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Una lettura della poesia di Bruno Bartoletti

Sarà proprio questa terra, che da San Mauro si estende a Montetiffi, ad ispirare versi dalla fluida musicalità, soffusi di pacata malinconia. Pascoli, Campana, Agostino Venanzio Reali, Bartoletti…  In Bruno Bartoletti colpisce subito la musicalità del verso, il canto disteso, in un endecasillabo ora ipermetro, ora contratto, spesso intercalato da settenari e novenari, con strofe che segnano il ritmo e il respiro dell’anima. E su tutto una vena di malinconia pervasa di pensosa riflessione che placa nel verso piano e lineare l’intensità delle emozioni. Sono queste le prime impressioni che suscita la lettura dell’ultima raccolta di Bruno Bartoletti. Il Tempo dell’attesa, Società Editrice “ Il Ponte Vecchio”, Marzio e Luca Casalini Editori in Cesena, 2005.

E sono caratteristiche che richiamano, senz’altro, al genio pascoliano, che ha tratto l’impronta dagli umori dalla terra delle cante e della musicalità romagnola..  Ma non lasciamoci abbagliare dalle suggestioni della prima lettura. Si avverte Pascoli certo. Il Pascoli con le sue ombrose malinconie e i suoi nostalgici richiami alla terra e agli affetti familiari; ed oltre a lui anche Montale e Ungaretti, ma, perché no, anche D’Annunzio ( “… Ascoltami. Il bosco ha la sua requie, | posa i suoi rami folti finché il vento…” “ E pioggia scenderà”., p. 70 ) ed altri.

Si capisce subito che Bartoletti è un vorace lettore di poeti contemporanei , ma non per questo la sua poesia lavora su sistemi interpretativi della poesia d’altri. ( Così Andrea Brigliadori in Prefazione alla raccolta citata, p. 11). Anzi se dalle coordinate che lo riportano ai grandi del nostro tempo si va oltre la semplice metodologia citazionistica, si scopre che Bartoletti non è poeta da fermarsi a Pascoli e alla lezione Montaliana, perché vive una sua tensione che, pur dimostrandosi lui alieno dagli eccessi dello sperimentalismo, lo porta oltre la soglia della modernità.

Vi è uno spirito nuovo nella sua poesia. Ed in primis nell’esercizio formale, che già si avverte nel frequente décalage dai canoni pascoliani verso quelle nuove istanze della poesia moderna che insistono su un nuovo rapporto tra segno e significato. Non a caso dunque la raccolta si apre, nella sua prima parte, con la citazione in epigrafe di Mallarmé. In molte liriche infatti sprazzi immaginativi ed effetti emotivi conseguono spesso al corto circuito di ardite metalessi e combinazioni formali inedite. Vedi la frequente elaborazione della analogia in forma contratta (Vanno i buoi con grandi laghi d’occhi…. |), e le metafore che si risolvono in rapide analogie attraverso slittamenti o ellissi semantici (nell’eco dei ricordi e tra le rughe  | crepe di silenzi… “Anche mio padre”, Pag 21).

Già, per esempio, in apertura della prima lirica, che dà il titolo alla raccolta, le immagini iniziali si complicano nelle analogiche interferenze del porto ungarettiano

Io fui. Già il tempo quieta l’acqua
sul non cresciuto porto dell’infanzia

e si evolvono poi nel seguito di metafore elaborate in contrazioni semantiche che generano analogie inattese e sorprendenti

……………dove il vento
forte mulina remore e ricordi
sotto la torre vigile dell’ora


fui quell’istante esile nel soffio
che sulle smorte sillabe rimuore

      
 ("Il tempo dell’attesa", p. 19).

Procedimenti stilistici nuovi, che senza tradire la linearità sintattica, conferiscono modernità e originalità alla poesia di Bartoletti. Ci è dato di riscontrarne molti nei suoi versi:

A sera le donne alle fonti nel teschio
di luna rifanno noti sentieri
…………..

tra meste folate di addii, su chiusi
nuraghi di sogni. | |..

        ("Poesie di antiche memorie”, p. 25)

Così sono proprio le costruzioni semantiche anodine che danno corpo ad un immaginario nuovo e conferiscono originalità creativa e spessore moderno alla sua poesia.

Si screpola il gesto nel lento naufragio dell’ora

Si sveste la sera le mani di seta…
       
("Attesa lunare", p. 30)

Sudario il tuo volto piegato

si chiude al silenzio degli anni…
       
("Il silenzio degli anni”, p. 35 )

Sbriciola il sole un velo di rugiada

sull’agrifoglio e il fiume nenia un sonno
lungo millenni sopra pietre d’ombra…
       
(“Altro non so”, p. 55.)

Quando scatta la scintilla sul corto circuito di ellissi semantiche

Sgocciola il tempo ad uno ad uno i giorni
in questo borgo cupo d’altipiano


…,i nostri giorni
che il tempo ora raccoglie nello strappo
feroce sulla soglia ove già l’ombra
scuote al silenzio rami di dolore.
       
(“Tornare qui da tempo”, p. 62)

l’espressione si rapprende in immagini di un espressivismo ricco di suggestioni surreali

……
quando si scolora il giorno
e cadono i pensieri
nella pioggia degli astri.
       
(“Morire così”, p. 30)

ed infine la parola spesso si fa pensiero contratto, immagine folgorante, foriera di plastiche rappresentazioni:

Sarà l’esile filo sul tempo il tuo ricordo

e la sera berrà dolce il sapore
di stupiti silenzi
nel naufragio dell’ora….
       
(“Preghiera per mia madre”, p.28)

….
Nell’eco dei ricordi e tra le rughe
crepe di silenzi e l’acqua che discende
su cantilene di sassi…

Alla fontana siedono donne ferme
- sospiri di presenze – con negli occhi
echi di lontananze
        (
“Anche mio padre”, p. 21 )

L’effetto complessivo è quello di un’apertura di orizzonti espressivi e simbolici che va oltre i moduli pascoliani e montaliani, soprattutto nella prima parte che raccoglie , a mio avviso, la più recente produzione di Bartoletti.

Il grido del gabbiamo” per esempio apre brani di una connotazione simbolica che riflettono solo una profonda ansia del mistero e dell’incertezza che pervade l’esistenza tra parole bianche prosciugate sopra esili labbra, un remo che segna la sua croce alla deriva dei giorni, frammenti di ricordi che salgono in flutti amari. Uno squarcio sul mistero dell’esistenza e proietta, solo in uno sprazzo, l’immaginazione nel territorio dell’oltre e slarga sull’infinito.

Di qui all’eterno, forse il passo
è così breve….

Ma tutto il brano resta sospeso in un’aura di mistero: l’alba sul cui sfondo si staglia un gabbiano che con un grido senza voce rappresenta analogicamente nella sua emblematicità l’illusorietà dei nostri discorsi. (Storie soltanto il nostro inutile richiamo. “Il grido del gabbiano”. p. 26).

E qui siamo alla visione d’insieme e alle istanze profonde della poesia di Bartoletti.

Sono stati rilevati, perché contestualizzati nella temperie di una poetica connotata da luoghi comuni pascoliani o montaliani, il tema degli affetti e della madre, le radici e il viaggio. Relativamente al concetto del “tempo dell’attesa” è stato stigmatizzato il sentimento della morte e l’attesa della fine, mentre in “Le radici” è comunque facile intravvedere il mito della terra madre e del paese. Ma una lettura più attenta riporta oltre questi luoghi comuni.

Se è vero che in Bartoletti la poesia si connota per una sentita presenza della terra madre, questa tuttavia non è avvertita, come in altri poeti romagnoli, come patria dell’anima; Montetiffi e la sua terra sono visti come da lontano e senza realismo: trasfigurate e levitanti in una chiave più emblematica che memoriale. Che scorpora dei loro significati storici o esistenziali, momenti ed oggetti di una realtà e di un vissuto che il poeta avverte invece e canta sulla corda di un accentuato sentimento di sradicamento dalla vita, colto in una tensione tra contingenza e oltranza (che certo non si può assimilare alla trascendenza ) e che interpreta significativamente il senso postmoderno della temporalità.

Mi sembra questo il senso esatto de Il tempo dell’attesa. Cos’è questo tempo dell’attesa se non l’arco temporale teso tra un nulla e un altro nulla. Non tra la nascita e la morte!


Fui solo l’apparenza una domanda
pagina bianca inutile sospesa una promessa
per completare il tempo dell’attesa.
       
(“Il tempo dell’attesa”, p. 19 )

L’attesa non è quindi l’ansia della fine, come qualcuno ha voluto intendere. Ma è il sentimento di una concezione nuova e postmoderna del tempo che si attesta come vibrazione dell’ansia sottesa all’esistenza stessa, indipendentemente dai due punti di riferimento dell’origine e della fine.

E così che la poesia si fa analisi di un modo d’essere, dell’esistenza, che esclude ogni stato d’animo relativo alla nostalgia del passato o alla melanconia per il futuro e oltrepassa i luoghi comuni pascoliani o di altra matrice, come cimitero, nido familiare, la morte, in epifanie attonite sui sommessi ed esili segni del passare del tempo, spiragli su un oltre, intravisto più che posseduto, ma assoluto, enigmatico, e sfuggente.

Troviamo una conferma in “Le radici”, la seconda parte della raccolta. Le radici hanno perso la loro consistenza.

….
La marea porta sempre alla deriva
e ciò che resta è solo la memoria
.
….
        (“Le radici”, p. 48)

Ed è una sofferenza la loro ricerca, il ritorno ad esse ed alla loro identità. Perché il loro possesso, pur nella pregnanza di quelle immagini che le simboleggiano

Sono tornato qui tra queste crepe d’erba
e ginestre,

è precario. E si configura in spazi mai posseduti , in un lacerante sentimento dell’esule

Esule pensiero di memorie
trafuga questo istante nello sbadiglio pallido
del sole che si insacca. Qui sono nato,
o forse mai. Nasce chi cresce nella sua
terra e vive e poi vi muore. Io no.
Mi portò esule il vento per ragnatele
di strade…
………eterno forestiero

       
(“Le radici”, p. 47)

in calvari di assenze ( “Ritorno a questa casa”, Pag. 49 ), in presagi di sconsolate solitudini (“Alla mia terra”, Pag. 50); e solo intagli di memorie ne segnano l’immaginario

, dove solo intagli di memorie
trafiggono il cerchio di luce che fugge all’orizzonte
       
(“Le radici”, p.  47)

e infine il desiderio del ritorno. Ma per il canto della sera.

Qui sono nato e qui ritorno, marea che porta
alla radice, qui mi trovo strappato a mani tese,
perché i tuoi figli hanno nel cuore il silenzioso
canto della sera.
       
(“Il silenzioso canto della sera”, p. 52)

Ma anche il ritorno non è che scoperta del vuoto intorno alla propria vita

| Salgo portato da quest’onda vuota tra queste croci che dilava il vento,
col peso dentro, salgo e affondo nei miei giorni vuoti…
       
(“Ritornando a Pietra dell’Uso”, p. 53 )

Ed è un viaggio a ritroso,

Tornare qui da tempo e ricucire
il filo di ricordi, i nostri giorni,
la strada che si perde oltre la riga
nera dei monti, le ceneri nel vento
cupo che scende tra rivoli di ansie,
la nostra vita…
       
(“Tornare qui da tempo”, p. 62)

che lacera i ricordi e dissipa il mito delle radici, che nella sofferenza di un viaggio à rébours tradiscono la loro fragile consistenza e il dolore e le sofferenze da cui sono segnate.

Le radici strappate sono artigli
bianchi bevuti da una luna opaca
che sanguina su queste aride lande
dal labbro di una nube, sono resti
di cupi mutamenti, di rimpianti,
di perdite e di incontri, son gli indugi
di anni di inquietudini, di attese.
E dilaga nell’animo la polvere
solo se tento ancora di comprendere
quanto di me è rimasto in queste tracce,
 | cenere e fumo e terra.

       
(“Parole sulla cenere”, p. 72)

Così il viaggio e il ritorno si definiscono contestualmente con le radici e l’attesa. E se ogni ritorno non è che viaggio a ritroso, alla ricerca dei segni del tempo

cadono bianchi in refoli di neve
i giorni da venire e già m’avvio
lungo sentieri antichi, alla radice,

       
(“Tornare qui da tempo”, p. 62)

è proprio tale viaggio che dà senso alla vita , che consente, quando è fatto a ritroso, di rileggere il senso del nostro cammino e di ridare ad ogni passo il senso di un ritorno. Così la vita è un viaggio che non ha fine perché subisce la sorte dell’eterno ritorno.

…E’ eterno, non ha fine questo viaggio
e procede a sobbalzi, un giorno e un altro,
sempre uguale , non varia, non procede
se non per quell’inerzia che è nel fondo
di ogni mutamento
...
       
(“Non ha fine questo viaggio”, p. 92)

Ma in questo eterno ritorno, che il poeta rappresenta con l’immagine del mare che scaglia l’onda

Io patisco le distanze, le mute ombre
del cuore, l’eterna lotta del nostro divenire
su questo mare che scaglia la sua onda.

       
(“Incerto il nostro viaggio”, p. 88 ),

resta ferma la parola chiusa tra le righe

… Di tanti anni conservo solo
il frammento di ciò che s’è perduto
e la parola chiusa tra le righe.

       
(“Incerto il nostro viaggio”, p. 88 )

E’ evidente il richiamo alla funzione della poesia. E’ la Pagina lo spazio ideale e reale in cui Bartoletti raccoglie le profonde inquietudini dell’anima moderna. Essa gli consente di trasformare l’angoscia dell’esistere in speranza di vita. Così la Poesia, epifania dell’esistenza secondo una sua dichiarazione, si fa espressione della pluralità dei sensi che l’anima coglie nella realtà del proprio tempo per tradurlo in accenti di emozioni e nella musicalità del verso:

Amici, io non so che raccontarvi
tra l’alba e il vespro un transito di sole,
quel poco che ci basta, è tanto o poco,

C’è poco, qualche foglio, due o tre libri
rimasti a caso aperti….
…..qualche riga di parole confuse…
…..Tutto il resto
il tempo se l’è preso, cancellato.
E’ poco, ma quel poco è la mia vita.

        (“Briciole di vita, d’eternità e di morte.”, p. 81 ).

Recensione
Il tempo dell’attesa
poesia 
Autori
Bruno Bartoletti
Edizione:
Il Ponte Vecchio
Cesena 2005

Presentazione di Andrea Brigliadori. Postfazione di Narda Fattori - pp. 128
prezzo: € 10,00

Recensione a cura di
Pubblicata su:
Literary nr.3/2008
 

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