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La vita che non muore

Ho conosciuto Marco Tabellione attraverso le sue recensioni sulla rivista Il Segnale, (Milano) di libri miei e di altri. Numerose e bellissime. Ad esempio quelle riferite a Il poema dei morti di Bernard Noel, La storia di Emma di Fabio Scotto, Il colore dell’acqua di Alessandro Canzian, Delle parole e dei loro luoghi, di Giovanni Campana, ecc.

IIn quelle sue dense e approfondite analisi lo scrittore abruzzese, nato a Musellaro nel 1965, laureato in lettere con una tesi sulle avanguardie poetiche degli anni sessanta, giornalista e insegnante, collaboratore a quotidiani e riviste specializzate, percepisce e approfondisce le contorsioni degli autori, che segue e sviscera con un’intuizione, un’acuità quasi psicanalitica e un alto livello culturale, rimanendo però estraneo, e solidamente ancorato alla terra delle analisi letterarie.

La vita che non muore mi ha fatto invece scoprire un Marco Tabellione molto diverso, mimetizzato dietro Stefano, l’intenso e travagliato personaggio eroe del suo racconto. Come diversi possono essere la mente e il cuore, la ragione e i sentimenti. Opposti o complementari? Forse tutte due le cose?

Durante la lettura e con stupore, mi appariva uno scrittore “altro”, in preda a pensieri e angosce interiori, padrone di una prosa eminentemente poetica, colmo di tensioni emotive, perfino sentimentali e passionali, anche se orientate verso un unico bersaglio, oltrepassata la scoperta dell’amore terreno e carnale, presto soccombente sotto la valanga dell’altra ossessione: la Musica. Insieme al Mare.

Perché si può dire senza esitazione che lungo l’intero svolgersi del romanzo Marco, e Stefano il suo personaggio, camminano sulle acque! Trasportati dalle onde, dal flusso di quella musica, tanto amata da scegliere poi di morirne. In apparenza soltanto, giacché paradossalmente, l’albero abbattuto, l’infermo terrazzato, lascerà sulla sabbia l’eterna traccia del suo passaggio, la realizzazione di un’opera d’arte, e d’una vita in apparenza bruciata che sopravvive alla morte.

Non è più capace ormai, il suo corpo inchiodato e inerte, di badare ai compiti banali di una quotidianità dispersiva, anche se si può crudelmente supporre e intuire sia stata la sua fortuna: giacché lascerà libere la mente e la creatività, aiutate dall’amore ritrovato di una donna, di consacrarsi esclusivamente alla tensione poi all’esplosione delle armonie straordinarie, a lungo arrotolate sulle rive del mare, nel costante flusso e riflusso del vento e delle maree; sviluppandosi poi nel dolore e nella gioia della meta raggiunta.

Accordi e melodie misteriosamente scaturite in paesi lontani sfiorati dagli elementi - come vengono titolati i suoi capitoli -, feto che cresce nel ventre della balena e matura, fino all’ora del parto che squarcia les entrailles e conduce ad una morte accettata/nuova nascita nel compimento della bellezza.

Diventa anche Marco vedente e veggente, udente e utente, grazie a quegli strani miracolosi marchingegni che permetteranno a Stefano, tramite lo sguardo, l’occhio magico, di risalire alla fonte e in fondo alle viscere della sua passione, spremendone l’essenza e le forze.

L’Ombra onnipresente, insieme minacciosa e tutelare, credo sia Marco stesso, che segue, quasi perseguita i suoi personaggi fino a far rendere loro l’anima, nei vari sensi dell’espressione, per estrarne quello che spesso neanche loro sospettano.

Come sarà, Marco, ma anche Angelo, l’Angelo di quel destino implacabile ed incomprensibile, che su ognuno posa la sua ala, nel bene e nel male, lungo l’arco della vita. E oltre?

Alla fine della lettura, il rimpianto di non poter ascoltare la sinfonia finalmente eseguita e partecipare alla gioia collettiva del pubblico stregato.

Marzo 2022

Recensione
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