica dei colori". Una cromatica messinscena della parola», cfr. mia recensione in Literary 3/2008 su opera citata. Mettendo in scena «le antitesi dell’esistenza o dei concetti» si colora di poesia il «passaggio dalla vita alla morte, dal vero al falso dalla realtà all’irrealtà».

* Il patavino-estense Alberto Canetto mette sempre nelle sue performance, a prescindere dal fatto che siano in lingua o in dialetto, il giusto quid di kantiana "cogenza" e/o lukácsiana "coscienza" che imprimono già per loro conto un assetto estetico volto all’assuefazione delle tematiche di volta in volta assoggettate ai versi. Sicché oltre al cultore d’una praticante sociologia, che ne denota l’uomo che egli è, si disvela l’autore d’una pratica, insinuante poesia.

* Si vede anche in questa antologia quanto Antonella Chinaglia ami usare una poliglotta e pluriarticolata letteratura, in ispecie poetica, confermando il finalismo della sua Opera Prima, raccontare per e & È and et por comunicare (Montedit Ed.). Però, al di là di tale articolato (ma non dico pleonastico) nonché spettacoloso stilema, inanellata sulla libertà del verso v’è, quale elemento altrettanto aggregante, una sapiente gestione poggiata a costrutti esistenziali.

* Dario Deserri, ormai berlinese dichiarato, pur attingendo (almeno nell’esempio antologico specifico) a motivazioni di decadenza e d’esistenziale negazione ("Alberi", "Autunno", "Dolore e malinconia", "Estate di San Martino"), destreggiandosi sulle dolci, pacate onde d’una libera versificazione, sa sfruttare al meglio la congruenza di negletti moti interiori con i concetti, realizzando una melliflua panacea che sa esternare poesia esteticamente alta.

* Donatella Ferri, nel suo emblematico e denudante stilema che rimarca una poiesi esistenziale, sbroglia nel bel mezzo della sua performance, nell’ossimoro "vicinanza-lontananza", l’estrema matassa della terrena vita, che la proietta, con forza quanto mai realistica, dalla memoria d’un’infanzia carica di metapoesia, da un lato, all’afflato affettivo più tristo, dall’altro. Basterebbero solo i titoli a darne prova. I versi la elevano al Parnaso, manifestamente.

* In Chiara Fraternale è l’atavico "Ritmo tribale" del cuore ad eiettarla nell’inconsistente cielo della poesia. E si capisce, allora, perché, come una cartina al tornasole, nuvole e pioggia, fuliggine e rabbiosi piagnucolosi inchiostri di calamaio siano invariabilmente tramutati in sole e luce. È una poesia referenziata proprio nella conclusiva bellezza, epifanica, d’un arcobaleno che appare, sempre, non a mitigare ma a ribaltare quanto non sia armonia.

* Di Federica Graziadei si potrebbe affermare che abbia uno scrivere in versi aperto, più che alle spigolature, ad un largo raggio, concreto e puntuale, dell’esistenza. Il suo candido abbraccio allo "sguardo della vita", intenso ed impaurito nel contempo, la esorta a giocare con il cuore («la vita è racchiusa in quei cerchi / disegnati sul petto»). In definitiva, si tratta della carne da mettere poeticamente al fuoco, in grado di ricavare «contorni di spazi quieti».

* Corrado Guzzon forse è un atipico della poesia. Il suo carattere sembrerebbe essere soffocato da una tenuta narrativa oziosa. Ma la realtà è che invece nella fondamentale sua proposta si cela un microscopico atteggiamento verso le piccole cose della quotidianità. A dirla tecnicamente, emerge uno spirito minimalista che, abbattendo la soglia dell’ordinario vivere, s’impadronisce dei riflessi più celati, che proprio per ciò offrono originale opportunità poetica.

* Rita Mazzini, trasparente come i suoi ialini e pregiati vetri di Tiffany, che decora, esprimendo già prtanto alta variegata poesia, svela probabilmente una consapevolezza propria d’ogni uomo, che coincide anche ad una posizione ottimale per esprimere arte: «La follia […] / è la sola felicità / […] // l’unico occhio che può fissare il sole», cfr. "Follia". Trasparenza emana pure il richiamo alle acque del Po, nel significato di mnemonici, ancestrali ritorni di vita.

* Alessandro Moretti, in questa sua ristretta esibizione poetica, propone un’identità del Poeta. Di colui che muove i passi nell’esaltante esperienza d’un soggettivo più che mai idealistico, che difficilmente sa ispirare concreta fiducia nel lettore. I poeti sono posti in luce come una sorta di strani illusionisti, barboni sulle strade, vagabondi, girovaghi. Eroi della sinestesia, grazie ad un’arte perduta che «accende un silenzio / che abbaglia» o che «emana suoni senz’ombre».

* Matteo Pazzi è il poeta maschio. Nello schema del suo scrivere in versi anepigrafo (le su poesie sono senza titolo) l’argomento "donna" viene amplificato, caricato di affettata, delicata, amorosa ricerca. Una delle pagine qui proposte esprime una variante originale: pag. 108. Lì il linguaggio poetico si fa visiva scacchiera, opponendo strofe-frammenti, con versi mediamente più corti rispetto al suo usuale, facendo della sintesi un ulteriore mezzo estetico.

* Orietta Rosatti, presa da un forte alone esistenzialista, pregno di quell’ossimoro assoluto vita-morte, inclusivo dell’umano esistere dall’a alla zeta, fa trasvolare il pensiero (“Pensieri in volo”), levandolo dal buio della polvere che ottenebra i “Castelli di sabbia”; sorvola, poi, una quiete che assomiglia alla morte, se non un vero e proprio silenzio di morte; e si mette, con versi dolci-dolenti, quanto efficaci e persuasivi, a cercare la luce di un raggio di sole.

* Eleonora Rossi qui è animata («La mia anima / è questo / verdemare / [...] // è il canto / amaro / delle sirene»), dalla libertà profonda del mare, il quale è poeticamente trattato come una mamma immensa. Lei, ideale fantasiosa poetessa, metafora di fragile, effimera barca di carta, distesa nel fluido ed appunto soffice, ovattato, materno grembo marino, pone vela nell’allegoria delle domande dell’esistenza, giocando con le ondulate parole di un’amara marea da amare.

* Piergiorgio Rossi, con un’estetica sospesa nell’atmosfera d’una parola mossa dal vento della classicità, ripropone psichedelici aloni della sua silloge inedita L’aria in piena, della quale “Nemmeno l’Ade più...”, prima poesia di questa nuova pubblicazione, gli ha fatto vincere il premio “Sulle orme di Ada Negri”, Lodi 2006. Classicità moderna, la sua, espressa, nelle parole piuttosto che nella forma, assuefatta, quest’ultima, semmai al diktat del computer.

Recensione
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