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Libro di memorie, questo di Giorgio Zanardi, in pregiata carta plasticata. Sostanzialmente un romanzo, ambientato nel panorama nazionale della seconda guerra mondiale, senza risparmio di spostamenti geografici, anzi caratterizzato da un girovagare in lungo e in largo per la nostra Penisola.

Dal marzo 1999 ad oggi sono ormai quattro le edizioni. L’ultima, del settembre 2008, è peraltro ampliata. Sono stati inseriti una serie di messaggi che Zanardi, allora tenente di vascello, lanciò ripetutamente, a cavallo dell’armistizio, dal 4 all’8 settembre del ’44, via radio (Radio Bari, R. Napoli, R. Palermo, R. Roma, R. Londra, R. Algeri, R. Tunisi), rivolti in primis agli ufficiali di Marina ed ai marinai non aderenti alla Repubblica Sociale Italiana di Salò, pur risiedendo in territorio ancora occupato (cfr. pp. 223-227).

Il titolo, un soldato un italiano, a mio parere è incompleto. Ma credo anche che lo sia per bontà d’animo dell’Autore. In maniera più estensiva, ed altresì più realistica, il titolo potrebbe essere: un soldato un italiano un eroe. Non per niente Giorgio Zanardi è stato encomiato e decorato, dallo Stato Maggiore della Marina, con la Medaglia d’Argento sul Campo al Valor Militare (cfr. p. 221 e p. 315). Un Uomo, non meno che un Soldato, che ha saputo dare il massimo di se stesso per la Patria, al di là delle, ed in barba alle, ostilità e controversie che lo osteggiarono in tal senso. Inclusa, a lungo andare, la naturale, in quanto affettiva, protettiva, avversione della moglie Zika, per la quale esprime manifestamente il suo appassionato, pressante amore di marito fedele (analogamente per i due figli citati nel libro, Fabrizio e Manfredi, considerato il suo mirabolante impegno militare e civile, è un padre di tutto rispetto). Egli, all’indomani dell’armistizio decretato da Badoglio, soldato allo sbando come tutti gli arruolati di quel frangente, nel tentativo di rendersi utile, al servizio del Re e della Patria (prima nella ricerca di precise direttive di comportamento, e dopo in missione segreta, con un duplice obiettivo, militare e civile), fu pestato dai repubblichini e lasciato in fin di vita, creduto morto, lungo la strada di Vigarano Mainarda (quali postumi ebbe la perdita della memoria per un lungo periodo di tempo). Fu tenuto in prigionia sia dai tedeschi (che nell’occasione riuscì ad eludere con una spericolata evasione) sia dagli stessi alleati (una lunga detenzione che lo portò all’orlo del collasso depressivo). Attraversò per ben tre volte la linea del fronte, la cosiddetta “linea gotica” (con effettive sequenze mozzafiato, da cardiopalma), percorrendo, almeno in un’occasione, chilometri e chilometri di sentiero minato. Eccetera eccetera eccetera.

Naturalmente, una tale spinta patriottica può essere frutto esclusivo di almeno due inossidabili doti, prima di tutto un incorruttibile onore e quindi l’ingegno, e questo in forza di un’intelligenza intrisa d’una capiente cultura tecnica e teorica.

Quanto all’onore, a p. 209, Giorgio Zanardi, sollecitato dalla specifica domanda di Ugo (coprotagonista del primo dei suoi attraversamenti di linea), così risponde: «I giorni dopo l’armistizio sono stati i peggiori della mia vita. Il crollo morale che avevo tanto disprezzato negli ufficiali francesi […] si era esteso anche a noi. Fatte poche eccezioni […] gli ufficiali, in particolare quelli superiori, si sono dispersi e hanno gettato le armi senza nemmeno tentare una reazione. Il mondo in cui credevo, i valori che avevano guidato la mia vita sino a quel momento si dissolsero. […] Per fortuna, in quel marasma una cosa si salvò: la Flotta e il suo onore. […] la Flotta ubbidì agli ordini e mantenne la sua unità e il suo spirito. Questa considerazione […] mi diede un motivo per continuare a vivere, per continuare ad avere rispetto di me stesso».

Circa l’ingegno, a p. 207, ne abbiamo l’autobiografico esempio nella seguente dichiarazione: «[…] con la collaborazione del capo Binella, ho introdotto un’innovazione nella centrale di tiro del Maestrale [Maestrale era il cacciatorpediniere sul quale, nel Natale del ’42, Zanardi era imbarcato come secondo] che dopo è stata adottata su tutti i caccia di quella classe […] La centrale di tiro sui caccia è sempre stata sull’ala di plancia, ma in quel modo il direttore del tiro ha visibilità solo su un lato della nave. Questa disposizione veniva probabilmente dalla vecchia tattica, quando gli scontri erano solo fra navi. Ma coll’avento dell’aviazione il direttore di tiro doveva saltare continuamente da un’ala all’altra. Allora chiesi a Binella se fosse possibile portare la centrale di tiro sulla controplancia. In questo modo il direttore di tiro ha la visibilità in tutte le direzioni».

Il libro è scritto con l’eloquenza di un’inconfondibile raffinata dialettica, con la capacità di spaziare nel modus del pensare non solo del cittadino italiano, ma del francese e del tedesco, secondo il suo pertinente bagaglio linguistico (Giorgio Zanardi sa parlare benissimo francese e tedesco); perché, si sa, che un conto è parlare una lingua ed un conto è pensare nel parlarla.

Ma, più di tutto, è emblematica l’impostazione dell’io narrante di quest’opera di memorie, che ne rende un curioso plusvalore. Ossia, l’Autore Giorgio Zanardi si racconta col distacco di una terza persona, che sembra essere (apparentemente, volutamente, premeditatamente) avulsa dalle reali vicende autobiografiche, soprattutto dagli afflati più intimi ed intimistici. In conseguenza di ciò si osserva talora, nello scorrere della trama letteraria, una vera e propria stratificazione delle personalità del protagonista principale. Ad esempio, alle pp. 62-74 (capitolo 2, “Allievo ufficiale”), laddove l’Autore fa riferimento ad un suo passato diario, ecco che Zanardi, oltre ad essere scrittore dell’alter ego-Zanardi-tenente di vascello, diventa scrittore d’un ulteriore Zanardi-allievo («Il tenente Zanardi sorrise alla sottolineatura che l’allievo Zanardi aveva sentito il bisogno di tracciare», ibidem, p. 71). Il che rende la narrazione oltremodo gustosa, affettata ed originale.

Originale sì come, dalle vicissitudini, dagli aneddoti, dalle esperienze, avventure o disavventure che siano, risulta emergere la prepotente, volitiva figura di un personaggio speciale, sincero, onesto, leale… ma specialmente libero, coerente con se stesso, coi suoi fervidi, profondi, più sacrosanti ideali.

Recensione
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