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Tra le ultimissime plaquette della raccolta Delphinus-nuova serie l'ulteriore titolo qui proposto, recante il numero 26, Teologie stanche, del ventunenne (all'atto della pubblicazione aveva vent'anni) Antonio Romano conchiude il ciclo di quella che il medesimo autore definisce "trilogia sull'uomo", essendo complementari alle precedenti raccolte Frammenti di schegge e Quattro sillabe di case ("Dichiarazione d'intenti", p. 23).

Chiave estetica della presente silloge direi essere l'espediente del rovesciamento della dimensione divina. La Divinità, il Padreterno, non è, in questa serie poetica, inteso come tradizionale entità troneggiante in Cielo. Bensì Iddio viene retrocesso a sorta di divinità in itinere. Egli sarebbe costretto a guadagnarsi Lui stesso il paradiso. O, se vogliamo un'interpretazione al contrario, potrebbe trattarsi d'un Cristo investito a priori dei panni onnipotenti del Padre. Perché «qui seduto su una pietra | Dio aspira al cielo come una voluta | e singhiozza restando inchiodato | da guerre sante e pagine bianche», cfr. poesia eponima, p. 5.

Più sottilmente, a partire dal successivo componimento, "Il ritardo", si fa concreta l'idea d'un Dio regredito a Figlio, che deve meritarsela la sua divina gloria, e che comunque sia è una prerogativa che non gli viene negata. Va soltanto perfezionata con un minimo di azione umana. «Avanti, Dio, ritrova la strada: | ti stiamo aspettando – così il poeta incita Dio – | e la cena si raffredda», ibidem, p. 6. In quest'invito parrebbe, oltretutto, che fossimo addirittura noi uomini detentori quanto meno di una parte dell'onnipotenza. Ed è così che, come si diceva, il rapporto uomo-Dio risulta essere arrovesciato.

Alla fin fine, ancora una volta – ed ormai credo d'aver capito che sarà sempre così, ogni volta che Antonio Romano proporrà una sua opera – il giovanissimo autore riesce a rendere un plusvalore a dei contenuti e a degli apparati estetici peraltro notevolmente elevati per se stessi.

Recensione
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