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Passive perlustrazioni

Un’umanità fallimentare si annida nelle strade di Roma, come sopravvissuta a un’epoca che senza essere bellica è riuscita a moltiplicare ugualmente i suoi morti. È stravolta dagli eccessi, dalle psicosi, dalle frustrazioni, dai veleni intimi e dagli scarichi gassosi delle migliaia di macchine che attraversano incessantemente la capitale dell’ex impero romano e monarco-fascista.

Le antenne ben rizzate di Velio Carratoni, da quasi cinquant’anni motore delle edizioni Fermenti e dell’omonima rivista, hanno intercettato questa fenomenologia inquietante, incroci 39 Recensioni 141 elaborandola in una scrittura omeopatica che usa un bisturi indurito nel gelo dell’autopsia. S’intitola Passive perlustrazioni l’ultima raccolta di racconti dell’autore romano, e già le due parole di un pezzo eponimo dicono quanta poca vita rimanga nel fondo di identità che hanno abdicato a una qualunque evoluzione.

La penna di Carratoni insiste sull’anatomia e sulla fisiologia delle sue creature, presentando pezzi a sé stanti di corpi ridotti a un funzionamento meccanico, che segnalano la loro vitalità solo attraverso madori e sudori, ossia attraverso la rivelazione di uno scioglimento o liquefazione paurosamente prossima. È un realismo feroce che non può non trasformarsi in graffiante espressionismo e che risale a una tradizione che si può riconoscere almeno nel primo Alberto Moravia, con striature sarcastiche e amare che rimandano a Ercole Patti e a Ennio Flaiano. Una scrittura da moralista che, d’altronde, non può fare a meno di guardare al cinema di Federico Fellini e a certe pose di quello di Paolo Sorrentino, specialmente quando il tema tocca il disfacimento di una città e l’ebbrezza tragica di un suo imminente funerale. A un certo punto un personaggio afferma nel racconto Gelo: «Ormai il contorno è saturo. Le parole incomprensibili. Ci rimangono gesti da automi da fantascienza. Ogni detto diviene esibizione da sogni infranti. Mi succede da tempo che le parole di Nanni, Federico o Giacomo le senta come fossero guaiti nel deserto».

È la spia di un significato più complessivo, che riassume efficacemente il livello di analisi spietata a cui Carratoni ha condotto la vivisezione di personaggi che non sono impegnati propriamente nel plot di una storia, ma pronunciano la loro fantasmatica presenza in una specie di surplace atemporale, vicino a certe suggestioni figurative di un De Chirico o di un Hopper. Più che costruire una linea narrativa, Carratoni cerca di cogliere ciò che resta della sostanza vaporizzata di persone che sembrano non poter più comunicare, comprendersi, ascoltare, riconoscersi, come se fossero risucchiate da una forza misteriosa, dissolutoria, corrosiva. Parleremo di allarme antropologico denunciato così plasticamente da Carratoni? Queste vite da robot, telecomandate, teledirette, telesvuotate ci sembrano davvero affacciate al loro abisso.

C’è qui tutta la consapevolezza di un tale stato di cose, del prezzo pagato a una modernizzazione che è stata più veloce e distruttiva di ogni memoria, di ogni sincero umanesimo, di un avveduto equilibrio tra Spirito e materia (come recita il titolo dell’ultimo racconto della raccolta), in cui l’armonia o la sintonia tra spartito musicale della violinista Lena e la sua quotidiana esistenza sta diventando, come tutti i contatti e i riferimenti, «un cielo di fredde realtà squallide e false». La forza dello scrittore sta nell’estrema coerenza progettuale e stilistica (uno stile sussultorio, sincopato, denudante) con cui ha affrontato tale scenario apocalittico, astenendosi da dozzinali ricette giudiziarie. E non si pensi, d’altra parte, che il disastro riguardi solo Roma e i suoi abitanti, scelti dalle classi medioborghesi, giacché qui la capitale fa da campione rappresentativo di un fenomeno che sappiamo ormai globale.

Se l’egosfera è in subbuglio, la globosfera non ne può che soffrire senza però arrendersi al male come unica chance. Dovremo riconoscere che occorre resistere al male (anche se qui Walter Siti sarebbe in disaccordo), superarlo con le pur ricche risorse di cui l’uomo è dotato almeno fin dai tempi di Socrate.

Recensione
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