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Maria Grazia Lenisa:
maestra di poesia nuova e di onesta critica letteraria

Si è spenta a Terni il 28 aprile 2009 Maria Grazia Lenisa dopo una lunga malattia che lottava da tanti anni. Donna di grande talento, di cultura e di grande umanità "Con la sua scomparsa non c'è nulla che sappia rendere, più della poesia, presente un'anima, nel tempo" da una e-mail del prof. Lucio Zinna che comunicava la dipartita ad amici comuni della Lenisa.

Parlare o scrivere di Maria Grazia Lenisa credo che per me non sia cosa facile per tanti per diversi ragioni. Io particolarmente mi sento intimidito ed intimorito nell'affrontare una tale colonna portante della cultura nazionale, ma mi avventuro a farlo per l'affetto e la stima che ho di lei. La poesia ci ha fatto conoscere nel '95 grazie ai comuni amici poeti palermitani Giulio Palumbo e Pietro Mirabile, ma la fede e l'amicizia legati all'ufficio della poesia ci hanno uniti in un rapporto intenso.

Maria Grazia Lenisa è stata la voce della poesia e della critica italiana più autorevole di questi ultimi 30 anni. E' stata molto vicina alla Bastogi editrice, e non solo, collaborando in diverse maniere, dirigendone la collana del Capricomo. A Palermo era molto apprezzata da molti poeti, innumerevoli le presenze sulle riviste locali come Arenaria di Lucio Zinna, L'involucro di Pietro Terminelli, Spiritualità & Letteratura al tempo di Giulio Palumbo e Pietro Mirabile, ed altre, per non parlare delle collaborazioni attive con molte altre Riviste di cultura e di poesia di molte altre città italiane. Maria Grazia Lenisa come critico è stata tanto amata, ambita ed apprezzata da scrittori, poeti e artisti di tutta Italia. Era giunta ad una notevole levatura culturale da avere una autorevole voce in campo nazionale. Una straordinaria capacità di far ascoltare la sua visione/interpretazione della poesia e dell'arte. (Ma si sa quando una persona riesce ad avere molto ascolto e pubblico potrebbe suscitare pruriginose gelosie a pulpiti altrui). Maria Grazia Lenisa è stata il critico più sincero e leale in assoluto. Oggi più che mai di critici leali e sinceri, che scrivono quello che pensano del testo che mettono al `setaccio' della loro osservazione ce ne sono pochi. "E' la verità che dà testimonianza alla verità (lo diceva la Lenisa stessa), e la verità è una fiamma che purifica brucia ma che anche annienta. E la verità viene a galla da sola, come la poesia che se c'è, arriva da sé spontanea senza forzature. Ed è la poesia che viene fuori ed avanza che premia il poeta, mai un concorso di poesia o la casa editrice che lo pubblica ". Ma la verità, come spesso avviene, divide spacca opinioni e punti di vista, ficca paletti e crea confini o alza grossi muri. E la verità, che si annuncia, può mettere anche in serio rischio di isolamento, di solitudine e di abbandono. Qualche amico in passato al riguardo verità e isolamento mi faceva notare che i critici che non restano mai soli e che non vengono mai abbandonati, (ma sono sempre circondati da tante persone... i quali li adulano e li inneggiano) sono quei critici bugiardosi che addolciscono i loro giudizi critici impreziosendole di astuto fumo retorico, scrivendo recensioni, o articoli sdolcinati e pregne di abili sotterfugi con ingegnose parole a doppio senso con concetti generali e generalizzanti. I critici che non restano mai soli sono quelli che scrivono caramellose e arzigogolanti prefazioni, che poi sono prefazioni che vanno bene per qualsiasi libro e per qualsiasi autore. Proprio questi tipi di critici fanno belle presentazioni di libri o di autori in convegni o salotti culturali, che a sua volta loro stessi non sono tanto convinti e che non tanto apprezzano, ma lo nascondono ufficialmente sempre. Sono i classici critici che non dicono mai una sola parola che possa irritare qualcuno, tranne per qualche riferimento, scontato e risaputo, su autori del passato. Sono anche quelli che oltre a scrivere sempre cose belle e importanti di un autore lo trovano sempre interessante ed originale: ma così stomachevolmente interessante ed originale, che osano persino accostamenti e parallelismi di pensiero o di immagine a poesie dei grandi poeti della storia della letteratura mondiale. I critici che non restano mai soli sono quelli che non trovano mai cadute nell'opera (o meglio non lo dicono mai e mai lo diranno). Non trovano mai disarmonie e pecche di qualsiasi natura nelle opere che esaminano... (e non lo diranno nemmeno se li metti al muro sotto plotone d'esecuzione). Anche se i loro giudizi, i loro interventi culturali sono confermabili, confutabili e opinabili da chiunque possiede l'opera e possa valutare da sé quanto viene gonfiato, sminuito o taciuto a tal riguardo. Maria Grazia Lenisa non la pensava così, lei tagliava carne e ossa come si dice dalle nostre parti. Lei giudicava e qualificava il testo per quello che valeva, 'pesava e misurava attentamente' con un metro di lealtà e lo rapportava in valuta stilistica e di percorso poetico artistico culturale per quello che valeva, dicendo, senza offendere ma restando nella lealtà del giudizio.

Ma la sua lealtà e fedeltà ai principi estetici e il suo essere schietta la esponevano alto scoperto verso coloro che non la pensavano allo stesso modo di valutare certa poesia, o di essere valutati, suscitando non poche irritazioni.

Purtroppo anche nell'ambiente di letterati di esseri comuni carnali destinati alla fossa, anche se col pregio di restare vivi sempre nella carta stampata, possono esistere gelosie, calunnie, arrivismi e altre bassezze di meschina umanità.... E questo lei lo notava amareggiandosi parecchio, al punto da meditare di relegarsi al silenzio. Silenzio che ha avuto luogo con l'avvento della malattia. La malattia, infatti, ha dato inizio a quell'idea, maturata da tempo, di abbandonare le attività culturali e la vita pubblica, di dare un taglio netto alla folla di scrittori, poeti e artisti di tutta Italia che assillavano di continuo. Già a metà anni '90 rispondeva agli amici, che chiedevano recensioni prefazioni o altro, del suo ritiro dalle attività culturali pubbliche "perché la stancavano e deludevano troppo". Stare all'attenzione continua in campo nazionale non la entusiasmava più anzi la stancavano e deludevano. Ma lei stanca e delusa lo era già da tempo per i continui dissapori disappunti e divergenze con altri critici e poeti su punti di vista completamente opposti sui 'sani' principi teorici del `bello e del buono'. Queste continue tira e molla verso una cultura poetica che non sempre faceva prevalere canoni obbiettivi e classici sul fare poesia le avevano fatto valutare l'idea di allontanarsi in un prolungato eremitaggio. Eremitaggio che poi è avvenuto anche per motivi di salute, per dedicarsi con uno spirito sereno alla salute (già provata dalla malattia) e alla preghiera, ma anche alla sua scrittura e alle sue creazioni e alla sua famiglia.

I versi di Maria Grazia Lenisa proprio negli ultimi 20 anni progressivamente andavano uscendo da canoni lirici cui eravamo abituati in larga misura a riconoscere ed identificare la sua poesia. Cambiamento camaleontico del fare poesia che passò sotto banco, inosservato dai molti, anzi non è stata nemmeno capita da alcuni suoi amici poeti. Ma già agli inizi anni '90 in poi troviamo sempre più spesso testi poetici dove in alcuni passaggi la poesia si chiude come riccio (per difendersi­attaccare-sopravvivere?!) diventando talvolta impenetrabile e incomprensibile. Versi che sembrano compiere rapide virate di senso e di pensiero come se da una leggibilità e godibilità di lettura ci portano a sprofondare in una improvvisa palude.

La poesia della Lenisa subisce ancora ulteriormente nuove influenze ermetiche, specie nel periodo strettamente legato alla malattia, restando il suo versificare entro un recinto misterioso e bizzarro, inafferrabile e violento come treno che scappa facendo assumere al verso connotati crudeli.

Venendosi così a trovare a sua volta ogni lettore della poesia di Maria Grazia Lenisa spiazzato deviato disorientato perdendo la rotta di senso e di idea. Perché quello che sembrava chiaro, esplicito subito via via diventava enigmatico incomprensibile.

Parole sonore ed immaginifiche venivano alternate con passo lento e con passo rapido a parole aspre e crude, volgari e sudice, irruente e erotizzanti, moleste e ingiuriose, creando un nuovo seme, un nuovo ibrido fra le innumerevoli poetiche dall'ultimo '900. La Lenisa ha avuto il coraggio fra tutti i poeti italiani viventi di rompere con tradizionali versi, teorizzando un nuovo modo di fare poesia atipica e controcorrente (è un bene, è un male nessuno adesso può giudicarlo).

Di sicuro ci troviamo innanzi a un nuovo e diverso ermetismo ove il giocoso e il bizzarro; tra luce e ombra, tra antico e nuovo e tra copri e scopri, sembrano inquinare-alterare con pennellate arbitrarie di senso e non senso, i territori 'conosciuti' della poesia per piazzare con una nuova infuocata luce sciabolante e brada di poesia.

Maria Grazia Lenisa resta maestra di un genere di poesia unica nuova ancora da decifrare e codificare.

Amorose strategie è l'ultimo suo libro di poesie tra l'altro premiato al Rhegium Julii nel 2008 ("ultima occasione di gioia vissuta assieme" alle figlie, Marzia e Francesca come mi hanno comunicato in una recente lettera). Mi piace prendere alcuni versi da quest'ultima sua pubblicazione per dare un esempio, come lei stessa cosciente del suo essere poeta controcorrente e provocatrice tante volte annuncia fra i versi la poetica del suo fare poesia atipica, la sua umanità, la sua fede. "In fondo resto nella poesia / una donna di versi / che inventa l'amore" (pag. 34).

"La donna di versi è conquistata dai tuoi / colori, si sente la tua pupilla ch'attinge / petrolio dal suo profondo per diventare / biscia tra le tue mani" (pag. 9).

"Vieni con fialette / di mare a curare il male che mi porta via" (pag. 29).

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