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Sagana di Lucio Zinna comprende poesie già apparse nelle precedenti raccolte Il filobus dei giorni (1955-1963) e Un rapido celiare (1964-1974) nonché dodici liriche inedite scritte nell’arco di tempo che va dal 1974 al 1976. Qualcosa, dunque, come venti anni di assiduo lavoro, di amore, di fedeltà alla poesia. Sagana, che vuol dire questo titolo? Lo spiega lo stesso Zinna nella prefazione quando dice che Sagana è «una zona collinare del palermitano, tra Giacalone e Montelepre, che resiste anch’essa − come può − all’impietosa avanzata del cemento...». Il dato oggettivo qui è la visione di questa zona collinare che resiste, come può (si noti la drammaticità dell’inciso), alla conquista consumistica dell’uomo. Il titolo, quindi, assurge a simbolo di un «luogo del cuore» (Terra del mio / umano esordio, primo luogo del cuore... dirà il poeta nella lirica Terra d’esordio che apre la raccolta), un luogo del cuore che presto sarà cancellato e diventerà memoria. Il trasformarsi della realtà in paesaggio della memoria mi sembra una delle connotazioni di rilievo nella poesia di Lucio Zinna che in questi trapassi drammatici raggiunge sempre una notevole tensione lirica nella ricchezza allusiva delle immagini.

Altra componente di questa poesia è certamente quella sociologica. Il nesso fra arte e società qui è incentrato, con finezza di accenti, sulla formazione stessa del poeta (che ha seguiti studi di filosofia con una tesi su Maritain) e sul processo di storicizzazione cui questa poesia si apre per l’appunto. Una poesia, aggiungerei, che si distingue per i suoi caratteri compositivi, con le implicazioni, cioè, di valori semantici − da quelli sintattici a quelli lessicali, fonologici e via dicendo − che in questi testi non sono più un fatto sperimentale (la lezione delle neo-avanguardie è ormai lontana per lo Zinna) ma costituiscono, viceversa, nel loro grado di maturità e di spontaneità, la struttura portante di questa poesia che le utilizza con misura sino a dare anche alle parole più consuete, diciamo, una carica suggestiva di rara finezza. Sulla scia di questa annotazione viene fatto di pensare alla «poetica dell’oggetto» relativa a Montale, per esempio. E non certamente come amore per la sperimentazione bensì come ricerca lessicale che rende un discorso, anche ideologico al limite, più agevole su una realtà la quale, priva ormai di tutti o quasi tutti i valori della tradizione, non consente evasioni o analisi, anche di natura finalistica, ma solo la rivelazione nuda e cruda di quanto di assurdo, di dissacrante e di antiumano vi è in essa. Con la speranza − per chi ha ancora la forza e il coraggio di portarsela dentro − dell’avvento di un mondo migliore... La parola, quindi, per Lucio Zinna ha un ruolo semantico di grande rilievo e nella sua funzione appunto di rapporto tra le cose, gli uomini, i fenomeni interpreta la realtà e, nell’area dei significati e dei significanti, legittima l’azione mediatrice che l’analogia e il simbolo assumono nei confronti del mondo stesso. Il poeta par-tecipa così alla condizione dell’uomo d’oggi e ne tenta una interpretazione alle radici quando nella lirica Capolinea del venti rosso che chiude il libro domanda: «Tu / Marcella / ci credi in Dio?». Una domanda che il poeta rivolge al personaggio Marcella, a suggello emblematico del libro, ma che potrebbe rivolgere a se stesso e a noi, a tutti nella disperata illusione di una certezza che dal... capolinea della vita non si allontani e per sempre la speranza, almeno quella.

Questo denso, pregnante ruolo della parola sottende una rigorosa, drammatica linea formale e ideologica che farà poi dire a Fabio Tombari: «... Non credevo si potesse dire tanto senza sintassi ne ortografia: infatti gli ermetici non dicono, o meglio, non celano un bel niente; mentre qui c’è un’alchimia che fa credere e pensare più cose che il senso non dica...».

Una lettura, quindi, che presuppone da parte del lettore la massima apertura nell’impegno di recepire un discorso lirico che si dipana su temi esistenziali regolati da principi assurdi quanto inesorabili in una spirale in cui l’uomo si dibatte senza possibilità di uscita. Così in Elide e in Arcaica sera e ancora in Se vivere, Un’altra pace fino a Disorganico improvviso dove più incisiva si fa la tessitura lessicale di raro equilibrio semantico che chiaroscura, direi, i dati analogici ed allusivi di una realtà oggettuale che si rivela di grande momento e di estrema drammaticità. Una realtà che il poeta a volte guarda con distacco, a volte tratta con toni evocativi senza scadimenti emozionali come in Antica lettera, per esempio, dove le cose diventavano trama suggestiva in un susseguirsi di stati d’animo che l’ironia, quasi unica difesa della propria condizione, rende più amari. Su questi temi il discorso si fa più pregnante in poesie come C’era un portone dove i particolari della vecchia casa proletaria paterna assumono il ruolo di personaggi immobili nella memoria; e ancora in Corale degli emigranti fino a Sparse mi ritorna sequenze e le citazioni non finirebbero più. E su tutto il senso della sicilianità quale è possibile trovare in pochi e celebrati modelli della lirica isolana e che non limita certamente il respiro di questa poesia ma lo nutre e lo amplifica fino all’universale proprio attraverso una struttura linguistica più che mai, qui, elemento qualificante di un’area umana e di un ethnos particolari. Sicché si può concludere indicando in Lucio Zinna un poeta di grande rispetto: egli è efficace interprete delle ansie del tempo che viviamo e i motivi della sua poesia. ci dicono il travaglio di una società in crisi nella quale tutti ci riconosciamo.

Recensione
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