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Nella collana “I libri della clessidra”, Editrice Xenia, egregiamente diretta dall’illustre professor Attilio Agnoletto, esce codesto volume che illustra l’opera del cardinal Federico Borromeo, immortalato dal Manzoni, sul “Misticismo vero e falso delle donne”, fra il Cinquecento e il Seicento. Se la fortuna letteraria di Federico Borromeo è sempre stata limitata, nonostante gli interessanti scritti latini ed italiani, la causa è da attribuire a chi – potendolo – non ha posto mano all’opera completa studiandola e scoprendola, vera miniera dello spirito e sorgente di cultura enciclopedica.

Il di Ciaccia presenta una sua traduzione alquanto libera, ma sempre coerente col testo originale, del “De extaticis mulieribus et illusis. Libri quattuor MDCXVI”, galleria di casi allucinatori e, come ben spiega il traduttore, di fervide fantasticherie, di sintomi fobico-ossessivi e isterici, passando poi, come esempio probatorio, dalle esegesi bibliche di stampo patristico ed ebraico alle interpretazioni medioevali e cristiano-umanistiche degli oracoli greci e della teosofia egizia, dalla scienza medica della classicità alla tipologia delle razze, dalla fenomenologia delle visioni estatiche e delle apparizioni di spettri e demoni a quella delle premonizioni, delle profezie e delle “voci” che affliggono ed estasiano i privilegiati (pag. 8-9).

Il di Ciaccia spiega anche il perché ha scelto di tradurre lo scritto in versione integrale ma libera, alleggerendo il lettore da una prosa che si presenta con periodi lunghi e con molte proposizioni subordinate e con dovizia di sinonimi accostati. Bisogna poi far riscontro ai vocaboli non tutti di facile interpretazione.

L’opera del Borromeo vuol far luce sul vero misticismo, in quanto ai suoi tempi brillavano millantatori, vanificatori, eresiarchi, cantabubbole che spargevano il seme di una forma difficile da individuare seppure bene espressa da precise correnti ecclesiastiche. Il Borromeo mette quindi in luce la differenza che intercorre fra la mistica vera e quella falsa dalle molteplici sfaccettature.

Il lavoro è un’enciclopedia del pensiero mistico cristiano-rinascimentale, un florilegio di episodi estatici, una lezione di psico fisiologia antica e di finezza psicologica, come bene fa rilevare il di Ciaccia. Il Seicento, specialmente in Francia e in Spagna, è il secolo di passione per la mistica. Francesco di Sales nel suo “Trattato dell’amore di Dio”, analisi approfondita della vita mistica, il cui centro è la conformità della volontà umana alla volontà divina, parla di “liquefazione dell’anima in Dio” e incline com’è al personalismo preferisce l’anéantissement di Canfield alla mistica di Teresa d’Avila. Quello che Jung dirà nella Patologia dei fenomeni occulti, lo aveva già detto a suo tempo il Borromeo.

E qui si innesta il fattore teologico. La teologia, infatti, non ignora che modalità straordinarie, singolari nel loro modo di accadere (pag. 27), possono pur presentarsi e di fatto sono esistite. Non pretende, però, di far diventare tutto divino ogni parte e ogni movimento della contemplazione stessa. Jansen ha definito il Seicento il secolo del paranormale. Un efficace esempio può essere rappresentato dal fenomeno della levitazione.

Teresa d’Avila, mistica per eccellenza, si staccava da terra di oltre mezzo metro; Giuseppe da Copertino volava addirittura da Osimo a Loreto, alcuni chilometri di distanza e talvolta volando lasciava cadere i sandali sulla testa di chi gli stava sotto suscitandone le improvvise ire. Ma, nota il di Ciaccia, nella vita spirituale, l’essenziale non è nelle manifestazioni strepitose e fuori del normale; ma se queste ci sono, occorre che siano vagliate in rapporto alla norma evangelica (pag. 34).

Vi è, inoltre, il fenomeno della bilocazione. Noto ormai il caso occorso a sant’Alfonso de’ Liguori, il più illustre teologo moralista. Nel 1774, mentre stava preparandosi per la messa, s’arrestò e rimase in estasi per due ore, e dopo dichiarò d’essersi recato a Roma presso Clemente XIV, che era moribondo. Presso il Papa, in effetti, in quelle due ore avevano visto il santo coloro che assistevano il pontefice, gli avevano parlato ed erano stati guidati da lui nelle preghiere.

Secondo il Borromeo il primo estatico del mondo fu Adamo, come risulta dal Genesi: “Dio fece assopire Adamo e, mentre costui dormiva, gli tolse una costola”. Sperimentarono l’estasi anche Abramo e Isacco. Ma sull’estasi il Borromeo ci mette in guardia. Egli scrive: “Di fronte all’estasi bisogna essere circospetti, per ovviare a pericolose conseguenze. Se infatti l’estasi procede dal demonio, allora la faccenda è davvero brutta; se dalla natura, non è scevra di rischi; se da Dio impone notevole trepidazione, poiché i divini misteri fanno tremare le vene. In ogni caso, in eventi del genere sarà salutare attenersi al consiglio che Cristo raccomanda alla gente che assisterà alla tremenda fine del mondo: “Se vi diranno: Ecco, è nel deserto, non uscite di casa; se vi diranno: Ecco, è nell’interno delle case, non ci credete”. In altri termini, l’infinita Sapienza avverte che la circospezione ed il timore rappresentano uno scudo validissimo contro i pericoli delle novità e delle curiosità”.

Il Borromeo asserisce poi che le visioni autentiche sono rare e che gli estatici non si trovano affatto ad ogni piè sospinto, come invece la gente inesperta è facilmente indotta a pensare. Le visioni sono poi di per sé oscure. Occorre – specifica il Borromeo (pag. 97) – procedere con i piedi di piombo; pregiudizialmente, bisogna dubitare. Nulla affermare con certezza. I doni celesti – poi egli aggiunge – vanno tenuti nascosti e porta codesto esempio: “Quando Gesù guarì i ciechi, disse loro: “Non fatelo sapere a nessuno”. Anche la Madonna si teneva tutto nel cuore, benché la fama del fanciullo crescesse di giorno in giorno”.

Il Borromeo tratta inoltre degli atteggiamenti che assomigliano all’estasi, dell’estasi naturale e degli argomenti a favore, chi più è adatto all’estasi, l’età migliore per l’estasi, i condizionamenti culturali, come avviene l’estasi, perché i sensi si assopiscono, perché Dio permette l’estasi. Né dimentica il discorso sul digiuno, la parsimonia nel mangiare, il bere, gli odori, le illusioni visive, la credibilità della percezione olfattiva, i dolori fisici, il fanatismo, ossia l’inflazione dell’uso delle lingue per concludere il tutto con il pianto, il piacere interiore, la fuoriuscita di latte nelle donne vergini. A questo punto il Borromeo ha passato in rassegna tutti gli argomenti sui quali ci sarebbe da discutere anni interi. Ma lo ha fatto con ordine, preziosità, precisione di linguaggio non comune, come non comune è il commento del di Ciaccia sull’opera tradotta e dedicata al cardinale Giovanni Colombo.

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