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Adina Verì, laureata all’Accademia delle Belle Arti in pittura, in realtà è anche ‘artista della penna’, sia in poesia sia in saggistica. L’arte da lei praticata conferma a pie’ sospinto il suo bagaglio di conoscenze psico-pedagogiche su soggetti cerebrolesi. Caratteristica, questa, sviluppata in famiglia, essendo madre di figlia colpita da tale patologia: la sua Miriam che, insieme all’altro figlio, ama senza limiti (Un mio occhio è mia figlia Miriam, | l’altro occhio è mio figlio Federico, cfr. p. 28, in Gli occhi miei).

Ed è prevalentemente, ma non solo, su di Miriam che ha collezionato quest’ultima serie di componimenti poetici. Si tratta infatti d’un frammentario diario in versi, il cui argomento-perno è 'l’amore', in quante forme possa essere vissuto, in bene e in male.

Oltre al già di per sé grande dolore per avere una figlia gravemente bisognosa di cure, Adina ha avuto una concomitante, quasi assurda catena di tristi esperienze domestiche, dapprima tra lei il padre ed il fratello, poi tra lei ed il marito.

Cosicché se tutto ciò è giunto a crearle un’apatica avulsione nei rapporti con la società, compresa la collettività più immediata individuabile nella sua famiglia, rendendola per certi aspetti distonica rispetto al prossimo, proprio la sua Arte risulta essere la panacea della salvezza esistenziale, che le permette di guardare ancora il mondo con la discreta ma reale fiducia d’una inesauribile speranza.

Traslando l’effettività in particolare nella poesia la sua giustificabile disperazione diviene, come un primaverile, o epifanico, volo di farfalla (farfalla sono io che credo | nell’amore), una performance d’Unione celestiale, che Solo l’amore di Cristo, sovrastante qualsiasi umano rapporto, sa convertire in un’umana salvifica manna - cfr. p. 5. È un miracolo di Dio, qualcosa d’ineguagliabile nell’esistenza terrena: non è come la vita che muore, | ma come l’anima indistruttibile – cfr. p. 16. Ecco allora che, nel silenzioso abbaglio d’un necessario sfogo poetico, più meditazione che parola, Adina raggiunge La sacralità del silenzio (p. 106): Nella sacralità di questo silenzio | il mare è acqua limpida, | dolce da bere perché ho la pace. | [...] | io perdono tutti coloro che nella | mia vita mi hanno fatto soffrire – in ibidem. L’amore mancato o superficiale del coniuge (quando questi ne integrava ancora la famiglia), o l’amore negatole dal padre assurgono, arrovesciati dalla poesia, a fiaba che sa regalarle La dimensione di una colomba. Tanto che il verso, fino ad allora trafitto dal peso di una prosa condensata nel traboccante fardello della vita, sa divenire una volta tanto, negli ultimissimi tocchi di penna, elegiaco canto, leggerissima, diafana, impalpabile ala: La mia dimensione non ha forma, | non ha colore, | non è visibile, | ma esiste prepotentemente. | La mia dimensione è essere in pace – cfr. pp. 108-109.

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