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La sensazione di trovarsi davanti a qualcosa di deciso, se non addirittura decisivo, la si ha fin dalla prima pagina, dove si può leggere, impressa da un timbro a inchiostro verde, "Da recensire. Grazie.".

La prima poesia dà il titolo alla raccolta, "L'ultimo uomo": Otto terzine, composte da versi liberi senza uno schema e non incatenate da rime, chiosate da un verso isolato che sottolinea il carattere definitivo come di sentenza.

"Egli", il soggetto, l'ultimo uomo, è sicuro di sé "ispeziona le trappole, … | … | …Torri di guardia non innalza. Vive", padrone dell'ambiente che frequenta "… Potrebbe | stare alla macchia per una settimana;", sa dominare le emozioni che a volte lo assalgono ma delle quali non è mai preda, "Ma a volte, allo svegliarsi, con un segno | d'una pietra sul fianco più pungente", ed ha esatta coscienza del suo essere, "Preserva se stesso come natura". Ciò nonostante in quell'ultimo verso viene detto "Interamente rappresentativo." (p. 23). In tutto il libro non si incontra più una composizione così scandita, nella forma e nella sostanza, come questa, anche per ciò appare come un viatico per tutto il poema.

Sottile ma profonda l'ironia di certe immagini: "… Ora che, solo, | non può portare messaggi a se medesimo, | … | è un grosso saio che comincia a farsi | con pelli di talpa e di coniglio; osserva | che chi lo indossa è privo di mansioni.", dopo aver chiuso il verso con un pesante "osserva" fa scaricare la forza sul bisticcio "che chi" per introdurre alla condizione che vuole sottolineare.

La raccolta continua per attimi successivi toccando toni di grande spessore, con linguaggio adeguato: "La bocca lotta con parole che la mente ha dimenticato." (p. 26). Il verso pare infinito, eppure non è stato censurato, ne sarebbero potuti uscire due novenari; altrettanto si potrebbe dire per il II verso della IV strofe, composto da due ottonari grazie alla mancata sinalefe dell'inizio ed alla bisdrucciola del centro, invece si è scelto di tirare diritto, anche se in prossimità di versi molto brevi che potrebbero compromettere la stabilità della costruzione se affrontati da un lettore poco esperto.

Di una irriverente precisione si avvale la poesia "Ero presenza" (p. 34), che tocca il punto massimo, a mio parere, dell'ironia. Vi si possono intuire quasi fisicamente nella loro piccolezza, fatta di atteggiamenti facili ed omologati e di corredi accessori collaudati, gli eroi di tante fiction, esibiti come diversità eccellenti e spesso inconsapevoli stampi di serialità. "Chi ero, con occhiali neri? | Nessuno in strada si poteva accorgere | se vedevo davvero.". Basta poco a sgretolare il monolitismo di questi versi, "Mentre indugiavo vi era, tuttavia, | me ne accorsi, una lieve | continua indecisione,", e ancora si noti la magistrale chiusura, "facevo la parte della spia | o di chi è spiato, padrone | o sevo abietto del mondo?", coraggioso anche l'interrogativo finale, che lascia sempre la paura di non riuscire a recuperare il livello all'attacco della poesia successiva.

Nella trilogia che chiude la raccolta il linguaggio recupera la pienezza, supera la dicotomia descritta in "La bocca" e di pari passo ciò che rimane di monolitico pare sgretolarsi e finire in polvere.

Nella nota critica, K. Srinivas scrive: "Rudy De Cadaval si è stabilito nel mondo del Parnaso …", Io credo che trovi posto in luoghi molto più vicini a noi

Recensione
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