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Carmelo Ciccia e gli studi sui cognomi

Relazione
tenuta nel salone della Biblioteca comunale di Paternò
il 14 aprile 2004

Carmelo Ciccia, prevalentemente scrittore e critico letterario, non è nuovo a studi di linguistica: basti ricordare i suoi saggi Aspetti della lingua italiana contemporanea, Lingua e costume, L’anglomania linguistica e altri. Nato a Paternò e residente a Conegliano (TV), egli è stato in successione assistente universitario di lingua e letteratura italiana, docente di lettere e dirigente scolastico nelle scuole secondarie, principalmente nei licei classici. Attualmente è docente di letteratura italiana nell’Università per la Terza Età di Treviso. Studioso, scrittore e saggista, ha pubblicato parecchi libri, per lo piú di saggistica, collabora intensamente a giornali e riviste. Quale latinista collabora alla rivista vaticana “Latinitas” con articoli e saggi in lingua latina, poi stampati anche come estratti. Quale critico letterario ha pubblicato centinaia fra recensioni e prefazioni. Fondatore e presidente per oltre otto anni del circolo culturale “Leonardo” di Conegliano, è animatore culturale e conferenziere (recentemente ha tenuto due conferenze su Dante anche a Roma), specialmente in collaborazione con i comitati provinciali della Società Nazionale “Dante Alighieri”. A Treviso da molti anni tiene la lettura e i1 commento della Divina Commedia.

Numerose sono le recensioni da lui ottenute in Italia e al1'estero, come pure i premi e gli altri riconoscimenti ricevuti. Fra questi piú volte il "Premio della Cultura" della Presidenza del Consiglio dei Ministri, il premio “Prix France-Italie” della Biennale di Cannes nel 1979; la medaglia d'oro decretata dal Presidente della Repubblica, unitamente al diploma di Iª classe dei benemeriti della scuola, della cultura e dell'arte, nel 1988; la “Medaglia d'oro delta Città di Conegliano” conferita dal sindaco nel 1997, il 1° premio "Scrittori negli anni 90" di Treviso nel 1994, il 1° premio “Silarus” di Battipaglia nel 1996 e il 1° premio “Goffredo Parise” di Bolzano net 1999. Sempre per la saggistica, nel 2001 è stato finalista al premio “Pannunzio” di Torino e ha ottenuto il premio annuale “Vovo di Venexia” da parte della veneziana “Akademia de i Sbandai”. Il Televideo-RAI gli ha dedicato una pagina net 1992 e varie note net 1997 e net 1998; inoltre ha dato notizia di altre attività. Nel 1993 su invito delta RAI ha partecipato in diretta da Roma alla trasmissione di Radiouno “Alta ricerca dell'italiano perduto”. Varie altre radio e televisioni si sono occupate di lui. Carmelo Ciccia, prevalentemente scrittore e critico letterario, non e nuovo a studi di linguistica: basti ricordare i suoi saggi Aspetti della lingua italiana contemporanea, Lingua e costume, L'anglomania linguistica e altri. Nato a Paternò e residente a Conegliano (TV), egli a stato in successione assistente universitario di lingua e letteratura italiana, docente di lettere e dirigente scolastico nelle scuole secondarie, principalmente nei licei classici. Attualmente a docente di letteratura italiana nell'Università per la Terza Età di Treviso. Studioso, scrittore e saggista, ha pubblicato parecchi libri, per lo piú di saggistica, e collabora intensamente a giornali e riviste. Quale latinista collabora alla rivista vaticana

Ha pubblicato finora 14 libri, fra cui: Il mondo popolare di Giovanni Verga (1967), Impressioni e commenti (1974), I cognomi di Paterno: oltre 1700 cognomi siciliani (1987), Lingua e costume (1990), Dante e Gioacchino da Fiore (1997), argomento cui ha dedicato una quarantina d'anni, Il mito d’Ibla nella letteratura e nell'arte (1998), Caronda: l 'antico legislatore catanese (2001), Allegorie e simboli nel Purgatorio e altri studi su Dante (2002), Profili di letterati siciliani dei secc. XVIII-XX (2003) ed ultimo I cognomi di Paternò: oltre 2000 cognomi di Sicilia e d’altrove (2004).

Quest'ultimo libro, dunque, e un nuovo contributo alla cultura. Non poteva essere che cosi, perché il Ciccia e un uomo di grande cultura, un personaggio poliedrico che, sia pure dopo tanti anni, riesce sempre a stupirci con i suoi lavori ed i suoi interventi. E dantista tra i piú attenti e attivi, saggista profondo e sincero, conferenziere, “ambasciatore di cultura” come è stato definito recentemente in un articolo apparso in un giornale siciliano. Questa definizione e dovuta al fatto che, come pubblicato dalla stampa nazionale e come risulta in Internet, i libri di Carmelo Ciccia sono presenti in numerosissime biblioteche estere, principalmente universitarie, dell'Europa, dell'America del Nord, dell'Australia e qualcuno perfino in Cina.

Il suo primo libro sui cognomi paternesi, edito net lontano 1987, ha avuto il merito d'essere stato tra i primi del genere in Italia a riguardare un solo comune. Oggi, a distanza di 17 anni, esce questo pregevole lavoro di revisione e aggiornamento, che ha portato all'aumento del numero dei cognomi (con molte aggiunte e correzioni), dei personaggi (persino viventi) e delle attestazioni. Sono state riportate le frequenze, è stata rielaborata l'introduzione, 1’accentazione dei termini greci e stata riveduta, sono state menzionate le famiglie nobili e si è fatto uso di una piú ricca bibliografia e dei mezzi informatici oggi esistenti.

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Come sono nati i cognomi? Per quali motivi? Per quali scopi? Solo la storia può rispondere a queste domande, dal momento che non sono del tutto chiare le cause dell'insorgenza dei moderni cognomi. Mancano ancora studi accurati su questo particolare aspetto dell'onomastica familiare, la quale e abitualmente trattata soltanto dal punto di vista etimologico.

Di una cosa siamo certi: il cognome a nato dopo il nome di battesimo, e sulla scia di esso. Infatti, le cose semplici precedono sempre quelle complesse: prima a nato il nome individuale (Piero, Franco, Alberto) e poi il nome di famiglia, che è comparso quando le città e i paesi hanno cominciato a diventare piú numerose e quindi e diventato necessario distinguere una persona dall'altra. Se in un paese vivono dieci persone che si chiamano Franco, comincerò a chiamare il piú piccolo Franchino; quello coi capelli colore rame Franco il Rosso; 1' altro ancora Franco (figlio) di Maria, e cosi via.

Dunque non sappiamo quando e nato il cognome. In compenso, però, possiamo dire dove e comparso per la prima volta, in pratica a Venezia, ed anche quando il cognome ha cessato di “riprodursi”, in altre parole nell'ultima parte del Medioevo: fra il 1000 e il 1300 cessa la creazione di nuovi cognomi. Pertanto, i cognomi piú "moderni" risalgono ad almeno 600-700 anni. Infatti, al contrario dei nomi di battesimo (che hanno una “produzione” continua, spesso influenzata dalle mode), il cognome non e per niente dinamico: si è cristallizzato sul finire del Medioevo, e per sempre. «Dall'inizio dell'età moderna, i cognomi variano e non aumentano numericamente, anzi, regrediscono per 1'estinzione di gruppi familiari» (E. DE FELICE, Dizionario dei cognomi italiani, Mondadori, Milano, 1978, pag. 10). Ci sono però due eccezioni; ancora oggi, infatti, sono coniati nuovi cognomi:
* quando un bimbo trovatello non è adottato da nessuna famiglia, viene “battezzato” per cognome dagli ufficiali di Stato civile;
* quando una persona ha un cognome ridicolo o volgare, può chiederne il cambiamento.

Per “cognome” intendiamo la denominazione ereditaria di una famiglia, dalla forma essenzialmente immodificabile. I primi nella storia ad usare un cognome furono gli Etruschi, seguiti dai Romani. I popoli antichi ignoravano 1’uso dei cognomi, adottando solo i nomi personali. Tra i Greci il numero dei nomi individuali era in pratica illimitato, e continuamente se.ne inventavano di nuovi. I casi d’omonimia erano perciò assai improbabili, e non c' era quindi motivo per adoperare il cognome nello specificare la propria identità.

Le prime tracce del cognome risalgono a diversi secoli prima della nascita di Cristo. Si tratta soprattutto di:
*Determinativi di famiglia: patronimici (cioè nomi che fanno riferimento al padre), come “Serse (figlio) di Dario”, e matronimici (nomi che fanno riferimento alla madre), come “Telemaco (figlio) di Penelope”;
*Soprannomi: “Achille piè veloce”.

Queste formule onomastiche non erano del tutto codificate in ambito giuridico, e nemmeno tramandate ereditariamente, ma svolgevano la medesima funzione del cognome: distinguevano una persona dall'altra.

Galli, Celti e Germanici usavano nomi personali che erano spesso dei soprannomi: Brenno (= il re), Vercingetorige (= il capo di cento capi). Tuttora i Musulmani adottano il solo nome individuale: Ibrahim (Abramo), Solimano (Salomone), Mussa (Mosé), Aissa (Gesú), Mohammed (Maometto). I Romani elaborarono un sistema piuttosto complicato di nomi personali, perciò negli ultimi secoli della Repubblica troviamo che ogni persona aveva tre nomi (tria nomina), in casi particolari quattro: il praenomen, o nome strettamente personale (di numero limitato, che era assegnato al fanciullo in varia forma, secondo la volontà dei genitori, per essere poi riconosciuto anche legalmente in occasione del conferimento della toga virilis); il nomen, o la denominazione della gens (perciò detto anche nomen gentilicium); il cognomen (da cum e nomen in quanto, appunto, accompagnava il nomen), denominazione della famiglia (divenuto indispensabile per evitare omonimie). Seguiva poi, talvolta, l'agnomen o soprannome (che serviva a una ancor piú inequivocabile identificazione della persona). L’agnomen serviva anche ad indicare il gentilizio che si aveva prima dell'adozione: un certo Emilio adottato dagli Scipioni ricevette i nomi di Publius Cornelius Scipio Aemilianus. Si noti che le donne venivano chiamate col gentilizio al femminile: Cornelia, Tullia, Cloelia, Sulpicia, ecc.

Quest'ordinamento, mutuato dal sistema etrusco, consentiva per lo piú una sicura identificazione sia pure nell'ambito dell'aristocrazia e del ceto equestre. Non mancano, s'intende, deviazioni di questo che era lo schema ufficiale completo (alcune famiglie, per esempio, non usavano. cognomen), ma il fatto nuovo era costituito dall'inammissibilità, fra i liberi, del nome singolo, e dunque dal superamento dell'antico uso del-1'età romulea. Va da sé che al di fuori dell'ufficialità, nella vita quotidiana, ognuno era libero di chiamarsi con un solo nome, che poteva essere, secondo il tempo e le circostanze, il praenomen, il nomen o il cognomen: lo stesso Cicerone si firmava, nelle sue lettere, ora Marcus, ora Tullius, ora Marcus Cicero, ora Marcus Tullius Cicero, ecc., secondo il grado d'intimità. Era del tutto frequente il caso di personaggi che, trovandosi a disagio nell'austera formula dei tria nomina, si concedessero il lusso di aumentarlo a loro piacimento: nell’antichità, come in parte ancora oggi, 1’avere parecchi nomi era considerato, infatti, un segno di distinzione. Cosi, nel 72 d.C. troviamo un console L. Pompeius Vopiscus C. Arruntius Celer Aquila, mentre un altro console in un'iscrizione onoraria tiburtina del 169 d. C. sfoggia non meno di.. . 38 nomi!

Dopo la fine del mondo latino, la storia del cognome si potrebbe sintetizzare cosi: «dal V al X secolo trionfa nuovamente il nome unico, il nome di battesimo; dall’XI al XV secolo comincia ad introdursi il sistema del doppio nome, quello individuale seguito da un soprannome, che tende a diventare ereditario; infine, a partire dal XVI secolo, per l'organizzazione dello Stato civile, i cognomi sono definitivamente costituiti» (A. DAUZAT, Les noms de personnes, origine et evolution, Delagrave, Paris, 1925, pag. 32). I1 cognome, cosi come lo intendiamo noi moderni, nasce quindi in pieno Medioevo.

Il sistema dei tre nomi latini non rimane immutato. «Dall’età tardo-imperiale (sec. V), mentre il prenome e in via di sparizione e il gentilizio perde sempre piú importanza, il cognomen guadagna terreno, ed entrano nell'uso i sopranno­mi (signa o supernomina), entrambi uscenti, come gli antichi gentilizi, in -ius» (B.G. MORTARA, voce Onomastica in "Grande Dizionario Enciclopedico", UTET, Torino, 1976, pag. 649).

Saranno però 1'avvento del Cristianesimo e le grandi invasioni barbariche, eventi che comportano un radicale mutamento dei vincoli familiari e sociali, a dare un colpo mortale non solo all'Impero, ma anche al sistema onomastico dei latini. Caduto 1’Impero, «i rapporti sociali si riducono alle forme piú elementari. Si ha un nome solo (diffusissimi sono quelli dei santi, non solo per devozione, ma anche per invocarne la protezione), non ereditario, eventualmente sostituito in ambiente familiare dai suoi vezzeggiativi, e talora accompagnato da aggiunte alludenti alle qualità della persona, oppure patronimici o toponimi» (B. MIGLIORINI, Dal nome proprio al -nome comune, Olschki, Firenze, 1968, pag. 16).

Da parte sua, «il Cristianesimo con l'istituzione del nome di battesimo, demolisce, fin dalla fine del III secolo, il sistema antroponimico romano (che permane, in parte, presso alcune famiglie nobili). [...] Le concezioni cristiane riguardanti il nome unico fanno definitivamente piazza pulita dei prenomi, nomi gentilizi e cognomi» (A. DAUZAT, op. cit., pagg. 35-37).

In particolare, la formula dei tre nomi romani cade in disuso per tre motivi. Innanzi tutto, per cause religiose: il Cristianesimo, con la sua nuova ideologia egualitaria ed i1 nuovo spirito d’umiltà, rinuncia ad ogni orpello e distinzione superflua; all'interno delle comunità cristiane era sufficiente un semplice nome unico individuale. In secondo luogo, per cause sociali e politiche: dal 212 (Constitutio Antoniniana concessa da Caracalla), la cittadinanza romana è estesa a tutti gli uomini liberi dell'Impero; in tal modo, la formula dei tre nomi, fino a quel momento prerogativa di un ristretto numero di cittadini romani, perde il suo valore e prestigio di “simbolo di classe”. Infine, per cause linguistiche: i praenomina e i nomina, estesi a tutti i liberi ed agli immigrati, perdono, con questa diffusione, la loro funzione identificativa (basti pensare che i praenomina erano in tutto una ventina); tale funzione identificativa si trasferisce quindi sui cognomina.

I cristiani hanno la facoltà di scegliere il nome, che al momento del battesimo rimpiazza quello che lo precedeva (per evidenziare 1’abbandono della condizione di pagano).

Verso il IX secolo cominciano ad apparire i soprannomi. In verità, essi non avevano mai cessato d’esistere: «L’uomo, soprattutto nelle società piú evolute, ha il bisogno innato di affibbiare soprannomi, di ribattezzare a modo suo le persone. Prima di quell’epoca, però, il loro ruolo era rimasto assai nell’ombra, ed essi non figuravano per niente negli atti pubblici: la loro importanza sociale era assai ridotta. Ma dal IX secolo, cominciano a riaffiorare, soprattutto a causa della riduzione numerica dei nomi individuali» (A. DAUZAT, op. cit., pag. 35). Le omonimie, dunque, divennero sempre piú frequenti: sia perché si erano diffusi a macchia d'olio gli stessi nomi inflazionati dalla moda, sia perché le comunità si andavano allargando fino a creare vere e proprie città. «Fu cosi che i1 sistema del nome unico si rivelò inadeguato, tanto che nell’XI secolo, in tutta 1'Europa cristiana l’onomastica a esaurita: i nomi adempiono ormai male alla loro funzione di distinguere gli individui, giacche troppi di essi si ripetono» (B. MIGLIORINI, voce Onomastica in “Enciclopedia Treccani”, vol. XXV, Enciclopedia Italiana, Roma, 1935, pag. 378). Si sente perciò il bisogno di aggiungere al nome personale un nuovo elemento che meglio serva a distinguere gli individui e ritornano in auge i patronimici, i toponimici e i soprannomi.

Agli inizi del Mille, si assiste ad una vera e propria transizione fra due epoche: si organizza definitivamente il regime feudale, che «dopo grandi tormenti, attacca 1'uomo alla terra e frantuma all'infinito i gruppi sociali, separati e gerarchizzati [...] I nobili, fissati alla terra dai loro feudi, fanno seguire il loro nome da quello della loro terra – il che fu una semplice consuetudine prima di essere un titolo – la quale si assomma per lungo tempo all'abitudine del soprannome: ma, per 1'aristocrazia feudale, il soprannome finisce per eliminarsi a favore dell'elemento geografico, pia caratteristico e pia durevole per loro» (A. DAUZAT, op. cit., pagg. 37-37).

Il cognome, quindi, si diffonde man mano che la società diventa sempre pia complessa, stratificata e organizzata; in altre parole quando le persone cominciano a trasferirsi dalle campagne alle città. I1 consolidarsi dell'uso del cognome va di pari passo col moltiplicarsi dei rapporti tra le persone e lo strutturarsi dell'organizzazione sociale, che comincia a ruotare irreversibilmente su tre fattori: l’individuo, la famiglia e lo Stato, struttura sociale che sorge in Italia col Comune. Ove la famiglia abbia diversa funzione, ivi il cognome non esiste o ha un diverso aspetto» (B. MIGLIORINI, Dal nome proprio…, cit., pag. 37). Tant'è vero, infatti, che nella comunità feudale, precedente ai Comuni, il signore, unico, a distinto dagli altri solo con nome proprio, e i sudditi hanno scarse relazioni, e scarsa importanza gli uni per gli altri, perché acquistino una denominazione pubblica.

I Comuni furono i luoghi d'origine dei cognomi. «Perciò nell'Italia settentrionale i cognomi sorsero a Venezia prima che in ogni alto luogo, perché Venezia prima che le altre città, cominciò a reggersi da sé» (A. GAUDENZI, Sulla storia del cognome a Bologna nel secolo XIII in “Bollettino dell’Istituto storico italiano”, XIX [1898], pag. 28). La città lagunare funge in Italia da trampolino di lancio per 1'uso del cognome, costituendo cosi un osservatorio privilegiato per la conoscenza del cognome. E la precocità di Venezia fu notevole: «i documenti, fin dall'anno 819, mostrano che molti individui portavano un secondo distintivo oltre al nome proprio [...]; 1'assetto veneziano tipico sari raggiunto nel corso del 1200, con una formula trimembre, diffusa in ogni strato della popolazione, composta da nome, cognome e soprannome: non solo il cognome, ma anche il soprannome è ereditario, e serve a dare un'ulteriore specificazione a famiglie dallo stesso cognome» (E. SPAGNESI, in “Enciclopedia del diritto”, Giuffrè, Milano, 1978, vol. 28, voce Nome, pag. 293). Una consuetudine piú che giustificata: «ai cognomi è affidata la riconoscibilità delle persone, perché il 60 per cento di esse si chiama Pietro, o Giovanni, o Domenico; lo stesso discorso varrà piú tardi, per il cognome nei confronti del soprannome, la cui utilizzazione e quindi inevitabile» (A. GAUDENZI, op. cit., pag. 28).

Il cognome, insomma, riflette bene la tipica pluralità dell'ordinamento istituzionale e sociale del Comune: «il cognome piú rispecchia sulla carta o nel discorso l'inserimento dell'individuo, che da sé conta poco, in una categoria facilmente riconoscibile dagli abiti, dalle insegne, dagli attrezzi: un consorzio al quale è inevitabile riferirsi al plurale» (E. SPAGNESI, op. cit., pag. 293).In altre parole, nel Comune l'individuo non aveva valore in quanto singola persona, bensí come rappresentante di una categoria professionale (“notaio”, “mercante” o “feudatario”), composto da un insieme di persone.

Questo modo di vedere – secondo il quale la persona era considerata non come singolo ma come componente di un gruppo – ha lasciato una traccia nella terminazione in -i dei cognomi (Rossi, Bianchi, Moretti): questa lettera finale «non rappresenta un genitivo plurale ellittico (= “discendente della stirpe dei ... ”), ma ha la medesima origine del normale patronimico, pur atteggiato a significato plurale» (E. POPPE, Osservatorio sull’origine dei cognomi in -i in “Studi di filologia italiana”, XXIII, 1965, pag. 251-298). Ad esempio: chi oggi si chiamerebbe Paolo Bernardi, nel Medioevo si sarebbe chiamato Paulus filiorum Petri Bernardi, ossia Paolo ‘dei figli di (discendenti da) Pietro Bernardi’.

Dal 1500 in poi, l'uso del cognome a precisato in tutti i suoi risvolti sociali e giuridici. Il collegamento fra il cognome e la famiglia è ormai un fatto universalmente e definitivamente acquisito. Il cognome, come le insegne (stemmi araldici e marchi di fabbrica), si trasmette di generazione in generazione “iure sanguinis”, per diritto di sangue.

In tale processo di cristallizzazione del cognome, il ruolo piú incisivo lo ebbe la Chiesa. Nel 1563, infatti, il Concilio di Trento tra le altre cose sancí l’obbligo di tenere regolarmente i registri di battesimo, che dal quel momento cominciarono a registrare non solo il nome della persona, ma anche quello della sua famiglia. Tale usanza obbligatoria fu determinante nella storia e nel significato del cognome: essa ratificava una consuetudine diffusa sin dalla fine del Trecento, per evitare matrimoni tra consanguinei. Dalla seconda metà del XVIII secolo il cognome cessa di essere declinato per genere e numero, cristallizzandosi anche nella sua forma.

Nel 1700, l’ondata liberale ed egualitaria della Rivoluzione francese coinvolse perfino il cognome. La prerogativa – tipica dei nobili e delle classi elevate – di fregiarsi del cognome (o addirittura di molti cognomi: “Camillo Benso di Cavour”) fu cancellata con un colpo di spugna grazie ad un decreto (24-26 brumaio a. II) del 1793: esso stabili che «ogni cittadino può chiamarsi come gli pare». Ma tale facoltà, per gli evidenti rischi di confusione e d'arbitrio sociale, fu presto revocata.

Destinata a restare nel tempo fu una fondamentale legge 15 del 1803, che sancí, al contrario, l'immutabilità del nome (nome di battesimo + cognome), ma che permise il cambiamento autorizzato per giusti motivi, prevedendo anche 1’eventuale opposizione di terzi. Un ultimo merito della Rivoluzione francese in fatto di cognomi riguarda una categoria di persone particolarmente riconoscibile in base al cognome, ossia «figli illegittimi, indicati dal costume sociale o per la relazione con l'istituto che li aveva accolti, come Casadei, Colombi, Esposti, Incerti, Innocenti, Proietti, Trovatelli, Venturini e cosi via [...] Ma poi si e venuta via via affermando la tendenza a non far pesare sulle persone l'origine anche attraverso questo evidente contrassegno sociale» (E. SPAGNESI, in “Enciclopedia del diritto”, Giuffrè, Milano, 1978, vol. 28, voce Nome, pag. 293).

Nell’800, un fatto giuridico di un certo rilievo fu il decreto con cui il viceré Eugenio Napoleone, nel 1813, stabilí che tutti gli individui sprovvisti di cognome dovessero assumerlo entro tre mesi, con certe norme. Il fatto singolare ebbe origine dalla constatazione che nel territorio tra Fermo e Macerata, ben 1.071 individui non portavano cognome: potevano distinguersi tra loro solo coi patronimici (“figlio di Tizio, figlio di Caio”).

In Italia, il Codice Civile del 1865 non conteneva un’affermazione esplicita del diritto al nome (a differenza del codice tedesco o svizzero): tale diritto sarà sancito col Regio Decreto n. 1238 (“Ordinamento dello stato civile”: stabilisce le norme e i casi d'assegnazione o cambio di nome), e, piú avanti, sarà riproposto dalla Costituzione e dal codice Civile (tutela del diritto al nome).

Emidio De Felice, l’unico che ha censito tutti i cognomi italiani presenti negli elenchi telefonici, suddivide i cognomi in tre gruppi fondamentali, precisandone la percentuale di diffusione in Italia.
I. Nomi latini (latini, religiosi, medievali, dotti): 40%
II. Soprannomi (caratteristiche individuali; allusione a fat-ti o azioni): 19%
III. Determinativi: 41%, cognomi di parentela (patronimici), geografici (toponimi) e professioni o cariche

Buona parte dei cognomi derivano da nomi di battesimo d'origine latina (Adriani, Cesari, Martini), greca (Alessandri, Cristofori, Giorgi), germanica (Bernardi, Carli, Federici), ebraica (Adami, Baldassarri, Gaspari). Sorprendentemente, la maggior parte dei cognomi derivanti da nomi sono di origine germanica, seppur “filtrati” dal latino: i cognomi di origine germanica sono infatti in Italia una maggioranza assoluta, rappresentando i ¾ del totale dei cognomi derivanti da nomi.

Nomi di tradizione religiosa cristiana (Teodori, Benedetto, Santi, Stefani, Servadio): è anche questo un gruppo di cognomi piuttosto nutrito. Si tratta di nomi di famiglia che esprimono devozione religiosa, o la volontà di mettere il nato sotto la protezione dei santi del calendario cristiano.

Nomi medievali. Sono in italiano “volgare” (cioè popolare, non parlato nell'ambiente dei dotti e dei letterati) ed esprimono, attraverso un significato rimasto trasparente: un augurio per il bambino cosi denominato (nomi augurali: Centanni, Abbon dante, Bonaventura); il ringraziamento per la sua nascita (nomi gratulatori: Benvenuti, Bencivenga, Diodato, Nascimbene, Accetto); il suo affidamento a Dio (nomi teoforici: Diotaiuti, Teodori, Omodei, Laudadio): uno scongiuro contro ogni eventuale male o sventura (nomi apotropaici: Afflitto, Brutto, Sventurato augurano al bambino cosi denominato l’esatto contrario, è cioè di essere e crescere felice, bello, fortunato).

Nomi dotti: costituiscono il sottogruppo meno numeroso. Si tratta di cognomi derivati da personaggi storici o letterari, di tradizione classica latina (Ottaviani, Virgili, Ercoli), greca (Achilli, Ippoliti, Tolomei), o anche francese epico-cavalleresca (Rinaldi, Palladini, Lancellotti). Tali cognomi furono adottati tra 1’ultimo Medioevo e il Rinascimento, dapprima in ambienti sociali elevati, ma poi si diffusero anche in ambienti medi e popolari.

Contrariamente alle attese, i cognomi derivati da soprannomi non costituiscono il gruppo piú numeroso. Questo fatto «induce a ridimensionare il rilievo, forse eccessivo, generalmente dato ai soprannomi come sostituti dei nomi personali in declino» (E. DE FELICE, Dizionario…, pag. 18). Tale genere di cognomi si è formato per lo piú in epoca medievale e rinascimentale. Tali soprannomi avevano la funzione di completare o sostituire il nome personale.

Soprannomi alludenti alle caratteristiche della persona: possono nascere da un intento puramente distintivo (Biondi, Rossi, Neri), ma piú spesso scherzoso, ironico e satirico, o anche spregiativo e offensivo, rilevando determinate caratteristiche fisiche o intellettuali, o tratti di carattere e di comportamento abituale della persona o del gruppo familiare (Grasso, Magro, Piccolo, Bellomo, Quattrocchi, Guerci, Sordi o Astuti, Bruschi, Malerba, Onesti, Acerbi, Agnelli).

Soprannomi che alludono a fatti e azioni occasionali per cui è nota o ricordata la persona cosi denominata: Bevilacqua, Cattabriga, Fumagalli, Magnavacca, Pappalardo, Frangipane.

In molti casi, per questo tipo di cognomi e impossibile ricostruire con precisione il significato, il fatto, la situazione o l'intenzione che hanno determinato la denominazione. È il caso di cognomi come Abbracciavento, Giuratrabocchetti, Eliometri, Esentaro, Ingannamorte, o i cognomi derivati da formule del latino ecclesiastico (Amen, Paternostro) o del latino notarile (Quondam, Vulgo).

Nella categoria dei determinativi epitetici, che in Italia e la piú numerosa (vi appartengono i1 41 % dei cognomi), figurano tre generi di cognomi.

Cognomi "geografici", vale a dire formati da etnici (nomi che specificano 1'appartenenza a un popolo, una stirpe, una nazione, un paese, una regione o una città: Tedesco , Romano, Brambilla, Milanese, Cosentino, Lombardi, Mantovani, Trevisan) o da toponimi (nomi di luogo: Bologna, Messina, De Bari, Del Colle, Abruzzo, Sala). Tali cognomi costituiscono la categoria piú numerosa del sistema cognominale italiano, rappresentando, da soli, piú di 1/3 del numero totale di cognomi. La loro ampia diffusione a condizionata da situazioni storiche prevalentemente di natura economico-sociale, ma anche culturali.

Cognomi "di parentela" (patronimici e matronimici): in tali cognomi si fa riferimento all'indicazione del padre o della madre, espressi con il nome personale, il soprannome o il nome aggiunto del genitore, preceduto solitamente dalla preposizione “di” (D 'Amico, Di Giulio, D’Anna, Di Maria), o dall'articolo determinativo “lo” (Lo Bello, Lo Monaco), o, in altri casi rari, dalla forma “fi” (= figlio di: Ficini, Fittipaldi, Figiaconi), o, ancora direttamente dal nome del genitore.

Cognomi che distinguono il gruppo familiare precisandone il mestiere (Barbieri, Sarti, Medici), la carica (Giudici, Confalonieri, Potestà), il titolo (Nobili, Consoli, Vassallo), la condizione socio-economica (civile, militare o religiosa: Soldati, Cavalieri, Abate, Piscopo, Iacono) o particolari rapporti familiari (Padrino, Santolo). In quest’ultima classificazione rientrerebbero anche quei cognomi- assegnati dal parroco o dall'ufficiale di stato civile ai bambini figli d’ignoti o trovatelli, spesso denominati con cognomi trasparenti (dal crudo punitivo Bastardo a Ignoto, Incerto, Orfano, Esposto, Trovato, Proietti) o derivati dal nome dell'istituto d'accoglienza (Colombo, Casadei, Innocenti). Tali cognomi costituiscono un gruppo certamente minoritario, anche perché dal 1966 le leggi hanno vietato di imporre ai figli d’ignoti i cognomi che potessero rivelare questa condizione.

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Eccoci ora al lavoro di Carmelo Ciccia intitolato I Cognomi di Paternò: oltre 2000 cognomi di Sicilia e d’altrove (C.R.E.S., Catania, 2004, pagg. 300). Anzitutto e opportuno riportare ciò che scrive nella prefazione a questo libro il linguista Giovan Battista Pellegrini, uno dei piú grandi studiosi d’onomastica del mondo: «Molto opportuna a questa riedizione dei Cognomi di Paternò, opera del prof. Carmelo Ciccia, studioso siciliano (ma residente da tempo nel Veneto) che, tra l’altro, è un buon latinista, collaboratore della nota rivista specialistica “Latinitas”. Rispetto alla prima edizione del 1987, si notano ora numerose aggiunte e correzioni, non soltanto per il numero dei lemmi, ma anche per una migliore impostazione del volume e per un’elaborazione approfondita e una bibliografia assai pia ricca... Scorrendo 1’elenco dei numerosissimi cognomi registrati e studiati nel volume, si comprende subito gli strati linguistici che vi stanno alla base; essi sono assai vari e corrispondono in gran parte alla formazione dei dialetti siciliani, che occupano un posto particolare nell’Italia meridiona le anche per la storia politica dell’Isola. Oltre al (neo)latino, vi compare assai ricco il filone greco, bizantino, e non vi manca 1’arabo, lo spagnolo, il normanno francese, il catalano e poche esempi derivati dalle colonie albanesi, veramente rari».

«Il lavoro del Ciccia – sosteneva Vincenzo Fallica nel 1988 (“La gazzetta dell'Etna”, Paternò), 30.08.1988) – e un’utile ricerca per individuare le stratificazioni etniche della nostra Isola, punto d’incontro di diverse civiltà esso è condotto con serietà e adeguata documentazione, come sta a documentare la vasta bibliografia citata. L’opera, di facile consultazione, può interessare le persone colte, gli studiosi come i semplici cittadini desiderosi di conoscere l’origine del proprio cognome». «Dietro ogni cognome c’è il significato, un’indicazione di mestiere, una qualità umana, una storia — scrive Sergio Sciacca nel giornale “La Sicilia”, Catania, 9.02.2004 — In ogni cognome c’è nascosta una lingua che è greca (Aricò, Galatà, ...), araba (Musumeci), latina (Aiello) o di qualcuna delle numerose popolazioni che nel corso dei secoli si sono insediate nella Trinacria. Tutto è classificato, ordinato, spiegato con competenza in questo volume, che si pregia dell’introduzione di Giovan Battista Pellegrini, autorità indiscussa tra gli studiosi italiani di linguistica».

Questo è un libro che ci riporta indietro nel tempo e nei ricordi. «E stato come rivedere, attraverso quei cognomi, persone, avvenimenti ora lieti ora tristi – ha scritto in una lettera all’autore lo scrittore Francesco Alberto Giunta, nato a Paternò e residente a Roma – situazioni care al cuore e dolci al ricordo degli anni giovani, del tempo della Seconda Guerra… Ritrovare il mio cognome nella filiera dei nomi formanti la grande famiglia paternese è stata per me una gradita sorpresa».

Questo libro e stato anche una sorpresa per qualcun altro, che si è -posto persino un interrogativo: «Carmelo Ciccia, ammirato dantista e infaticabile studioso e difensore di Gioacchino da Fiore, autore di vari saggi di puntuale critica letteraria, si è messo a scherzare con i cognomi?», si domanda Vincenzo Rossi, poeta e critico, nella rivista “Le Muse”, Reggio Calabria, ottobre 2004, il quale man mano che leggeva tale libro, e dopo aver superato con leggerezza la presentazione e prefazione, si è accorto che attraverso i cognomi si apriva un vastissimo e valido campo d’indagini, di studi alti e profondi. «Entravano in azione – precisa il Rossi – etimologia, linguistica, storia, topologia, toponimia, fino al coinvolgimento, spesso decisivo, della letteratura. In questa ricerca/indagine di vaste proporzioni Carmelo Ciccia, com’era naturale, si sofferma compiacente nell’area nativa, in particolare sulla cittadina Paternò in cui a nato, producendo uno scavo ampio e profondo alla ricerca delle sue radici non soltanto etimologiche/toponimiche ma anche etnologiche. Confermiamo – conclude lo stesso Rossi – che leggendo con disposizione, con sete di sapere e pazienza queste migliaia di cognomi “di Sicilia e d’altrove”, dopo aver posto attenzione all’Introduzione, alle “Avvertenze” e alle “Abbreviazioni”, si ha la certezza di allargare ed approfondire le conoscenze su vari campi del sapere, soprattutto sulle problematiche linguistiche, sulla storia in generale e su determinati personaggi, sentendo altresí mutare in sé la curiosità in sostanziale e solida cultura».

«Come scrivevo a commento della prima edizione di questo raro e opportuno libro di ricerca onomastica – sostiene Egidio Finamore (“Nuovo Frontespizio”, Rimini, giugno 2004) – rilevante nell'insieme degli studi linguistici in Italia per i riferimenti storici, biografici, araldici, l’argomento è di note vole interesse anche per i non paternesi e siciliani. Intanto a da osservare che rispetto al volume originario I cognomi di Paternò si presenta ora in uno sviluppo ancor piú selezionato, o meglio esteso su dati storici locali, familiari, personali, e con uno stile convincente, direi spesso coinvolgente. Quanto dico vale in particolare per nomi di famiglia che si prestano a considerazioni linguistiche grazie alla loro provenienza di oltre confini nostri e la loro origine di secoli medievali e piú remoti».

È un libro di grande respiro per Paolo Ziino, che in un articolo apparso nel “Corriere di Roma”, Roma, 31.01.2004, rileva che «nel nuovo testo l’area presa in esame diventa una base per estendere l’indagine all’intero territorio nazionale con qualche sconfinamento anche all’estero; d’altronde, considerata la vastità della nomenclatura esistente, il materiale da trattare diventerebbe numeroso se si volesse eliminare la limitazione dell’indicazione geografica... Interessante curiosità sono i dati statistici riguardanti la diffusione dei vari cognomi a Paternò, in Sicilia e in Italia, come pure la diffusione all’estero di qualche cognome. L’autore si sofferma pure su qualche riflessione riguardo alla legislazione e qualche suggerimento sulla grafia».

I lavori d’onomastica non sono facili e non abbondano. L’antroponimia è una branca di una disciplina fondamentalmente storico-linguistica, e cioè dell’onomastica in senso lato, e si occupa dei nomi di persona, nomi individuali (o di battesimo), idionimi, cognomi, nomi di casato, soprannomi, nomignoli, ecc. È 1’unico settore in cui l’uomo, bene o male, può dare un piccolo sfogo alla sua vocazione di legislatore della lingua, di onomatothétes . Ma gli studi di antroponimia in Italia non hanno mai avuto una grande fortuna e i pochi disponibili non sono sempre validi. Da qualche anno a questa parte la situazione e relativamente migliorata, ma solo in certe zone. Lo studio dei cognomi e materia assai trascurata in Italia, nonostante la mole di informazioni che se ne possono ricavare dai punti di vista linguistico, storico, sociologico, psicologico.

Perciò esprimo la convinzione che questo lavoro di Carmelo Ciccia possa contribuire ad aprire nuovi orizzonti alla ricerca, come alla conoscenza delle nostre radici. Un’opera del genere assume un certo rilievo documentario anche alla luce del fatto, segnalato da vari studiosi, della costante e rapida sparizione (che si sta verificando da qualche anno) di numerosi cognomi a causa del calo delle nascite in Italia. Le molte famiglie dove è presente una figlia unica, o piú figlie, sono condannate, infatti, alla scomparsa del proprio casato, considerato che da noi la trasmissione dei cognomi è solo patrilineare.

Dobbiamo essere grati a Carmelo Ciccia per quest’ampio e fondamentale studio che raccoglie ben oltre duemila cognomi presenti in Sicilia ed altrove. In questo libro tutto a spiegato con chiarezza ed elaborato con grande passione e competenza. Si tratta di un lavoro certosino, che ha richiesto tempo, metodo e attenzione.

L’autore dimostra, una volta in piú con questo prezioso volume, una perfetta conoscenza del Catanese e della Sicilia, e soprattutto una notevole capacità d’interpretazione etimologica, cui si aggiunge una ricerca sistematica ed esauriente delle fonti. E come scrive 1’autore nel suo libro, «questo studio non a stato né semplice né di breve durata: esame di saggi e documenti vari, letture di dizionari di nomi e di cognomi, consultazioni d’enciclopedie e di vocabolari di vane lingue, nonche ricordi personali della propria infanzia, hanno costituito 1’assillo di molti anni, senza che il lavoro possa dirsi completo e sicuro: infatti, d’alcuni cognomi 1’origine e il significato continuano a restare oscuri».

Insomma questa è una ricerca importante, svolta con competenza e sensibilità linguistica che, per quanto non rientri nell'ambito delle ricerche universitarie, s’inserisce perfettamente in quel quadro di rinnovamento dell’interesse e degli studi d’antroponimia che in questi ultimi tempi sono tornati a manifestarsi con rinnovata metodologia per opera di grandi studiosi, come appunto Carmelo Ciccia.

In questo pregevole libro dei cognomi di Paternò il cittadino-lettore potrà specchiarsi, ritrovare le radici e la storia di cui ognuno col suo cognome e portatore, soddisfare naturali curiosità, arricchire la sua cultura: scopo – quest’ultimo – che in definitiva a 1’aspirazione d’ogni persona civile. Come ho scritto nella rivista “Il quindicinale”, Vittorio Veneto, 18.02.1989, per la prima edizione, si tratta di «un libro che serve non solo a soddisfare la curiosità di chi vuole sapere qualcosa del suo cognome, ma anche a lumeggiare ulteriormente la lingua, la storia e la cultura della città che ha dato i natali all’autore».

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