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Il cuore ha bisogno di un tetto

La poesia in dialetto salernitano di Mario Mastrangelo si avvale di un’innata capacità di porgere il verso con naturale grazia e con moderna proiezione di sentimenti.

Il libro ‘E ttegole r’ ‘o core racchiude la casa riaperta dei ricordi e gli interrogativi riemersi sull’esistenza. E’ come se il dialetto volesse più esplicitamente riattivare i piani più profondi della propria esperienza, svolgere quel sé che si è annidato come un ragazzo tremante tra le pieghe dell’intimità. Scrive ad un certo punto Mastrangelo, parafrasando probabilmente Quasimodo:

Che facimmo ccà nuje
ncopp’ ‘a pelle r’ ‘o munno?
Tutte quante
cu fatica cercanno
r’ arrubbà
quacche piuma ‘e gioia
ra ‘e scelle aperte
r’ ‘e juorne
ca se ne vanno?

(da Mulliche ‘e pane, p. 12)

(Che facciamo qui noi | sulla pelle del mondo? | Tutti quanti | con fatica cercando | di rubare | qualche piuma di gioia | dalle ali aperte | dei giorni | che se ne vanno?)

Basterebbe questo per dire come l’autore senta incombente l’avvertimento di Heiddeger e come sia lontano, malgrado la facile melodicità «napoletana», dallo sdilinquimento della tradizione.

Convincono i dispositivi retorici e metrici di Mastrangelo, le sue ardite metafore (la gia citata «quacche piuma ‘e gioia ra ‘e scelle aperte...»; oppure « Frijeno ‘e ccicale | rint’ a n’uoglio ‘e luce » nell’incipit dell’omonimo testo di p. 82), il suo atteggiamento che da pensoso si fa improvvisamente giocoso, la rappresentazione di una realtà che trascolora vivacemente nel sogno, la sua inclinazione ad una certa misura narrativa (come ne ‘O gelato a limone).

Tutto sembra ricomporsi nel sorriso superiore di una matura consapevolezza del mondo: anche le passioni più cocenti, o gli smarrimenti infantili, o il colore bluastro dello spleen.

Recensione
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