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Questa silloge poetica, di quarantacinque poesie, del ventinovenne Lerri Baldo, al secondo appuntamento coi lettori, dovendo essere sinceri (e lo si deve per amore nell’arte ma soprattutto nella verità), nella doppia analisi estetica e dei contenuti, purtroppo, non trova parallelo positivo riscontro.

Nelle primissime composizioni (L’ultima meraviglia, Tu sussurri il tuo nome, La panchina, Penso che se non avessi mai perso) l’afflato iniziale d’una poesia attraente, certamente amabile ed in definitiva alettante nella costruzione della metafora è davvero coinvolgente. Si assapora l’incipitaria, ma ahimè fuorviante, tendenza al programmatico fluire d’una raccolta gustosa, non priva di verve e qua e là d’un fresco, sorgivo modus poetandi. Il guaio è che, nel contesto successivo, di rado si ritrovano altrettali intensi versi. Quasi di regola (e parlo soprattutto del corpus centrale del libro) il senso d’una radicata prosa, pur costruita nella struttura dei versi, abbassa il livello lirico, giungendo finanche ad ammazzarne l’estetica. È un peccato!

D’altro canto, e stando in linea con la nota in quarta di copertina, "I suoi limpidi strali" (non ho obiezioni di sorta su tale definizione per la serie di poesie di riferimento), oltreché denudare le cronache sghembe d’una società ambigua, dove il senso del tutto può accadere implica una succedaneità di avvenimenti e del loro esatto contrario, ne è letteralmente sbrindellato il fondamento socio-ideologico. E se ciò è da un versante encomiabile e degno d’attenzione, più di qualche volta, è vero il contrario. Capita qualora sfuggono, tra le strofe, note ed osservazioni dell’autore che, per quanto condivisibilmente icastiche, hanno lo stridore d'una forza che d’acchito appare o semplicisticamente d’un disarmante candore, banale, oppure, peggio, di un’aprioristica, unilaterale ideologia di stampo anarcoide. Io preferisco di gran lunga credere che si tratti della prima ipotesi piuttosto che della seconda. Fatto sta che quelli or ora descritti sono elementi che non possono sfuggire all’occhio del lettore e che, in definitiva, incrinano l’indice di gradimento.

Un’osservazione neutra, o che comunque non trova gran significato nell’analisi critica – lo ammetto, è molto personale – è che le tre, peraltro bellissime, divisioni in Acquamarina, Taci come il mare ed Onde non sembrano avere finalità organica. Le tematiche, per quanto varie e magari davvero suscettibili d’inglobamento, appaiono invece disorganicamente ripartite nelle tre diverse sezioni. A cosa vale, allora, creare un distinguo, se in ogni caso quelli che potrebbero essere considerati argomenti tra loro in linea, alla fin fine, sono impaginati alla rinfusa?

Recensione
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