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Nell'opera di Graziella Minotti Beretta si rispecchia in maniera prepotente una intensità emotiva che nella ricerca della poesia trova la propria sintesi. Si tratta quindi una versificazione soggettiva, improntata a un dialogo interiore che cerca come propri interlocutori situazioni mute del passato e luoghi naturali in cui inabissarsi per concepirsi di nuovo.

L'interiorizzazione del mondo circostante è talmente forte da non lasciar distinguere al lettore dove sia davvero il “confine con il gelo”, la demarcazione tra autore e universo intimo, tra ricerca di una versificazione ricercata e espressione immediata attraverso le parole.

La poesia per l'autrice diventa motore e linfa - come dice la sua stessa note biografica – per un'esistenza che è tesa nel superare le avversità, con occhio attento e riflessivo sulla natura, partecipativa anche del silenzio attonito che sembra attorniare la Minotti Beretta.

Usando i suoi stessi versi, la poesia diventa per lei “un forbice di scorie | per ogni introspezione | che rende leggera | l'immane fatica di esistere | ” : la poesia diviene anche l'unico modo per concepire il dolore, riattivare il contatto tra la propria sensibilità e stelle, cipressi, ombre, foglie, luna....elementi che l'autrice interroga attraversando se stessa.

“Fu un raggio di luce, ricordi | a frugare l'unicità della storia | un vortice di vento a scompigliare | la mente smarrita | e l'ombra delle nostre speranze | a darci ristoro | sino all'apice del sogno.”: il passato riecheggia nei versi a partire da “oggetti” naturali che compartecipano nella storia della Minotti Beretta, con lei la raccontano e si raccontano.

Da sottolineare è la pacatezza verbale dell'opera, l'utilizzo di un frasario semplice e quotidiano che ne preserva il carattere di essenzialità.

Recensione
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