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Non ho alcuna voglia di addentrarmi nei meandri de "La verità nomade della parola", che precede il testo. Così come mi sento, con un vecchio cucchiaio in mano, impregnata da un odore forte e legato contro la mia volontà all'istinto materno, che pure ho rifiutato, mi adagio volentieri sulla foto di copertina ancor più che sul titolo quasi impronunciabile.

Nel mio ricordo, le case di ringhiera non avevano il gabinetto ma il cesso fuori, e i baffi erano virgole senz'ombra di sintassi. Nel mio ricordo i bisogni corporali si chiamano merda e sono spalmati da qualche bontempone, nelle sere o nelle mattine fredde e buie di Milano, sulla maniglia del portone.

E' grande il disagio in cui mi getta, e vi assicuro che ne ho viste, questa vicenda, nella quale credo di riconoscere la durezza della donna lombarda, il sarcasmo della donna toscana senza riconoscere nulla della rezdora, della donna emiliana.

La vicenda, storia minimalista del piccolo smarrimento di una madre abbandonata, pressata dal malessere improvviso del figlioletto, viene abilmente trasformata in una piccola tragedia interiore per la protagonista, e tutte le divagazioni costituite dalle varie visioni del fatto non riescono a stemperare in me quel disagio di cui ho detto (forse è una questione soltanto mia ma non per questo mi sembra meno significativa). C'è la visione psicologica o psicanalitica, gestita su domande e finte risposte sotto forma di interpretazioni; quella raffinata che si dipana fra parti vili, in fieri, canizia interiore; c'è il negro americano e il cattolico ma nessuno riesce a cancellare il disagio. Ci sono elementi precisi che lo sostengono anzi, che lo amplificano in modo surrettizio: la presenza dell'idraulico, il quale essendo stato chiamato d'urgenza in una situazione dai caratteri molto privati, avrebbe dovuto sentirsi legato da una sorta di segreto professionale invece, abbandona il lavoro e se ne va, corre dalla portinaia, soggetto che nella percezione comune è il più lontano dalla discrezione, ma ciò che da il colpo di grazia alla condizione della povera madre è lo sconosciuto che, nella penombra umida ed esposta alle correnti dell'androne, si ferma a confabulare con la portinaia, di costui non viene detto nulla, lasciando alla mercè del lettore ogni più squallida e sordida illazione. E' in quest'ultima scarna comunicazione conclusiva che io riconosco quel tocco di perfidia che può venire solo da una donna, una donna di un altro tempo, quando le donne non figliavano in fretta per poi vestire la tuta da combattimento ed andare in missione di pace armate fino ai denti, quando gli uomini non si depilavano per vestirsi da donne e diventare prostitute particolarmente apprezzate da altri uomini, quando uno dei caratteri distintivi di molti uomini era la violenza e di molte donne la perfidia; stiamo imparando il peggio degli uomini e dimenticando il meglio delle donne: questo mi riporta alla caratteristica di questa sfortunata madre, un po' ingenua e sprovveduta, smarrita e poco autonoma, ma che nella sua grande confusione ha avuto in mente solo il bene del suo piccolo. Sotto la scorza di cui la vita mi ha vestita scorre ancora la linfa della generosità. E la versione ribaltata del fanciullo che chiude il libro non è sufficiente a ribaltare la mia sensazione: questa donna così diversa da me ottiene tutta la mia solidarietà.

Recensione
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