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Nebrodiversi

Il poeta matematico di Mistretta

Incomparabile triangolo, si è detto In teoremi di forme. Noi ci stiamo…(con una mano a Messina, l’altra a Palermo, testa sui Nebrodi, piedi a Capo Passero) un po’crocifissi. (Sicilia.) Parlando di Filippo Giordano, si è voluta riportare questa sua poesia, dove c’è la mente e il cuore del poeta, il rapporto con la propria terra, senza tralasciare il richiamo alla matematica, componente imprescindibile, come vedremo, della sua personalità e dei suoi interessi.

Orazio Tanelli, sulla rivista La Procellaria (Reggio Calabria, 1988), sintetizza egregiamente la poesia di Giordano, scrivendo: “Nella poetica di Filippo Giordano evidente è la presenza della problematica sociale che incide sui mali che avviliscono l’uomo contemporaneo: la disoccupazione, lo smog, la mafia ed altri malanni che affliggono l’umanità. Il poeta è un attento osservatore del costume e dei vizi di una società impervia e malata … In tale ottica parenetica il poeta rivolge la sua attenzione alla Sicilia, che forma il retroterra embrionale della sua ispirazione: da un lato egli esalta il paesaggio incantato, edenico, idillico, ricco di flora e di fauna, con le tracce gloriose dell’antica civiltà greco-romana; dall’altro egli ne analizza i mali pur restando attaccato alla sua terra come in un carcere, dal quale solo la visione onirica può spaziare in un mondo utopico”.

Siciliano, di Mistretta (Messina), Filippo Giordano si definisce poeta,scrittore e ricercatore (autodidatta)di matematica, e svolge attività di operatore presso un ente di patronato. Ha scritto libri di poesie, racconti (Voli di soffione, piccole storie di minima gente, 2001), e ricerche matematiche sui numeri primi; ha conseguito diversi premi letterari per la poesia, articoli e recensioni sulla sua produzione letteraria sono stati pubblicati su molteplici riviste specializzate del settore. È noto per studi di matematica sui numeri primi, e un suo teorema sull’argomento è stato inserito in una tesi di laurea discussa nel 2005 presso la Facoltà di Matematica dell’Università di Torino. Liriche, raccolte, sillogi, volumi di versi, in lingua e in dialetto, molto quindi ha scritto Filippo Giordano, e molto è stato scritto su di lui e sui suoi componimenti, da parte di altri, critici, letterati, giornalisti, o semplici amici ed estimatori.

Nebrodiversi, la sua nuova pubblicazione, è un corposo volume, una sorta di “Opera omnia” contenente almeno 12 tra raccolte e sillogi, uscite in un lungo arco di tempo, che si estende dal 1973 al 2012, di poesie in lingua e anche in dialetto, con varie soluzioni metriche, prediligendo comunque l’endecasillabo in versi sciolti.

Raccolte che appartengono a periodi diversi, e a tematiche diverse, benché vi sia un filo conduttore unitario e coerente, e meritino ciascuna un discorso a parte. Il testo è integrato a fine volume da una consistente appendice, “Commenti”, che accoglie di fatto una dettagliata e puntuale antologia critica, di quanto nel tempo numerosi autori e critici hanno scritto intorno alla poesia di Filippo Giordano, su quotidiani, riviste, antologie, lettere, presentazioni e prefazioni, giudizi e commenti dai quali è impossibile prescindere se si voglia comprendere, collegare, interpretare talvolta, la sua produzione poetica, e dei quali riporteremo alcuni stralci riferiti alle varie pubblicazioni.

Il libro inizia con la silloge I fili si allungano verso i balconi, che porta nei suoi versi i tanti drammi degli uomini del sud, degli emigrati, e delle loro terre arse dal sole. Così Nino Genovese: “Dispiegandosi su piani espressivi concreti, scanditi da un ritmo lento, quasi sonnolento, la poesia di Giordano riesce ad oggettivare una realtà primaria, di una Sicilia geograficamente e storicamente connotata, alla quale l’autore è legato in radice e di cui recupera motivi affettivi, stimoli psicologici, momenti specifici di storia, di vita e di società”. Segue L’amore epigrammato, una silloge più intimistica, intrisa di amori e ricordi, di musicalità ma non priva di una certa ironia. Sebbene, come è stato notato, il linguaggio sia piuttosto quello della lirica che non quello dell’epigramma, lontano dal “naturalismo lirico” e dal “realismo magico”, come rileva Claudio Bedussi ci troviamo in presenza di una “Poesia ben costruita, essenziale, attenta nella ricerca e nella scelta delle immagini”, o, per dirla con Roberto Carifi: “Sul terreno difficile della poesia amorosa Filippo Giordano si muove con una certa disinvoltura, senza retorica e con uno stile piuttosto garbato”, in quanto “Ciò che permea le liriche è… la visione serena, positiva e ottimista di un domani che, per necessità storica, sarà diverso, liberato, popolato da uomini fra altri uomini… Oltre l’amore vi è la nostra terra, in cui anch’esso naufraga, e si dimentica…” (Sergio Manca).

La raccolta Se dura l’inverno gli è valsa il 1° premio “Salvatore Quasimodo 1980”. “Si tratta… di 44 poesie brevi… dove il tema dominante è la vita degli uomini di un paese di Sicilia situato ‘sulla groppa di Nebrodi’ … Sulla “groppa di Nebrodi” Giordano intona il canto di dolore di tutto il popolo siciliano, di coloro che sono partiti… di quanti, strumentalizzati, criminalizzati, discriminati dal potere economici e politico…, nonostante tutto, continuano a vivere caparbiamente la ‘sicilianità’, seminando continuamente speranze nuove” (Gianni Amarù). In sottofondo balena un profondo senso di malcontento, e di protesta sociale. Lapidarie al proposito le parole di Ferie al paese: “Agosto. Sono tornati / uomini fatti di saluti agli amici, / dispersi, nell’anno, a Torino / o chissà e ora ritrovati, magari solo per un’ora…”, vi è il contrasto tra realtà arcaica contadina del sud e mondo industriale, mondo rurale fatto di fatica e società del benessere e consumismo, disillusione politica, emigrazione, disoccupazione e fame di lavoro, come nei versi amari di Libertà : “Quasi trentenni con speranze / Ora confinate nelle liste speciali, / condannati a non avere un figlio / per non poterlo crescere. / Intanto dal pulpito / della roboante parola non tradotta, / arroccati dietro i loro portafogli, /ululano democrazie i lupi.”

Quanto alla silloge Villaggio fra le braccia di Morfeo, molto calzante ci appare il giudizio di Sebastiano Lo Iacono: “La struttura binaria di ogni lirica… conferma la stessa scissione nevrotica del ‘villaggio’ che vive tra veglia e sonno, apparente disordine delle scene oniriche e latente disordine del mondo reale… Un ‘villaggio’ stra-paesano, contadino e piccolo borghese… l’esperienza di Giordano, quella di ‘fare i conti’ con i sogni degli Altri, viene condotta con la consueta epigrammaticità lirica, attraverso la scansione binaria del tempo e dello spazio di questo ‘villaggio’, mediante la quale… la parentesi che si chiude (il Sonno), apre quella successiva del controllo vigilante e razionale della veglia”.

In Del sabato e dell’infinito torna l’omaggio a Leopardi, ma sono sempre presenti le radici di un mondo rurale legato alla terra e alla fatica, vi ritorna spesso e vi domina la figura del padre. C’è tanta Sicilia, gli odori della campagna, gli alberi, i frutti, i rumori, le leggende, la fatica di vivere, i mali sociali, è quello di Giordano “il villaggio senza storia, dove la storia si è fermata” (Sebastiano Lo Iacono). Interessante l’analisi di Giuseppe Celona: “Si può individuare qui forse la tematica più cara al poeta… che scorge nel suo villaggio-simbolo (Mistretta) il segno e la voce e la coscienza e la presenza della Sicilia tutta, condannata ad una immobilità irreale e arcana, senza storia e senza tempo, come se le cose e gli uomini si fossero fermati e bloccati per sempre in un passato lontano, irraggiungibile e insondabile, ed emanasse da quei secoli rappresi una luce assurda e misteriosa, come da un paesaggio pietrificato per un incantesimo… C’è ancora dopoguerra, un dopoguerra rivissuto negli anni novanta novanta… Al rimpianto per il tempo perduto si mescola il tema della protesta sociale. Ma… a me sembra che il discorso poetico del Nostro non scada mai, nemmeno in simili occasioni, nella cosiddetta ‘sicilitudine’, cioè nella denuncia e nella protesta che si trasforma, a volte, in odio di classe… C’è, piuttosto… una velata pietà per i deboli, i poveri, gli oppressi, gli emarginati, gli sfruttati dai vecchi e nuovi ricchi… E la pena esistenziale dell’uomo sembra non avere scampo, correttivo alcuno, nessuna risposta né in cielo né in terra, se non nell’attimo di un fugace incontro…” Oseremmo affermare che questa poesia porti alla ribalta un nuovo ciclo di “vinti”, di verghiana memoria, pur rivisitando, come rileva il critico, simboli e temi leopardiani: il sabato, il villaggio, l’infinito…

Carmelo Ciccia, invece (La Procellaria, Reggio Calabria, 1992) vi ritrova in più degli addentellati alla poesia di Cesare Pavese, “…variando leggermente il titolo della raccolta poetica del Pavese, questa di Giordano avrebbe potuto intitolarsi ‘Vivere stanca’…”, oltre a evidenziare l’importanza dell’aspetto metrico: “La sua è la riscoperta e la rivalutazione di un ritmo (in genere l’endecasillabo), che non solo ha avuto grande fortuna nella nostra tradizione letteraria, ma che meglio si presta ad un impianto favolistico-narrativo qual è quello di Giordano”.

Nella silloge Minuetti per quattrostagioni si fa ancora più forte il legame con la terra, intrisa di notazioni sensuali, le sue zolle, le sorgenti, il faticare dell’uomo: qui il poeta percorre tutto il ciclo dell’anno, nell’evolversi e nel procedere dei fenomeni atmosferici legati al corso delle stagioni, nelle variazioni della natura e del paesaggio, corso delle stagioni che si fa tutt’uno col ciclo della vita. Si accosta e sperimenta la metrica degli haiku, coniugandola ai ritmi del minuetto, e sembra che gli effetti sortiti da queste sperimentazioni siano positivi, efficaci, se Paolo Maccioni scrive: “…le poesie raggruppate nei Minuetti per quattro stagioni sono in numero di trenta ed in esse è raccontato il principio e la fine delle stagioni che coincide con il principio e la fine della vita umana, così che il filo conduttore che le lega assieme potrebbe riferirsi alla storia dell’umanità”.

Le 13 liriche di Scorcia ri limuni scamusciata segnano il passaggio dalla lingua al dialetto, il dialetto di Mistretta, e costituiscono, pertanto, anche un’operazione di recupero linguistico, alla ricerca delle parole autentiche che si sono perdute col tempo e con l’avvento di un linguaggio legato al progresso e alla tecnologia, mentre qui l’autore ritrova i fonemi e i vocaboli genuini della parlata locale mistrettese: Paisazzu ri muntagna, forse la poesia più emblematica ed intensa, stigmatizza il rapporto ambivalente di amore odio col paese natio che ciascun siciliano ben conosce.

Tra i numerosi commenti alla raccolta, abbiamo voluto estrapolare delle citazioni da quello di Angelo Manitta (Il Convivio, Gennaio- Marzo 2004): “Scorcia ri limuni scamosciata è una silloge dialettale che sa fondere perfettamente tradizione, espressività poetica, memoria, sentimento e cultura contadina e popolare…

Il problema dell’emigrazione è forse il punto nodale, il tema che unisce il passato al futuro…una poesia che scaturisce dall’animo e dal cuore, dal legame con la propria terra e con la propria gente: amicizie, colloqui ricordi.” Ancora uno di Corrado Di Pietro: “Filippo Giordano è attento alle trasformazioni sociali e, attraverso le parole e i ritmi di un vernacolo ricco e fascinoso, ci da la chiave di lettura di alcuni fenomeni linguistici come la contaminazione delle parole d’origine con quelle acquisite e straniere, e, infine, la riflessione di Alfonsina Campisano Cancemi: “Il dialetto, quello di Mistretta, dove il Nostro è nato e vive, serve a meglio esprimere la dolorosa condizione del poeta innamorato della sua terra e deluso dallo scempio che lo scorrere della storia ne ha fatto, per cui tutte le sue meditazioni, velate di ironia, si risolvono in un malinconico oscillare fra memoria e realtà”.

Il sale della terra è una raccolta di 25 componimenti, piuttosto ambiziosa e complessa, una sorta di sublimazione della storia, dal mito fino a oggi, naturalmente vissuta, o rivissuta, sui propri luoghi, così saturi di miti, storie e leggende, in una visione ad ampio respiro, che inizia dalla scoperta del fuoco e va avanti nei secoli, senza tralasciare l’omaggio alle recenti conquiste del progresso, come la radio, il cinema. “E non è senza significato il fatto che il titolo di questo libretto, oltre ad una frase di don Fabrizio pronunciata nel Gattopardo (fine del cap. 4) e riferita al carattere dei siciliani, ci conduce ad una espressione di Gesù riferita ai discepoli (discorso della montagna, nel Vangelo di Mt, V, 13)”. Un percorso ad ampio respiro, che abbraccia e comprende mito, storia, fede, cultura, scienza, pur senza perdere mai di vista l’universo–Sicilia. La raccolta delle 9 poesie di Ntra lustriu e scuru è per Filippo Giordano la seconda prova di poesia in dialetto, a tre anni da Scorcia ri limuni scamusciata, prova questa cui l’autore giunge con la maturità. “Giordano è un buon poeta in lingua. Quali ragioni lo spingono di tanto in tanto verso il dialetto?” si chiede Giuseppe Cavarra, “Per lui il dialetto è ‘lingua della memoria’ che, come tale, consente al poeta di portare il discorso sul piano della poesia libero dai bavagli delle correnti e delle mode…?

O il dialetto è per Giordano ‘linguaggio totale’?” Per qualcuno, ad esempio Paola Fedele, egli in questa breve raccolta instaura un dialogo, dove invita i suoi lettori come fossero degli amici. Colpisce, fin dalla prima ed emblematica lirica, il senso di sospensione tra due dimensioni diverse, mistero e chiarezza, “lustru e scuru”, il buio e la luce, l’essere e il non essere, “forse tra passato e presente, o fra il bene e il male, o tra l’essere e il non essere, ed egli sembra trovare un appiglio per consolidare la sua fragile stabilità, solo nella fede, la quale trascende l’umana comprensione” (Nicoletta Corsalini).

E ancora Il canto dei paesi, raccolta molto varia questa, che accoglie poesie di tono epico, dediche, del resto l’Autore sa cogliere spunti, o pretesti se si preferisce, da un cane, dalla legge antifumo, dalla vegetazione o dal paesaggio: 20 liriche in tutto, che sono come altrettanti flash, la stessa poesia che dà il titolo è uno spaccato di vita. Nella sua Prefazione Sebastiano Lo Iacono propone alcune notazioni interessanti, inerenti alle caratteristiche e ad alcuni temi della poesia di Giordano, dove rileva, tra l’altro, l’uso frequente e non certo casuale dei verbi al congiuntivo, i ricorrenti richiami al Leopardi, l’omaggio al poeta pecoraio Giacomo Giardina, la prorompente rappresentazione della natura nella sua bellezza ed esplosione di profumi e di colori, la “finta ignoranza” del poeta in tutta la sua valenza ironica, e quella sorta di ritorno, di rivalutazione delle cose genuine, dei valori antichi e autentici, come antidoto alla “peste del XXI secolo”.

Infine, in ordine di tempo la più recente, la silloge Sussurri del cielo e mormorio di numeri primi, complessa e impegnativa, tanto per i contenuti, gli interrogativi pressanti sul male di vivere, l’ignoto, il futuro, dove l’autore si misura col mistero del divino, ma anche per la sperimentazione di nuovi metri e stilemi, dove emerge e si evidenzia il suo essere un matematico oltre che un poeta. In termini molto lusinghieri Giorgio Barberi Squarotti lo definisce “libro geniale di poesia filosofica, teologica e matematica… un’opera di assoluta novità”. Ma lasciamo parlare Fabrizio Grasso: “La raccolta… è il tentativo di illustrare poeticamente la teoria ‘quadratica’ che Giordano sostiene di aver scoperto, teoria che farebbe luce su uno degli enigmi più affascinanti della matematica, qual è appunto quello di una regola per scoprire la successione e quindi consentire l’individuazione di tutti i numeri primi”, e prosegue spiegando “Il libro si compone di tre momenti (e non crediamo che sia così per un caso; tre è numero divino per eccellenza ed è anche un numero primo): Sussurri del cielo (contiene cinque liriche), Mormorio di numeri primi (contiene venti liriche) ed infine Prima del principio era lo zero (breve poemetto)… Ma la cosa che rende davvero eccezionale il libro di Giordano è che, passo dopo passo, anzi numero primo dopo numero primo, egli ci avvicina al mistero dei misteri, che è quello dell’esistenza di Dio”. Altrettanto esplicativa questa considerazione di Stefano Valentini: “Con quest’opera strana, ora armoniosa ora dissonante, Filippo Giordano non propone soltanto una dimostrazione al mistero dei numeri primi, ma anche una nuova alleanza tra scienza, fede e poesia. Ragione, spirito ed emozione sono tre componenti connaturate e solo il loro impasto può mettere l’uomo sulla strada necessaria a comprendere il perché di ogni cosa che esiste e, innanzitutto, di se stesso e del proprio destino”. Si potrebbe affermare, infine, che, di là dalla sperimentazione, e oltre all’impegnativa esercitazione poetica, l’opera sui numeri primi diventa un percorso di fede ritrovata.

Traendo le somme su un autore così eclettico e una produzione così vasta e varia, ma fondamentalmente unitaria e coerente, si vorrebbe chiudere riportando, tra i molteplici quanto autorevoli giudizi, due definizioni che ci hanno particolarmente colpiti, l’una di Giuseppe Ciccia, che afferma: “La poesia di Filippo Giordano è poesia antica, attraversata da una musicalità incisa nella parola… Giordano continua a essere il poeta di una terra, la nostra, che sta invecchiando con noi e la sua poesia non è fatta per lanciare messaggi esistenziali, ma per recuperare con dolcezza la quotidiana voglia di vivere che ancora, per fortuna, ci sorregge”. La seconda, altrettanto incisiva, appartiene a Giovanni Dino “Filippo Giordano… è un poeta bravo e colto sia quando scrive in dialetto, sia quando si esprime in lingua … egli scrive versi coi quali indaga e s’indaga sul perché delle cose e della vita. Ma sa anche prendere in giro e prendersi in giro attraverso la scrittura… Un poeta che cambia registri adattando la sua poesia di volta in volta a un percorso nuovo con freschi effluvi di riflessioni”.

Recensione
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