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A pié descalzi

L'elegante volume di poesie dialettali "A pié descalzi" di Lucia Beltrame Menini è formato da tre sezioni: Quando la tera... - Sgrìsoli garbi... Forsi, cissà, stasera... dove, come dice l'autrice, si rincorrono "nostalgie, ricordi e voci nel dialetto della Bassa Veronese".

Il dialetto fa da tramite naturale tra le emozioni e il verso e arricchisce, con la sua musicalità, le cose, i ricordi, le atmosfere, le voci della sua terra. Non potrebbe essere altrimenti perché solo attraverso il dialetto, la voce del cuore e dell'infanzia, può trovare piena ed adeguata espressione per far rivivere i ricordi e un mondo che ormai non esiste più.

La poetessa sa rievocarli attraverso il fluire dei versi sempre precisi ed accattivanti e attraverso immagini che trovano il loro humus nella Bassa Veronese.

° Quando la tera... : è un fluire di voci, di cose, di atmosfere, di terra ("Che gusto remenar la tera nuda"), di persone che sottolineano come in quel tempo non molto lontano la vita era un tutt'uno, una comunione tra uomo e uomo, tra uomo e natura, tra uomo e le cose, tra fatica e umanità, tra difficoltà e attesa del futuro.

Sembra quasi che la poetessa voglia riandare a quel mondo caldo di umanità, di terra, di fatica, di cieli azzurri, di futuro per sottolineare l'aridità del presente, dove i rapporti umani sono regolati dal telefonino, dove sembra venir meno il futuro, l'incontro solidale e tutto è perso nelle nebbie dell'indifferenza e dell'egoismo.

"son nata a pié descalzi... tenpi di guera i era,
tenpi bruti / e la vita pi che dura...
ma anca sana... e ancora adesso... me cavarìa
le scarpe... caminarìa descalza / in libertà /
co le ale a i pié sora sto mondo bruto
."

Non c'è nostalgia certo per "la vita dura" di quegli anni, ma per quell'umanità che vi si respirava e permeava i rapporti delle persone, per la presenza e il calore della terra, per la familiarità e la sacralità delle cose dei campi, per la serenità con la quale ci si accontentava del poco che la vita offriva:

"e a sera in s-ciapo a ciapar slusiróle /
e... ciaparse un baso sul mureto de casa
"

Ogni poesia offre uno squarcio di quel mondo e si rincorrono affetti, persone, ricordi, quadri di vita, di campagna, attese...

Sono poesie piene di vita e il ritorno a quella Bassa diventa per la poetessa motivo di pacificazione e di ritrovata speranza.

°Sgrìsoli garbi: le poesie si fanno più personali, più intime e ritornano gli affetti, la famiglia, le persone care, la musica che riempiva la casa, le "boteghe" e i personaggi del paese, la vita con le sue gioie, i suoi dolori, i suoi valori, i suoi distacchi, e il tempo che passa inesorabile e tutto porta via. Sono "sgrìsoli garbi" che rivivono attraverso squarci di vita intensi, addolciti da verso che sa renderli colloquiali, intimi, personali. Anche il dolore per la perdita del marito, dolore profondo, lancinante, si trasforma in una immagine ricca di rimandi metaforici:

"l'è 'l scroco de ’na ciave in te la porta...
che non se vèrze e che me lassa sola
"

e così trova una sua ragione, una sua accettazione, anche se non può essere dimenticato e sempre "rùgola in te ’l core".

Non manca il ricordo di Dino Coltro, cultore della civiltà contadina: "ligà a sta gente ne i filò de corte / ghe stà el dialeto, spece quelo orale, che t'è servìo da altar par pregare quel Dio..."

°Forsi, cissà, stasera...: nonostante tutto, nonostante il vuoto che lasciano le persone care, la poetessa torna timidamente a sperare "epur bisogna vìvar... canta ’na capinera / despiego a l'orizonte / tuti i me desideri", e aggrappa le ore del giorno alla fede, "l'anima te senti che se rinova". In questo nuovo equilibrio di fede, lei si guarda attorno: "i òmeni ancó? / Muri de core e sassi" e si augura che l'uomo possa ritrovare la sua umanità e quella fraternità che il Pellegrino di Palestina ha insegnato. Solo così si potrà sperare che si possa "desfà el giazzo / de sti filò de piera".

Gli ultimi versi hanno un senso di commiato e il pensiero va ai suoi figli ("Finché la vita vole / par valtri sarò el porto / el fogo che non more"); alla sua terra ("me perdo a sghimare / destese de canpi... on s-ciapo de osei se mola in tel vento... me involo anca mi; / leziera e felice". Pur consapevole che la vita "no mantiene / quelo che l'à promesso", la poetessa trova che ogni risposta viene dalla fede e in essa raggiunge quella pacificazione che le permette di dire "tuto el ben / che ò ricevù qua in tera / e porterò con mi / có sarà sera..."

La poetessa Lucia dimostra di aver maturato un proprio linguaggio preciso, semplice e sincero che si avvale della musicalità del dialetto veronese della Bassa e delle immagini che trae dal suo mondo, dalla sua terra.

I suoi versi sono spesso impreziositi dalla rima, mai forzata, scorrevole e musicale e dall'uso sia del verso libero, sia dall'uso attento alla metrica (endecasillabi, novenari...), e delle figure retoriche (enjambement, metafore...) che fluiscono naturalmente nel discorso poetico.

Alla padronanza del linguaggio si accompagna la perfetta sintesi tra emozione e dialetto, tra il pulsare intimo e il suo porsi sobrio sulla pagina. Tutto questo evita di cadere nel sentimentalismo. La lettura così corre facile sui ricordi, su quel mondo della Bassa che la poetessa tanto ama.

Recensione
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