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Pluriconsacrato storico, il ferrarese Alessandro Roveri, docente universitario, dopo prestigiose pubblicazioni saggistiche per i tipi d'altrettali editrici, tra le quali La Nuova Italia12.0pt; color:windowtext">, Feltrinelli e Mondadori, ha preso l'abitudine di pubblicare con la sua concittadina, emergente Este Edition. Cosicché dopo Ferrara città europea (2000), la collettiva Saggi ferraresi (2001), nonché Antonio Di Pietro nella storia della Repubblica (2005), tutti best seller locali, si cimenta ora con la presente doppia monografia. È, in sostanza, un arricchimento, da una parte, della biografia su Italo Balbo; dall'altra un'originale accoppiata Qulici-Balbo confluente nella tematica clou della storia del fascismo: le leggi razziali, del 1938, a bersaglio degli Ebrei, che segnarono l'apice dell'intollerante totalitarismo del duce. Anche se diretta, ineluttabile conseguenza della precedente Gesetz zum Schutze des deutschen Blutes und der deutschen Ehre (Legge per la protezione del sangue tedesco e dell'onore tedesco), fortemente voluta da Hitler, nondimeno significarono il culmine dell'eloquente, prepotente, altezzoso senso della dittatura del duce.

Ancora una volta, com'è nel modus operandi di Roveri, l'opera data ai lettori è compatta, intensa e nel contempo eloquente, sia sul piano della cronologica sequenza degli accadimenti sia per la compiuta organizzazione dei materiali di ricerca. Il linguaggio, pulito, perito, alto, sempre, senza subire mai un benché minimo calo di stile, è accompagnato, dall'inizio alla fine, da un'accurata, molto raziocinante, esegesi. Le trentacinque pagine d'appendice nonché le altre otto dedicate alle note di testo, contribuiscono a dare l'esatta idea di un lavoro integro, pregevolissimo.

Il Quilici oggetto d'analisi è, logicamente Nello, padre del celeberrimo, tuttora sulla breccia, Folco. Ma vi compartecipano scritti del medesimo figlio, a supporto dell'indagine temperamentale che aiuta a scagionare la responsabilità morale del genitore nei confronti della sua attività giornalistica di regime, sollecitata dallo stesso Mussolini (lo si evince dalle convincenti ragioni addotte da Roveri), nella fattispecie atta ad avvalorare l'indecente normativa a discrimine degli Ebrei.

Quanto a Balbo, emerge, in quest'illuminante ricerca, un aspetto nuovo, intonso, rispetto alla precedente e nutrita storiografia sul personaggio ferrarese. Federale, quadrumviro, ras, formidabile aviatore, qui risulta colpito nella sua debolezza di uomo, non solo attaccato alla sua città, Ferrara, bensì coinvolto nella sorte degli sfortunati concittadini ebrei. Accomunato nel tentativo, peraltro in parte riuscito, di preservare i loro diritti civili, conservandone cariche, funzioni, impieghi e professioni di forte impatto sociale.

Non v'è dunque, in quest'ennesimo libro di Roveri, un intento revisionista a salvaguardia di due tra i più influenti e altolocati uomini ferraresi di un'epoca – epoca già di per sé poco trasparente –, ma si annota piuttosto la proposta di un aspetto diverso, che sta facendo tendenza nell'animo dell'uomo contemporaneo, nell'intento di far chiarezza a tutto tondo, senza nulla trascurare di ciò che ha significato nel passato disumanità, prima ancora che violazione di qualche diritto giuridicamente noto.

In sostanza, Nello Quilici, col suo giornalismo curato e misurato, che non lascia trasparire sbavature politiche al di là di quanto non gli sia imposto, e, per altro verso, Italo Balbo hanno avuto il coraggio di schierarsi nel senso di favorire una discriminante (a favore degli Ebrei ferraresi) tra la più generica discriminazione ad hoc intavolata nello scenario nazionale da Mussolini ed a livello internazionale da Hitler.

Interessante è pure, tra gli scritti d'appendice, la teoretica sindacale di Ugo Spirito, il quale, non a torto, asserisce la subentrata inutilità delle organizzazioni sindacali laddove il corporativismo aveva assorbito ormai ogni pubblica funzione circa la legislazione sul lavoro.

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