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La tensione al mutamento del poeta Eridano Battaglioli, che si evidenzia nella sempre più penetrante versificazione, che a sua volta è rappresentativa dell’identità stessa della poesia, si palesa, in questa raccolta, anche nella diversa struttura del contenitore: il libro.

Finalmente – io lo dico per conto mio ma non mi sorprenderebbe se fosse un’opinione condivisa dalla maggior parte dei lettori – quello che è l’involucro della significativa arte del nostro poeta, dimostra d’essere all’altezza del contenuto.

Nel nuovo look del libro è variata la forma, la copertina, la saldatura dell’incarto... persino la struttura interna, pagina per pagina.

Intanto, se in un abbozzo di cornice sono collocate le singole poesie, in una vera e propria cornice, che include l’intera foto, sono inquadrate – nel senso letterale – le varie fotografie, che, costante caratteristica dell’autore, affiancano il contesto strettamente poetico, dando corpo ad un collaterale, e nel contempo simultaneo, apparato reportage-fotografico. Il che, e non è certamente questa una delle novità, rende una sorta di sinestesia, o quanto meno una sinergia, che dà voce – ulteriore corpo alla parola – all’insieme delle strofe.

E come se non bastasse, queste ultime non hanno la solita, invariabile – inclusa la precedente pubblicazione – caratteristica dello sviluppo a colori, bensì sono rigorosamente in bianco e nero. Nonché – altra palese variante – non sono alternate alla scrittura ma raggruppate alla fine.

Ora sembrerebbe che l’artista abbia invertito l’ordine di preferenza-finalità artistica e che volesse dire al suo pubblico: “Guardate che mi sento prima di tutto un poeta e, solo in seconda battuta, un fotografo”.

Quando finirà di sorprenderci, il nostro “Dano”?

Cos’altro posso dire sul Battaglioli, se non che ormai vanta un curriculum di ben quindici pubblicazioni poetico-fotografiche e che su questo suo bagaglio artistico ha incentrato una rincorsa estetica, e soprattutto argomentativa, che sembra seguire un interminabile trend di crescita. Ma, sì, un’osservazione posso tuttavia ancora farla, senza sembrare ripetitivo o addirittura noioso – ché ormai su di lui, dal punto di vista critico, ho speso fiumi d’inchiostro! – e cioè: se Dano subisce un fisiologico invecchiamento nel corpo, paradossalmente ringiovanisce nel suo porsi come osservatore e cultore delle essenze sia della Natura e sia degli interiori stimoli umani, proprio grazie all’uso d’una duplice poesia intesa come osmosi di fotografico documento e di rivelata (tramite la descrizione della parola) relazionalità.

Recensione
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