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Tempo perso

Finalmente il carattere narrativo di Gina Nalini Montanari, sempre raffinato e di grande impatto affabulatore, per delicatezza emozionale e poetica, riesce ad assumere valore storicamente indipendente, rispetto alle sue precedenti performance, che invece risultavano strettamente correlate alla Storia. Ed è altresì indicativo d’un modulo narrativo più intimamente domestico. Che cioè la lega alla propria famiglia anziché ad un personaggio, eccellente fin che si vuole, ma che però è tutt’altra cosa dagli affetti familiari dell’autrice (cfr. ad esempio: Un’altra Costanza Monti Perticari, 2004; Anna sforza tra le dame di casa d’Este, 2007). Già nel penultimo romanzo, mezzo saggio e mezza narrativa, che trattava la vita di Gino Poletti (tra cielo e terra, 2011), il primo elemento, quello temporale veniva parzialmente rimosso, essendo la trama ambientata in un teatro spazio-temporale ben più prossimo alla contemporaneità. Lì i personaggi si muovono nello scenario del secondo conflitto mondiale. E già ci si avvede del filo rosso d’un narrare sottratto al sorpassato stampo, destinato, questa volta, ad una nuova aire, che sembrerebbe essere votata alla sinteticità del raccontare piuttosto che alla più lunga dimensione del romanzo. In effetti quest’ultima pubblicazione, che è più d’una conferma, è indicativa d’una serie di dodici racconti, anziché d’un unico contesto tematico. E, lo ripeto, vengono colti squarci di quotidiana vita attinta nel prevalente ambito della famiglia. Fanno eccezione solo un paio di racconti: Le rose di Valentina; e Gigio e Didi. Ma, si noti in ogni caso, anche in questi due racconti, l’ambito, molto circoscritto alle più intime amicizie o comunque alla cerchia d’un domestico d’altro genere, animalesco anziché umano. Gigio e Didi sono una bellissima, liberissima copia di oche.

Al di là di tali due elementi (il tempo divenuto presente ed i personaggi divenuti familiari), Gina Nalini vuole (im)porre l’attenzione sull’unico fattore temporale. La sua introduzione, intitolata Krónos e Kairós, la dice lunga. In primis per la retrospettiva filosofica realtà che ne deriva. Dove si assume uno sdoppiamento del Tempo in tempo scorrevole e tempo-opportunità (a p. 6 è denominato anche tempo- occasione). O altrimenti tempo-esistenza e tempo-arricchimento.

Del primo (tempo scorrevole o anche tempo-esistenza) non occorre dire alcunché, in quanto frequente pertinenza del vivere quotidiano.

Del secondo (tempo-opportunità o tempo-arricchimento) ritengo sia il caso di richiamarne la forza poeticamente evocativa di Orazio. Mi riferisco naturalmente al suo “carpe diem”, genericamente ed icasticamente tradotto in italiano con “cogli l’attimo”. Imperativo molto eloquente.

Con quella dote eretta su di un linguaggio impeccabilmente evocativo d’una letteratura tra favola ed onirico, plasmato sullo spessore d’un descrivere luoghi e persone (e se fosse necessario anche animali) impressionante per magia figurativa, che sa realizzare perfette maschere d’ammirazione, la nostra Gina sa infliggere anche all’apparenza una sua metafora in forza d’una forma mentis quanto mai degna d’attenzione. Anche e soprattutto il titolo del libro, Tempo perso, che potrebbe agevolmente indurre a spassose e vane considerazioni tra il frivolo e l’annoiante, all’opposto funge da cadenzato e programmato metronomo di passaggi dal passato al presente ricostruibile su Il tic tac dei ricordi (pp. 27-33). E può essere letto finanche nel verso esattamente contrario: nella proiezione dal presente al futuro. Pur tuttavia, quasi ad univoco monito interiore, il tempo si cristallizza in noi: «Il treno ci riportava tutti nella quotidiana condizione in cui ognuno avrebbe “perso” il proprio tempo a modo suo», cfr. p. 63, in Sala viaggiatori; e «dentro il tempo convenzionale, lo scorrere di un tempo interiore; quello che ci rende lieti o tristi, inquieti o tranquilli, che non passa invano, o solo per invecchiarci, ma che resta circoscritto nella dimensione dell’impegno e degli affetti, dell’amore e dello stare insieme a raccontare», cfr, p. 15, Regalo di nozze. Più specificamente, la scrittrice parla d’un tempo, sorta di «meccanismo che sfoglia con il passo di una danza lenta e rituale la nostra esistenza, scandendo gli istanti, i giorni, gli anni», e che si carica «di una memoria assoluta» trascendente la stessa misura del tempo meccanico, cfr. p. 31.

Tempo perso dunque, questo, di Gina Nalini non lo è di sicuro! Nel senso che non rappresenta quell’insignificante all’insegna dell’inutilità. Bensì è ossimoro e nel contempo sinestesi d’un appagante interiorità aperta alle memorie ed alla speranza, all’insegna d’una continua ricerca dell’esistenza che ci rimetta in moto piuttosto che lasciarci demotivare. È questo, e solo questo, l’input! Il “perdere” tempo è l’incitamento a sottrarre quanto meno preziosi minuti ad una quotidianità ladra d’un tempo espropriato all’umanità. Tempo che solo le oche Gigio e Didi, esemplare copia non umana, riescono a capitalizzare in toto. E, proprio per tale minima esistenziale motivazione, risultano essere una copia nient’affatto disumana, trovando modo, soggettivamente parlando, di realizzare la loro idea di libertà meglio di chiunque altro al mondo.

Recensione
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