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Dopo la breve ma folgorante lezione dei Futuristi, il linguaggio poetico ha visto moltiplicarsi le proprie possibilità, tanto che la poesia ha potuto essere tutto quello che non aveva potuto prima. Oggi moltissimi si avvalgono di quelle conquiste (in apparenza essi danno a tutti la possibilità di essere poeti, come saper scrivere dà a tutti la possibilità di essere scrittori), e la pagina si fa spesso più leggera. Questo ha senz’altro giovato alla poesia. Tutte (o quasi) le possibilità offerte da tale innovazione vengono usate in questo libro dall’autore, del quale il lettere viene anche informato di nome e cognome e professione degli amici. Detto questo, e cercando di non farmi intimidire da tali eccellenti conoscenze, ne terrò conto nell’esprimere pareri su questa pubblicazione.

L’insieme del lavoro si posiziona fra sperimentalismo ed aforisma, mi ha ricordato i grandi inglesi famosi per il loro sarcasmo, non fosse per le frequenti citazioni e le dediche che provincializzano sempre un po’. In alcuni casi forse è fin troppo “inglese”, e rischia di sfuggire alla massa “nazional-popolare”, per fortuna, molto probabilmente tale massa non compra (o forse compra ma non legge) libri di poesia, e forse l’autore lo sa.

Il culmine dell’ironia mi pare venga raggiunta in I Poeti (p. 39), dove, non senza una vena polemica, l’autore si adagia sull’assunto caro a molti comici, traduttori, presentatori ed altri, secondo il quale tutti sono poeti ed ogni cosa è poesia, e compila una lista arguta e pungente. “… Greenspane – poeta decadente | Bill Clinton – poeta scadente | Fidel Castro – cadente | Trilussa – tipico | Annibale Carenzo – poeta di corte | …”, (manca una poetessa topica, peccato). Ancora di più a pag. 16, dove si trovano, inseriti fra Bombay e Beat generation, su di una sola riga divisi dal trattino, “Milano – Babilonia”, e nella riga seguente “I Legnanesi” (Compagnia teatrale milanese nota fin dagli anni ‘960, formata esclusivamente da uomini che si presentavano in scena vestiti da donne). Il collegamento più immediato fra i tre termini è sicuramente il più pedestre. Invece vale la pena di ricordare ai lettori come in passato la Stazione Centrale di Milano sia stata definita l’unico esempio di stile Assiro-Milanese, ed essendo più accessibile il rapporto fra Assiri e Babilonesi, questo conduce verso un senso diverso il rapporto fra Milano e Babilonia, in direzione di quello fra operosità frugale e permissivismo dissoluto, e incastra I Legnanesi fra l’idea del teatro del 500 e quella dei reality show, con evidente effetto diacronico. E’ su questa falsariga poco agevole che il lettore deve muoversi per gustare appieno il retrogusto di questo lavoro certamente inconsueto.

Infine voglio rivolgere un ringraziamento particolare all’autore per aver definito “Il centro del Mondo” quella che secondo alcuni è stata la mia più grande fortuna, sulla quale me ne sono stata seduta nella più piena incoscienza durante i miei anni migliori.

Recensione
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