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Una lettura della poesia di Bruno Bartoletti
E sono caratteristiche che richiamano, senz’altro, al genio pascoliano, che ha tratto l’impronta dagli umori dalla terra delle cante e della musicalità romagnola.. Ma non lasciamoci abbagliare dalle suggestioni della prima lettura. Si avverte Pascoli certo. Il Pascoli con le sue ombrose malinconie e i suoi nostalgici richiami alla terra e agli affetti familiari; ed oltre a lui anche Montale e Ungaretti, ma, perché no, anche D’Annunzio ( “… Ascoltami. Il bosco ha la sua requie, | posa i suoi rami folti finché il vento…” “ E pioggia scenderà”., p. 70 ) ed altri. Si capisce subito che Bartoletti è un vorace lettore di poeti contemporanei , ma non per questo la sua poesia lavora su sistemi interpretativi della poesia d’altri. ( Così Andrea Brigliadori in Prefazione alla raccolta citata, p. 11). Anzi se dalle coordinate che lo riportano ai grandi del nostro tempo si va oltre la semplice metodologia citazionistica, si scopre che Bartoletti non è poeta da fermarsi a Pascoli e alla lezione Montaliana, perché vive una sua tensione che, pur dimostrandosi lui alieno dagli eccessi dello sperimentalismo, lo porta oltre la soglia della modernità. Vi è uno spirito nuovo nella sua poesia. Ed in primis nell’esercizio formale, che già si avverte nel frequente décalage dai canoni pascoliani verso quelle nuove istanze della poesia moderna che insistono su un nuovo rapporto tra segno e significato. Non a caso dunque la raccolta si apre, nella sua prima parte, con la citazione in epigrafe di Mallarmé. In molte liriche infatti sprazzi immaginativi ed effetti emotivi conseguono spesso al corto circuito di ardite metalessi e combinazioni formali inedite. Vedi la frequente elaborazione della analogia in forma contratta (Vanno i buoi con grandi laghi d’occhi…. |), e le metafore che si risolvono in rapide analogie attraverso slittamenti o ellissi semantici (nell’eco dei ricordi e tra le rughe | crepe di silenzi… “Anche mio padre”, Pag 21). Già, per esempio, in apertura della prima lirica, che dà il titolo alla raccolta, le immagini iniziali si complicano nelle analogiche interferenze del porto ungarettiano
e si evolvono poi nel seguito di metafore elaborate in contrazioni semantiche che generano analogie inattese e sorprendenti
Procedimenti stilistici nuovi, che senza tradire la linearità sintattica, conferiscono modernità e originalità alla poesia di Bartoletti. Ci è dato di riscontrarne molti nei suoi versi:
Così sono proprio le costruzioni semantiche anodine che danno corpo ad un immaginario nuovo e conferiscono originalità creativa e spessore moderno alla sua poesia.
Sudario il tuo volto piegato
Sbriciola il sole un velo di rugiada
Quando scatta la scintilla sul corto circuito di ellissi semantiche
l’espressione si rapprende in immagini di un espressivismo ricco di suggestioni surreali
ed infine la parola spesso si fa pensiero contratto, immagine folgorante, foriera di plastiche rappresentazioni:
L’effetto complessivo è quello di un’apertura di orizzonti espressivi e simbolici che va oltre i moduli pascoliani e montaliani, soprattutto nella prima parte che raccoglie , a mio avviso, la più recente produzione di Bartoletti. “Il grido del gabbiamo” per esempio apre brani di una connotazione simbolica che riflettono solo una profonda ansia del mistero e dell’incertezza che pervade l’esistenza tra parole bianche prosciugate sopra esili labbra, un remo che segna la sua croce alla deriva dei giorni, frammenti di ricordi che salgono in flutti amari. Uno squarcio sul mistero dell’esistenza e proietta, solo in uno sprazzo, l’immaginazione nel territorio dell’oltre e slarga sull’infinito.
Ma tutto il brano resta sospeso in un’aura di mistero: l’alba sul cui sfondo si staglia un gabbiano che con un grido senza voce rappresenta analogicamente nella sua emblematicità l’illusorietà dei nostri discorsi. (Storie soltanto il nostro inutile richiamo. “Il grido del gabbiano”. p. 26). E qui siamo alla visione d’insieme e alle istanze profonde della poesia di Bartoletti. Sono stati rilevati, perché contestualizzati nella temperie di una poetica connotata da luoghi comuni pascoliani o montaliani, il tema degli affetti e della madre, le radici e il viaggio. Relativamente al concetto del “tempo dell’attesa” è stato stigmatizzato il sentimento della morte e l’attesa della fine, mentre in “Le radici” è comunque facile intravvedere il mito della terra madre e del paese. Ma una lettura più attenta riporta oltre questi luoghi comuni. Se è vero che in Bartoletti la poesia si connota per una sentita presenza della terra madre, questa tuttavia non è avvertita, come in altri poeti romagnoli, come patria dell’anima; Montetiffi e la sua terra sono visti come da lontano e senza realismo: trasfigurate e levitanti in una chiave più emblematica che memoriale. Che scorpora dei loro significati storici o esistenziali, momenti ed oggetti di una realtà e di un vissuto che il poeta avverte invece e canta sulla corda di un accentuato sentimento di sradicamento dalla vita, colto in una tensione tra contingenza e oltranza (che certo non si può assimilare alla trascendenza ) e che interpreta significativamente il senso postmoderno della temporalità. Mi sembra questo il senso esatto de Il tempo dell’attesa. Cos’è questo tempo dell’attesa se non l’arco temporale teso tra un nulla e un altro nulla. Non tra la nascita e la morte!
L’attesa non è quindi l’ansia della fine, come qualcuno ha voluto intendere. Ma è il sentimento di una concezione nuova e postmoderna del tempo che si attesta come vibrazione dell’ansia sottesa all’esistenza stessa, indipendentemente dai due punti di riferimento dell’origine e della fine. E così che la poesia si fa analisi di un modo d’essere, dell’esistenza, che esclude ogni stato d’animo relativo alla nostalgia del passato o alla melanconia per il futuro e oltrepassa i luoghi comuni pascoliani o di altra matrice, come cimitero, nido familiare, la morte, in epifanie attonite sui sommessi ed esili segni del passare del tempo, spiragli su un oltre, intravisto più che posseduto, ma assoluto, enigmatico, e sfuggente. Troviamo una conferma in “Le radici”, la seconda parte della raccolta. Le radici hanno perso la loro consistenza.
Ed è una sofferenza la loro ricerca, il ritorno ad esse ed alla loro identità. Perché il loro possesso, pur nella pregnanza di quelle immagini che le simboleggiano
è precario. E si configura in spazi mai posseduti , in un lacerante sentimento dell’esule
in calvari di assenze ( “Ritorno a questa casa”, Pag. 49 ), in presagi di sconsolate solitudini (“Alla mia terra”, Pag. 50); e solo intagli di memorie ne segnano l’immaginario
e infine il desiderio del ritorno. Ma per il canto della sera.
Ma anche il ritorno non è che scoperta del vuoto intorno alla propria vita
Ed è un viaggio a ritroso,
che lacera i ricordi e dissipa il mito delle radici, che nella sofferenza di un viaggio à rébours tradiscono la loro fragile consistenza e il dolore e le sofferenze da cui sono segnate.
Così il viaggio e il ritorno si definiscono contestualmente con le radici e l’attesa. E se ogni ritorno non è che viaggio a ritroso, alla ricerca dei segni del tempo
è proprio tale viaggio che dà senso alla vita , che consente, quando è fatto a ritroso, di rileggere il senso del nostro cammino e di ridare ad ogni passo il senso di un ritorno. Così la vita è un viaggio che non ha fine perché subisce la sorte dell’eterno ritorno.
Ma in questo eterno ritorno, che il poeta rappresenta con l’immagine del mare che scaglia l’onda
resta ferma la parola chiusa tra le righe
E’ evidente il richiamo alla funzione della poesia. E’ la Pagina lo spazio ideale e reale in cui Bartoletti raccoglie le profonde inquietudini dell’anima moderna. Essa gli consente di trasformare l’angoscia dell’esistere in speranza di vita. Così la Poesia, epifania dell’esistenza secondo una sua dichiarazione, si fa espressione della pluralità dei sensi che l’anima coglie nella realtà del proprio tempo per tradurlo in accenti di emozioni e nella musicalità del verso:
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