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Quel filo di cotone che ci lega alla vita

Con un morso dato al filo di cotone si può recidere il legame di una trama. Si è coperto un vuoto, si è cucita una stoffa, si è attaccato un bottone. Il lavoro è stato finito , e soddisfatta l’esigenza di un senso che era rimasto interrotto o imperfetto.

Il filo interrotto può essere anche quello di Atropo, della morte classica. E’, però, più dinamicamente il filo dell’invenzione della realtà sotto specie di poesia, la scoperta rinnovata e stupita di immagini che proiettano il teatro della mente.

Nel suo quarto libro in dialetto salernitano, ‘O ccuttone cu ‘a vocca, Mario Mastrangelo ordisce questo sottile rapporto tra poesia e vita, e ne attraversa nodi e intrecci, ghirigori e ricami. Basta tendere questa sonda e abboccano le creature dei sogni, dei pensieri, dei desideri, di varie sofferenze e insofferenze. L’indole intimistica dell’autore preserva l’epifania malinconica di questi corrugamenti di coscienza: c’è come una verità ottenuta per sempre, difesa nella nicchia verde del mallo dialettale (di una lingua più intima, intimamente musicale e sentimentale, ben lontana dal cliché macronapoletano), detta fino alla consapevolezza della reificazione:

‘E ccose c’attuorno se trovano,
ca ‘o munno ogni gghiuorno
vicino ce mette,
nun songo cose, so’ uocchie,
e ce guardano,
ma senza nisciuno affetto. (p. 73)

E’ un Mastrangelo, come dice autorevolmente Reina nella sua introduzione, giunto alla sua maturità di vita e di espressione, dolce e scabro insieme, distaccato e ancora partecipe, occhio che guarda e mistero dell’oggetto guardato. E come è densa e ferma la sua mano di artista di metafore, di immagini pittoriche e di fantasiose comparazioni:

Era 'a storia mia,
era 'o sciuscio r' 'o viento,
ca si nun era servuto
a distenne
'e trionfo 'e vessille,
m’era turnato nfaccia,
e me sulcava
come a na mano
ca, pe' na carezza,
fa scorre 'e ddete
mmiez' ê capille. (p. 54)

Com’è attento a svegliare, Mastrangelo, ogni colore dell’anima, ormai esperta di albe e tramonti, di questo eterno ciclo di apparenze, in cui il nostro involucro corporeo è l’oggetto più concreto, più tragico, forse più banale e transitorio.

Recensione
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